Aristide Caruso

 

 1941

 

"La poesia è un macchinario potente del recupero del tempo perduto e Aristide Caruso questo lo sa, ma il suo recupero seppure straziante, per la perdita di ciò che non può essere assolutamente recuperato, non conosce il lamento crepuscolare; la poesia di questo ormai non più giovane poeta è una poesia fresca, vitale, perché veramente omnia vincit amor." (Antonio Iacopetta ln reportage, Anno 47 n..23/24(1-31 dicembre 2008)

 

 

 

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Critica

 

Dalla prefazione di Augusto Leone

 

Il titolo di questa raccolta poetica, Canti degli anni tardi, induce immediatamente a pensare che essa sia stata preceduta da qualche altra composta in gioventù. Esso, invece, si riferisce ad una poesia la cui composizione è riconducibile esclusivamente agli anni della senilità. Tuttavia  i motivi ispiratori sono di una tale freschezza giovanile che solamente la latenza lunga e incontaminata nel mondo interiore del poeta  può darne una ragione plausibile. Diversamente, sarebbe difficile attribuire la paternità di questi versi, che fluiscono spontaneamente e senza censura, ad un uomo che è ormai sull’ultimo tratto di strada// breccia acuminata a fastidio degli anni.

A confermare ciò è proprio il titolo della prima delle due sezioni della raccolta (Lascia, anima mia, il pudore), tratto dall’omonima poesia – presente nella stessa sezione – in cui il poeta esorta la propria anima a lasciare libera espressione al sentimento:

                       

                        Lascia, anima mia,

il pudore

per la stagione

non più verde!

Ci sono pure frutti tardivi,

che addolciscono la polpa

col sapore di un autunno

rigoglioso ancora

al sopraggiungere

della tramontana.

 

L’autore intende riferirsi sicuramente ad un sentimento d’amore che urge e preme per manifestarsi liberamente, senza più il pudore che normalmente frena l’uomo in età avanzata.

Questa prima sezione, dunque, ha  le caratteristiche di  un canzoniere, nel quale i toni teneri ed appassionati si alternano a quelli amari e risentiti propri della delusione d’amore.

L’altra sezione della raccolta, dal titolo Altro cercare, segue un percorso parallelo alla prima in cui il poeta ripiega sui temi degli affetti familiari, dell’amicizia, della solidarietà e dell’emarginazione, dando espressione ad una più vasta gamma di sentimenti.

Composte di ventisei e ventidue poesie, le due raccolte sembrano quindi  tracciare una netta separazione fra la rievocazione della fascinosa e mitica giovinezza, caratterizzata dalla presenza dell’amore, la cui riscoperta alimenta  nuovo  vigore e  speranza:

                        Nella tenerezza del tuo sguardo

ritorna la magia di un tempo

e leggero il tuo nome fluisce

dalle labbra levigate di un efebo…

 

              (in Quando i nostri passi…)

e la ricerca di nuove vie al fine di riordinare la mente “a  più belle cose” e di ritrovare nei sentimenti dell’amicizia, dell’umana solidarietà, il senso profondo della vita, come nei versi che seguono:

A te confidavo le pene

che invecchiano il cuore

sulla soglia della giovinezza.

 

              (in L’ultimo abbraccio)

 

Affumicate cosce

senza confine

tra molle e duro;

mammelle svuotate

del succo dolciastro…

(Cruda e amara denuncia delle condizioni di miseria delle popolazioni africane, in Tutto permane).

 

Ma tale dicotomia è solo apparente, in realtà lo stesso pathos esistenziale percorre le due raccolte di poesie.   

D’altronde il tema d’amore fa capolino di tanto in tanto anche nella seconda raccolta.

