Antonio Iacopetta

         

   1942

 

[...] Iacopetta ha  affinato  alla perfezione il suo  linguaggio e ormai  può  maneggire il verso e maneggiare le parole con assoluta padronanza. Ciò gli permette di sondare  anche il terreno del sublime, oltre che quello del quotidiano, e gli esiti sono sulle pagine, densi di  accensioni, di assonanze, di scintillanti metafore che hanno il sapore della vita. E sono certo che queste pagine sarebbero piaciute a Carlo Bo (Dalla prefazione di Dante Maffia a Minimalmente, Passigli, Firenze 2015)

 

 

 

 

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[...] Iacopetta ha affinato alla perfezione il suo liguaggio e ormai può maneggire il verso e maneggiare le parole con assoluta padronanza. Ciò gli permette di sondare anche il terreno del sublime, oltre che quello del quotidiano, e gli esiti sono sulle pagine, densi di accensioni, di assonanse, di scintillanti metafore che hanno il sapore della vita. E sono certo che queste  pagine sarebbero piaciute a Carlo Bo

 

Dalla prefazione di Dante Maffia a Minimalmente, Passigli, Firenze 2015 

 

 

Minimalmente” è il titolo di questa bella raccolta poetica di Antonio Iacopetta che, infatti, del minimalismo ha il periodare scarno, il rovistare tra le piccole cose,  la fragilità del quotidiano.  Del resto il poeta mette sin dall’inizio le sue carte in tavola, non vela le intenzioni, anzi le sostiene con coerenza e armonia fino alla fine.

Egli, partendo dai piccoli fatti quotidiani, li raffronta all’enigma esistenziale, alle conseguenze dello  scorrere del tempo, al tragitto che l’uomo compie, quasi senza avvedersene e senza scorgerne il senso. Ma lo fa con dolcezza, frugando nelle pieghe dell'anima, coltivando il gusto caritatevole della parabola.  

La silloge inizia infatti con una poesia che, nella sua brevità è, secondo me, emblematica dell’intera raccolta, poiché ne raccoglie il senso e ne anticipa le tematiche:“Precipita/una goccia in superficie inclinata/scivola prima lentamente/poi scompare./Privo di senso è il tragitto/Il tempo che impiega non è, come si crede, breve ma eterno.

Il paradosso del tempo, fuggitivo eppure eterno, che uccide e insieme rinnova, è dunque la cifra della sobria poetica di Iacopetta. La semplicità della metafora non ne oscura la profondità. Egli ci sta dicendo che condividiamo l’ineluttabile destino di una goccia d’acqua su una superficie inclinata. Non possiamo scegliere, né ci è concesso risalire la china, possiamo solo scorrere giù, in una breve corsa di cui non conosciamo il fine. Sembrerebbe trascurabile cosa questo rapido scorrere, ma per la goccia d’acqua è tutto  quello che può fare, è ciò che sa, ed è la sola realtà di cui ha percezione.

La tensione del libro sta in questa antinomia tra la precarietà dell’oggi e l’immensità del mistero,  poiché l’uomo, a differenza della goccia, non si rassegna a scivolare via senza porsi domande e senza aggrapparsi al tempo trascorso poiché ne avverte l’assoluta irripetibilità.

Antonio Iacopetta in proposito  scrive: “Portami lontano/ dov’è il bimbo/ dai capelli d’oro. //Portami/ dall’adolescente/ mai sazio/ di corse e di pallone/ o dal giovane soldato/ felice della sua prima/ libera uscita”, ossia, lasciami risalire la china, fammi tornare indietro;  io sono quel che ho vissuto, tutto per me e per me solo ha significato.

E’ da questo contrasto che nascono, semplici e struggenti i versi, il suo bisogno di poesia, il sommesso lamento, il canto delle stagioni, del fico che si arrende all’inverno,  della corriera che fa l’ultima corsa prima di fermarsi in un paese sconosciuto.

Iacopetta va così su e giù per la vita, arrotola sentimenti e, con rapide pennellate impressioniste, fa emergere sparsi ricordi, atmosfere, cose e persone che sono sopravvissute al loro tempo e che, nella memoria,  diventano quindi senza tempo, e una malinconia antica che lascia dolcezza e rimpianti, accumula voci e suoni, cercando e spesso trovando il lampo improvviso della bellezza.