Negli ultimi versi della poesia Tramonto, la consapevolezza della vana ricerca di un volto amato, che gli sia di conforto almeno al momento del trapasso, fa da dolente contrappunto al risorgere del sole in tutto il suo fulgore:

e io cercherò invano

la tenerezza di un volto

al varco dell’ultima soglia

E in Naviga,  il poeta, viaggiando  tra i ricordi, incontra la donna amata, quando ancora bambina giocava sulla spiaggia:

Sulla spiaggia

dorata,

una bimba

dai riccioli

bruni

gioca

con l’onda.

L’aria

profuma

di viola.

 

Vorrebbe sostare con lei su quell’isola per trovare pace, ma il vento contrario lo spinge lontano  e la mente ritorna al presente, dove pesa il cumulo degli anni e il profumo di viola è nostalgia di madre.

Vale la pena soffermarsi un po’ sulle espressioni “profumo di viola”, ” viole” le quali  sono più volte associate alla figura della madre come in questa poesia e nell’altra intitolata  Le tue mani, mentre nei versi citati l’accostamento dell’immagine è alla bimba dai riccioli bruni

Credo che il poeta attribuisca alle due figure femminili la stessa valenza emotivo-sentimentale, in quanto entrambe rappresentano una perdita capace di provocare forte nostalgia.

Ma nella poesia I miei pensieri, che si trova nella prima sezione, il  profumo di viola  indica certamente la madre, il cui ricordo lo soccorre dalla forte delusione inflittagli dalla donna amata:

ma soccorre all’ultimo istante

l’antico profumo dell’umile viola

che mai il cuore abbandona.

Si arresta il turbinìo della mente,

cullata da una nenia lontana;

cessa il temporale sulla piana.

                                                     (in I miei pensieri)

A questa conclusione condurrebbe l’espressione “una nenia lontana” del penultimo verso, se non che  in Torna settembre, che è  successiva a I miei pensieri, nella seconda strofa ritorna forte la consapevolezza di un amore che permane:

Tutto è deserto,

ma oltre le crepe del cuore

ancor tradisce la speranza

del rimembrar dolce

che mi fu compagno

l’antica fiamma.

Quest’ultima espressione poetica,  a mio avviso, pur immersa in un linguaggio  leopardiano che si evidenzia nei sintagmi “ancor tradisce la  speranza ” , “rimembrar dolce”, riecheggia, seppure lontanamente ed in un contesto emotivamente diverso, i versi 47 e 48 del canto XXX del Purgatorio,  quando Dante , incontrando Beatrice trionfante sul carro e sentendo d’antico amor la gran potenza,  rivolto a Virgilio dice: “Men che dramma di sangue m’è rimaso…// conosco i segni dell’antica fiamma”.    

Il  recupero di un amore, temporalmente lontano, non ha solo carattere emotivo-sentimentale,  ma è segno dell’anima, in quanto gli è stato compagno ed angel visiting nel corso della vita: esso non è infatti centrato sulla donna che lo ha deluso, ma su quella stessa bimba dai riccioli bruni di Naviga.

La catena delle associazioni, dunque, dovrebbe essere la  seguente: (viola, profumo di viola↔ madre↔ pungente senso di nostalgia↔ bimba dai riccioli bruni↔ antica fiamma) ≠ dalla donna che delude il poeta.

Resta, tuttavia, da spiegare il primo anello della catena e cioè il profumo di viola associato alla madre. Posso solo azzardare un’ipotesi e cioè che in modo non dissimile da Caproni, il quale associa la cipria ad Annina (la madre) in Uscita mattutina l’autore dei Canti degli anni tardi abbia conservato la memoria olfattiva del profumo preferito dalla madre. Penso alla Violetta di Parma, profumo molto in voga fra le giovani signore intorno agli anni quaranta dello scorso secolo.(...)

Nello spazio di una breve presentazione non è possibile scavare più a fondo  nella  poesia, apparentemente di stile semplice e colloquiale, di Aristide Caruso. Tuttavia, prima di concludere, vorrei almeno esaminare più dettagliatamente le poesie che aprono le due sezioni della raccolta: Quando i nostri passi   e  Ad uno che non cè più. 

La prima, poesia d’amore, riflette le tensioni di un cuore appassionato che non vuole dimenticare le vibrazioni incancellabili della giovinezza, le quali rivivono come fiamme lontane di un tempo perduto.

I passi sempre più lenti danno sin da subito il senso di un inesorabile spegnersi della vitalità giovanile, ma sulla via da loro tanto amata (“quella via che tanto amammo”)  gli occhi dell’autore e quella della donna si cercano ancora. La tenerezza dello sguardo della donna, così lungamente amata nel segreto del cuore, fa ritornare quasi per magia la forza e il vigore giovanile: “e leggero il tuo nome fluisce// dalle labbra levigate di un efebo”.

Quello sguardo scandisce ora un tempo ritrovato e il  poeta può finalmente abbandonarsi al ricordo, rivolgendosi al- l'amata con toni pacati e confidenziali, in un clima di complicità rinnovata o addirittura inedita, come s’intuisce dall’inizio della terza strofa.

La donna era un mito, il sogno delle notti, quasi a riecheggiare altri personaggi femminili che colpivano l’immaginario di quel tempo (penso alle dive del cinema: Marylin Monroe, Ingrid Bergman, Gina Lollobrigida o Sofia Loren…), ma, come Leopardi in “La sera del dì festa”, il poeta viveva  la tristezza nel buio della sua camera.

Il ricordo ritorna anche alla “gioia nella lunga sera d’estate”, quando gli occhi della donna si volgevano verso di lui che la seguiva continuamente durante la passeggiata serale e alle dolci promesse di quei teneri sguardi.

Ma la dimensione della memoria poi montalianamente  si addipana  ed emerge il groviglio irrisolto di scelte fatte o non fatte.

La seconda poesia parte da ciò che nella vita accade occasionalmente: la conoscenza di un anziano degente in ospedale, che muore appena qualche giorno dopo.

Ma l’animo dell’autore coglie immediatamente quei tratti di umanità che il tempo non può disperdere “il tuo fresco sorriso ed il tuo umorismo// davano coraggio agli altri,//in attesa con te della salvezza”.

La salvezza, questo radicamento alla vita, che è in ciascuno di noi, non può, però, sfuggire all’ineluttabilità della morte descritta dalle parole che danno un colpo al cuore: “Non c’è più, è andato via per sempre”.

Il linguaggio, volutamente prosaico, ci accosta ad un’atmosfera provinciale, tristemente ironica e crepuscolare. Non mancano tuttavia figure foniche (rime:ospedale/ gioviale; assonanze = rime imperfette, in cui i versi terminano con parole contenenti due vocali finali uguali, ma consonanti diverse; consonanze = rime imperfette, nelle quali sono identiche o simili le consonanti tra vocali differenti).

Ne deriva una sottesa musicalità che riflette il ritmo pacato del sentimento.

 

Lamezia Terme, lì 24/04/2008

 

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Recensioni

 

Amore e morte: i Canti di Aristide Caruso

Antonio Iacopetta

Già l' elaborazione grafica di cui è autore lo stesso poeta per la copertina del suo libro, Canti degli anni tardi, licenziato nell'estate del 2008, è indicativo della tematica prevalente del testo, la memoria, il tempo o, se vogliamo, la vita, la morte (vita o amore per il poeta si identificano). Ma che c'è nel disegno di copertina? C'è una strada, il vecchio corso Numistrano con sullo sfondo l'ancor più vecchia e mitica Via Garibaldi di Nicastro, ora Lamezia Terme, dove il poeta in una casa austera ha trascorso l' adolescenza, se non pure la giovinezza; e questa strada del bellissimo centro storico, purtroppo negletto quando, invece, dovrebbe essere patrimonio dell 'umanità, è stata percorsa anche dagli amici più stretti del poeta a cui andavano a fare visita. Alcuni o tanti di questi suoi compagni se ne sono andati e Caruso qualcuno lo rivisita, come Gino Fazio, a cui il poeta ha fatto una telefonata poco prima della scomparsa (pag.44 L 'ultimo abbraccio).