Rifugge dagli eccessi di lirismo il nostro autore, quasi per pudico riserbo (io non so parlare alto, parlo basso),  né pretende di cambiare il mondo, piuttosto lo osserva con malinconica o, a volte, con ironica benevolenza.  Non lo attraggono le immense praterie del mondo, né il febbrile agitarsi delle grandi città, ama piuttosto il suo orto spelacchiato, un cagnetto nero, l’albero del giardino coi suoi passeri affamati. Piccolo orto che il poeta dissoda per tirarne fuori una poesia delicata, quasi sussurrata ma non per questo meno viva,  dove dolce e pacato fluttua il verso, similmente a piccole onde del mare che si ornano a volte di bianche creste di sole.

Non entrano nella poesia di Antonio Iacopetta i grandi eventi della storia, la ribellione vociante, gli eccessi di drammatizzazione. Egli guarda alle cose con un sorriso benevolo e sornione: “Padre nostro/ che sei nei cieli/ evita, se puoi/ di darci/ il nostro panico quotidiano./ Liberaci/ pure dal male,/ ma senza esagerare”.   Preferisce invece trarre la sua ispirazione dal ciclico ritorno del sempre uguale, dal ripetersi infinito delle stagioni, dalla vita che passa silenziosamente senza che nulla apparentemente accada.

 

“Io sono stato come un ragno che si è dedicato tutta la vita a tessere la tela per catturare insetti, non giganteschi animali, minuscoli si, ma anch’essi vitali.”

 

Nel ricco susseguirsi di tematiche, non mancano tuttavia incursioni nel mondo letterario, con versi che a volte sono di ammirazione, come quando ricorda le ascendenze che danno consistenza poetica: Bertolucci, Caproni, Giudici, Penna, Sereni, Luzi, Raboni,  e a volte di garbata ironia: “le citazioni, si è vero, /altro non sono/ che vacue esibizioni/ o timide giustificazioni./ I poeti ma non solo/ ne fano uso e abuso,/ non è infatti conveniente/ passare per incompetenti.” o  di divertente contestazione: “Sembrerò più testardo di un mulo/ Ma se qualcuno mi dicesse mai/ che nasce ll canto da gioia / e non da pena, io sicuro/ a calci lo prenderei nel culo.”

In conclusione un bella raccolta di versi, un poco appartata, fuori dalle mode, ma con radici che affondano nel solco fertile della migliore tradizione poetica italiana del secondo novecento.  

Ciò che non si può non amare di questo libro è la leggerezza, la mancanza di supponenza, il dubbio coltivato come un bene prezioso e l’umiltà di non ammannire lezioni, consapevole com’è l’autore che il mistero del mondo è troppo grande e noi troppo sperduti per poter metter su superbia. Una sola strada ci resta dunque da percorrere: cercare, solo cercare, anche se non sappiamo bene cosa.  

 “Senza mai neppure/ chiedermene/ il senso/ ho camminato tanto…/… qualche volta/ ho anche chiesto aiuto/ perché in che direzione/ andare/ non l’ho mai saputo”.

 

Renato Fiorito

 

“Minimalmente”, il nuovo libro di poesie del lametino Antonio Iacopetta nella collana di poeti europei dell’editore Passigli

La poesia è intuizione, la poesia è dei bambini e dei poeti?
Nel respiro di espressioni quasi primordiali e nel movimento di immagini punteggiate dalla metrica libera di un verso semplice, Antonio Iacopetta nella sua nuova raccolta poetica “Minimalmente” (Passigli Editori) fa cadere sul foglio uno sguardo speciale, spogliando l’anima della poesia dagli orpelli dell’elegia, dello sproloquio, del crepuscolo.
Con riserbo, questi versi dicono di sentimenti e desideri, di un’irrequietezza che è del fanciullo pascoliano, discolo che tra le parole del mondo rincorre il senso di una libertà che gli adulti hanno ormai perduto, presi come sono ad elargire il sapere e a far comprendere che loro sanno, eccome se sanno, mica la loro postura può semplicemente esprimere impulsi interiori. Eppure Tolstoj esclamava “ah, se potessi scrivere come i bambini”, e pare che Iacopetta stesso voglia preservare quel bambino e quello stupore.
Certo anche lui spesso il male di vivere ha incontrato, ma un’urgenza soggettiva che nel momento compositivo sembra aver avuto ragione di essere, viene legata quasi a una manifestazione di gioia, apparentemente spontanea, ingenua, lontana da ogni messaggio che non sia attestato di essenzialità. Perché gli intellettuali parlano e parlano, mentre i poeti cantano e cantano, e “svelano/ la vera essenza”.