La poesia è un macchinario potente del recupero del tempo perduto e Aristide Caruso questo lo sa, ma il suo recupero seppure straziante, per la perdita di ciò che non può essere assolutamente recuperato, non conosce il lamento crepuscolare; la poesia di questo ormai non più giovane poeta è una poesia fresca, vitale, perché veramente omnia vincit amor.

Ma cos'è questo testo poetico che finito di degustare, non ci si stancherebbe mai di ricominciare da capo? Ha perfettamente ragione lo straordinario prefatore, Augusto Leone, veramente in sintonia col poeta, che (riferendosi alla prima sezione del libro, intitolata Lascia anima mia il pudore...) parla di Canzoniere, seppure è un canzoniere del tutto speciale, essendo stato composto in tarda età; ma l'amore ha poi età? E, tutto sommato, Caruso, più che versi d'amore, sembra scrivere non altro che l'amore.

Quello che dà sostanza alI' amore è il tempo che, inesorabilmente, porta ogni cosa alla fine e dunque anche l'amore, che invece vorremmo eterno. La consapevolezza di questa azione dissolvente del tempo, ovvero della caducità della vita e dell'amore, genera quella dialettica di amore e morte, per cui niente si ama di più di quello che sappiamo svanire presto nel nulla e chi, come l' autore di questi Canti, avverte l' approssimarsi della fine, non può non reagire. Ecco, allora, affiorare la memoria di un tempo felice, mitico, e l'illusione di poterlo rivivere, di attuare quella pienezza di vita sentimentale che la sorte gli aveva negato e che ora è costretto a rinviare " Ma l'anima amante non si arrende/e sospesa oltre l'ombra attende"/ / (p 40) dove l'ombra designa platonicamente il mondo reale .

Augusto Leone accenna al Leopardi, e certamente, per questa aria di amore e morte che si respira nella maggior  parte dei Canti, anche noi lasciamo pensare al Recanatese, e tuttavia troviamo molta affinità tra la poesia di Aristide Caruso e tre poeti della modernità molto casti" e pudichi, molto asciutti nei sentimenti, tremendamente autentici, pensiamo ad Angelo Barile, Diego Valeri e Felice Mastroianni o a quello straordinario poeta che è il Costabile di Via degli Ulivi.

Il linguaggio poetico del Caruso attinge poi ai classici moderni, ma pensiamo più che al Carducci a certi minori dell'Ottocento, il secolo italiano più affollato di poeti, non tutti grandi - è verissimo - ma pure gradevoli e forse anche notevoli a volte. Cosicché è lecito incontrare nei versi di Aristide Caruso parole tronche, ma non bisogna lasciarsi ingannare dall'apparenza, perche il suo è un fare versi abbastanza scaltrito sul piano squisitamente metrico. Prevale in lui un verso moderatamente libero, dal quale, oramai abituati a leggere poeti moderni e contemporanei che hanno obliterato l' ortodossia metrica, si capisce che l' endecasillabo è spesso camuffato, spezzettato, a spizzichi e bocconi; non è difficile però distinguere le membra disiecta, in quanto un senario-verso o un settenario-verso non altro sono che la prima parte di un endecasillabo.

A parte la libertà metrica che l'autore dei Canti degli anni tardi si consente, c'è poi il testo iniziale, Quando i nostri passi, il cui incipit è costituito da un classico, classicissimo endecasillabo "quando i nostri passi sempre più lenti" che è un endecasillabo a maiore e che non è sincopato come in un Foscolo, ma tenue, prolungato melodicamente, alla maniera di un Pascoli, magari di un Gozzano. E gozzaniani sono anche gli alessandrini presenti in questo meraviglioso testo inaugurale dei Canti, "e passarono gli anni dell'adolescenza",(v.16) e "ed il cuore ferito mi ha portato altrove", che ne è l' explicit.  