È come se il poeta avesse voluto intimare al mondo di incarnarsi nelle infinitesime cose

Eppure “Minimalmente” non è affatto una confidenza autobiografica, dalle sue impressioni viene pur fuori una tensione morale profonda, una visione della fragile condizione umana, la percezione del mistero dell’Eterno. È come se apparendogli alla finestra il mondo fin troppo astratto, già troppo distante dagli altri esseri viventi, il poeta avesse voluto intimargli di incarnarsi nelle infinitesime cose, per poi adoperarsi in uno slancio dai ritmi pacati e dalla pronuncia naif. Così come per la poetica naif, Iacopetta dà l’idea di non andare alla ricerca di uno stile – quando invece lo stile è proprio in questa apparente mancanza – di dipingere non il mare, ma tutte le sue onde ad una ad una. Così In superficie, come per la goccia il tempo della poesia “non è, come/ si crede, breve/ ma eterno”, perché questo esile alone chiamato poesia “appena appare/ subito scompare”.
Antonio Iacopetta conferisce al dialogo poetico un fascino e un valore molto particolari; una testarda ricerca di verità nella semplicità, restituisce della sua condizione emozionale personalissima e poco accordata alle convenzioni sociali del protagonismo tanto in voga – a cui ogni buon attore
social deve conformarsi – una corrispondenza con l’universo poetico di un interprete che diviene specchio e non solo ritratto, perché gli altri possano cogliere per riflesso le loro esistenze. “Minimalmente” è un discorso quasi quotidiano, perché la poesia ha sempre bisogno di interrogarsi sul proprio rapporto con il reale, fuori dalla sacralità e dai sospiri alla luna, e la realtà che prima si mostra, poi svanisce nei versi: dall’evocazione dei sogni si passa al brulichio delle formiche, alle mani, al foglio con le parole, e non c’è reame né donzella da adulare, il regno del poeta giunge “sino alla prossima salita/ ed è già finito”.
Ma chi sarà mai questo poeta, che desidera perdersi nella purezza della forma e indossare solo brevi sillabe sussurrate come di sbuffo, questo poeta inafferrabile “tu lo comprendi?” chiede Iacopetta, e forse tenta di rispondere con i vari omaggi disseminati tra i versi, con la delicata
A Franco (Costabile, chi altro) angelo altrove mai più conosciuto, con il tono soffuso dei Mai morti (i poeti, chi altro), chi infatti può mai uccidere la poesia? Intanto nei suoi versi si sente vivo il respiro di maestri come Caproni, Cardarelli e Bertolucci, che rimodula però con una leggerezza che può far venire in mente la Szymborska, perché come lei vuol dire basta con il tragico tramestio delle parole, facciamo silenzio attorno, facciamo pure che è primavera ma senza schiamazzi di folla, facciamo che “poeta/ è chi sa stare/ con la solitudine/ in compagnia”.

 https://collezionidicielo.wordpress.com/tag/antonio-iacopetta/

 

 

[...] Volendo possiamo leggere i versi di Reticoli come il taccuino di un uomo o come il diario di chi vuole però vederci chiaro nelle azioni e nelle vicende vissute e da vivere. I riferimenti sono facili, Ungaretti e Sereni, ma  con un timbro tutto alla Iacopetti, con una voce personale che sa assegnare alle parole quasi una missione. [...]

 

 Dalla prefazione di Carmine Chiodo a Reticoli- Lepisma Edizioni . Roma 2016

 

 Aggiornato il 27 . 01 - 2017

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