Il testo di pag. 20, Sono io, ci ricorda, infine, una poetessa calabrese troppo presto dimenticata, ma veramente grande, come Alba Florio:"io, che intreccio/danze con gli angeli/a sentir la tua voce/tra suoni domestici/e voci di bimbi//.

Questo è quanto ci è parso rilevare da una prima lettura; tuttavia occorrerebbe tanto più tempo per interpretare più profondamente e a pieno il canzoniere atipico composto da Aristide Caruso, o i suoi canti, del tutto personali, poiché non sono pedissequamente né leopardiani e né tanto meno campaniani: Caruso non ama le sperimentazioni, che non rientrerebbero proprio nel suo carattere schivo e contrassegnato da quella mitica parola, tutta carusiana, pudore. Un pudore non ostentato ma asciutto, come i suoi versi sorretti da una melodia soffusa e mai espansiva; la sua, di Aristide Caruso, è soave musica da camera.

                                                                                                                           Antonio Iacopetta

   Tratto da reportage, Anno 47 n..23/24(1-31 dicembre 2008)

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Il fascino della parola nel tempo

Note sul lessico arcaicizzante dei Canti degli anni tardi di Aristide Caruso

 

di

Francesco Vescio

 La poesia per molti lettori è un componimento che viene caratterizzato dal verso: l’andare a capo con tanto spazio ancora disponibile nel rigo è una tecnica di scrittura che assieme alla rima, alla consonanza ed all’assonanza contraddistingue, si potrebbe dire ad occhio, un testo poetico da un brano di prosa.

Non per niente D’Annunzio ha scritto:”Il verso è tutto”.

Nelle presenti note non ci si occuperà dei versi o delle strofe bensì dei termini arcaici, che danno a diverse poesie della silloge Canti degli anni tardi di Aristide Caruso un sapore “antico”, ma per il fatto stesso di essere usati oggi un significato “moderno” e, quindi, attuale 

È noto che il linguaggio ha una stratificazione lunga, complessa, che supera nel mondo civile “di mille secoli il silenzio”; esso richiama – come si vedrà più dettagliatamente – mondi lontani non solo nel tempo (diacronia), il che è stato già dimostrato dagli studiosi di linguistica e di poesia, ma pure nello spazio (diatopìa).

Il poeta nel momento creativo sceglie i termini più adatti alla sua espressione fra il materiale linguistico di cui dispone, compone, selezionando le parole esistenti nel sistema linguistico, per ottenere dai termini usati un “valore aggiunto”, un qualcosa di nuovo, che diventa proprio di quel componimento; tramite la poesia, la cultura acquisisce nuove espressioni, che si aggiungono a quelle preesistenti, in questo senso il poeta (ποιητης), colui che fa, è anche autore (auctor), ovvero colui che aumenta il sapere della comunità.

Lo studio del lessico può, pertanto, arrecare un notevole contributo all’intendimento del testo poetico da parte del lettore in quanto aiuta a   comprendere il meccanismo interiore che si   attiva allorché  il  poeta passa dall’intuizione lirica   all’espressione verbale: egli  in quel momento creativo ritiene che l’utilizzo di quel termine risponda alle sue esigenze comunicative.

Tutti coloro che s’interessano di poesia, oltre i poeti stessi, sanno che uno degli impegni più complessi è proprio la scelta delle parole, le quali spesso vengono sostituite per ripensamenti successivi (Problematica delle varianti).

Nei componimenti della silloge di Aristide Caruso sono numerosi i termini arcaicizzanti, che assumono un aspetto particolarmente significativo proprio per la ragione che danno vita, con rinvii di natura storico-culturale, a quel continuum che è la civiltà delle lettere, la quale si rinnova sempre tramite l’uso dei vocaboli vecchi (arcaismi) e nuovi (neologismi).

È questo, fondamentalmente, il senso del messaggio poetico del Porto sepolto di Ungaretti, dove la parola (ma del resto in tutto l’Ermetismo) assume un valore emblematico.

Le liriche di Aristide Caruso, per tanti motivi, legatissime alle sue esperienze di vita ed al territorio in cui abita, attraverso un lessico arcaicizzante – finemente filtrato – offrono al lettore una sensazione pregnante di appartenenza ad una civiltà antica, ad un ambiente il cui orizzonte si dilata  tendenzialmente illimitato nello spazio.

Per il lettore accorto già il primo componimento della raccolta Quando i nostri passi... , all’apparenza un semplice incontro tra due innamorati, ha un forte richiamo alla cultura greca classica: e leggero il tuo nome fluisce/dalle labbra levigate di un efebo. (vv 7-8)

L’efebo era il giovane che ha superato diciotto anni; quante sculture dell’antica Grecia mostrano proprio questi giovani efebi!

Nel verso successivo si dice: Eri un mito…. Ma quanti sanno che tale parola è un termine arcaico?

I nostri adolescenti, anche quelli che non studiano il greco antico e sono la maggior parte, lo usano per indicare un loro idolo, (cantante, calciatore, attore…) o un amico molto ammirato.

Possiamo considerare “mito”(μúθoς) un arcaismo, visto l’uso corrente di tale vocabolo? Eppure tale parola ha sulle spalle secoli e secoli di vita!

Il titolo della seconda lirica Ferragosto diverso (p.16) conferma l’idea sopra esposta; non sono molti quelli che sanno che Ferragosto deriva da feriae Augusti, pertanto questo termine risale alla civiltà romana; ma il suo uso è così comune anche oggi  per cui essa appartiene alla nostra contemporaneità, eppure è abbastanza vetusto, non ha meno di duemila anni, tante generazioni l’hanno usato e tante altre lo useranno ancora.

Nel seguito di queste note non si parlerà più di questi vocaboli arcaici, certamente, e tuttavia avvertiti dal parlante come attuali, ma solo di quelli che appaiono ormai desueti nel linguaggio corrente; non ci si interesserà più di espressioni come dea che unisce, la quale conclude la stessa lirica.

Nel componimento Il tuo mare (p.19) il nome della sirena Ligeia (Λ?γεια) risuona carico di tanti richiami ed echi del mondo mitico dei marinai e dei guerrieri che solcavano anticamente il mare Mediterraneo; emblematico è il mito di Ulisse che si fa legare dai suoi compagni all’albero della  nave per ascoltare la voce melodiosa ma pericolosa delle sirene.

Che dire poi delle danze con gli angeli (v.20), di questi nunzi del divino agli uomini, nella lirica Sono io…(p.20)?

E non richiama alla mente il mondo fiabesco delle Mille e una notte …un tappeto/damascato d’oriente (vv.4-5) della poesia Come in una fiaba (p.21)?

L’Oriente ritorna ancora in un altro componimento, Visione (p.22), dove si afferma con tono quasi sommesso: “Mi sei tornata/ principessa d’oriente…”.

Il richiamo al mondo del mito greco è abbastanza esplicito in Amo il tuo sorriso (p.25), ove si afferma:

                                                                 Ti amo come sei,

                                                                 dolce creatura lunare,

                                                                 con la gioia e il dolore

                                                                 che Selene infligge

                                                                 al suo Endimione

                                                                                  (vv.15-19)

A questo punto per chiarire il testo è sufficiente ricordare che Selene (Σεληνη) è la divinità greca che personifica la luna, tralasciando in questa sede di parlare del suo amore per il bellissimo figlio di Zeus e della Ninfa Calica

Un altro preciso riferimento, anche se non di immediata e facile lettura, lo si trova in Lucenti corpi vaganti (p.29) dove gli occhi della donna amata vengono rappresentati come vaganti corpi della dorata scia di Eros (vv.4-5).

È necessario chiarire che il gioco prediletto di Eros è una specie di trottola aerea, già posseduta da Zeus bambino, che, lanciata in aria, produce una scia come quella di una stella cometa; gli fu donata da Affrodite, per ricompensarlo del favore di aver fatto innamorare Medea. 

Il mito, la fiaba, la Grecia, Roma, il Mare Mediterraneo costituiscono una rete di intrecci, di legami, di richiami in questi testi apparentemente così semplici, colloquiali, familiari che invitano il  lettore ad una riscoperta di quei valori che hanno formato, nel corso della sua lunga storia, l’uomo mediterraneo.

La poesia di Aristide Caruso, tuttavia, non ha affatto un sapore passatistico, in quanto l’autore non è un tipico esempio del laudator temporis acti, ma egli esprime una tensione vitale della coscienza ove il passato è vissuto come presente (non è un caso, forse, quel riferimento a Bergson in Padri e figli, p.60); l’autore sa fare i conti anche con la modernità quando esordisce:”Bianca la pagina di Word/attende, mentre il fumo sale” in Allucinazioni (p.28), o quando alla fine dello stesso componimento conclude accorato:”Troppo fumo, troppo computer”.

La connessione fantasticamente più significativa di questa raccolta può essere considerata certamente quella della lirica Pure tu…(p. 38).

Un piccolo rondone, trovato morto sul fondo della gabbia, fa vagare il pensiero dell’autore sull’azzurro Nilo per richiamare alla memoria Shariyàr, il protagonista de Le Mille e una notte.

L’aspetto sorprendente consiste principalmente nel fatto che tale lettura non presenta assolutamente alcunché di artificioso: i versi scorrono semplici e piani, si tratta della morte di un piccolo uccello, cantata da un’elevata e colta poesia.

Formazione religiosa ed impegno civile sono le due coordinate ispiratrici di Preghiera (p.48), la quale – come specificato dall’autore –  è dedicata alle vittime della strage di Madrid del 11 marzo 2004.

Tale componimento, religiosamente, inizia e termina con l’invocazione:”Signore”.

L’invito a smetterla con la vendetta e con l’odio non ha niente di predicatorio, ma esprime un afflato dolente per le vittime innocenti, barbaramente trucidate in quella strage.

La raccolta si conclude con i versi di un canto della Resistenza (“Scarpe rotte/ eppur bisogna andar…) della poesia Esuli, che è la drammatica rappresentazione in presa diretta dell’incontro di  alcuni esuli russi in una strada della città..

Le liriche di Aristide Caruso hanno il pregio specifico di trattare dei temi essenziali dell’umana esistenza, amore, morte, malattia, amicizia nel vasto contesto storico-culturale del Mare Mediterraneo così come si è evoluto nel corso dei millenni, di cui la lingua è testimone vivificante.

La fantasia, la cultura, la storia infondo non sono altro che la vita stessa, la quale faticosamente e , a volte, dolorosamente, va avanti.

Questo è il messaggio che l’autore invia ai suoi lettori o meglio ai compagni di questo suo viaggio terreno.

                                                                                                        

   Tratto da reportage, Anno 48 n..1(1-15 gennaio 2009)

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Frutti di un autunno ancora rigoglioso

 La poesia di Aristide Caruso in <<Canti degli anni tardi>>

 

di

Benito Paola

 

Il volumetto di poesie pubblicato da Aristide Caruso con il titolo Canti degli anni tardi (Edizioni Simple, pp. 72, Euro 10) si fa apprezzare per  le qualità di mente, di cuore e di lingua che si riscontrano nel contenuto e nell’espressione del mondo poetico dell’autore.

Queste sono, appunto, le prime qualità che balzano agli occhi del lettore attento e sensibile: la serietà, la sincerità, la dignità dell’ispirazione, la quale si sostanzia di verità vissuta e rievocata senza leziosaggini, con una vena di quasi nostalgico classicismo formale, non cercato né ricercato, ma custodito dentro e quasi inconsapevole, come un patrimonio prezioso di generazioni educate alla bellezza del pensiero e della lingua che lo esprime.

Un velo di contenuta malinconia si avverte già ad una prima lettura, ma non turba né rompe l’armonia, che nasce prima di tutto da un ben motivato equilibrio interiore di sentimenti, affetti e pensieri e fa accettare anche quel pizzico di pessimismo che talvolta emerge quasi furtivo tra i versi.

Leggendo i suoi componimenti ci si rende conto che la poesia, quella degna di questo nome, è frutto di ricerca interiore tesa alla scoperta di se stessi, di un bisogno di esprimere la fatica che comporta ma anche la gioia che dà questa ricerca. Bella nella sua semplicità è la lingua adottata, spontaneamente maturo lo stile, nel quale compaiono a volte parole ed espressioni della nostra tradizione letteraria, incastonate con sobrietà e misura in una trama espressiva per altro concretamente vicina alla realtà della vita. 

Succede raramente che le prime impressioni vengano confermate ed avvalorate da un’analisi più attenta, anzi, spesso accade, al contrario, che, ad una disamina più pacata e distaccata, emergano limiti e…cedimenti strutturali e di contenuto, sfuggiti a quella prima <<occhiata>>.

Eppure a me è accaduto proprio così: la seconda più attenta e scrupolosa <<lettura>> è servita a mettere in evidenza quelle qualità espressive, quelle doti d’ispirazione e d’anima che avevo intuito ed avvertito, per così dire, a pelle

Avevo colto il ricco e sapiente uso di una ben articolata polimetria e come questa scorresse nell’alveo di un moderno <<classicismo>>, vale a dire di una tradizione rivissuta e rielaborata in maniera originale, ma sempre rispettosa della misura e dell’equilibrio, che rendono accettabili, quando ci sono i dovuti riscontri, anche le soluzioni più ardite, purché non siano estrose ed arbitrarie.

Tra le qualità del nostro autore emerge, poi, spesso la sua capacità d’impiegare tutti i metri tradizionali, per creare delle armonie musicali e concettuali, frammentando graficamente i versi e mantenendone tuttavia il ritmo con un accorto uso degli enjambement logici, quelli che usava, ad esempio, il Foscolo dei Sonetti e, soprattutto, l’Ungaretti di Allegria di naufragi.

Certo il discorso metrico e ritmico da solo non basta a dare corpo ad una raccolta di poesie;  deve essere apprezzabile il corpo che riveste e lo fa opportunamente se questo è meritevole di attenzione e di cure.

E veniamo al punto, prendiamo in considerazione il titolo stesso della raccolta di cui stiamo parlando: Canti degli anni tardi e chiediamoci il perché della scelta di un simile titolo. Intanto mettiamo da parte la banale constatazione dell’età dell’autore, il quale, se soltanto l’avesse voluto, avrebbe potuto scegliere qualsiasi altro titolo meno <<esposto>> a constatazioni di tale ovvietà. Questo titolo, a mio parere, manifesta ed esprime due momenti essenziali: da una parte lo scorrere inarrestabile ed inesorabile del tempo, come egli ha modo di notare e sottolineare più volte nella sua raccolta,dall’altra il desiderio di non lasciarsi travolgere dal fiume del tempo senza aver lasciato un segno, una traccia di sé.

Mi sono venute in mente le parole dell’indimenticato  poeta Felice Mastroianni che, per spiegare la nascita della sua prima raccolta di liriche, Arcata sul sereno, nell’ormai lontano 1963, scriveva:<< Chi, come noi, avendo nutrito, intenso e vivo, l’amore della poesia, si decide finalmente, nel vespro degli anni, a romperla col naturale timore della stampa…in compenso ha dalla sua una certa scusante, di non essere stato, cioè, suo malgrado, capace di tenere più a lungo segreto quell’indomabile amore nativo. A giustificarci poi con noi stessi può valere un più fondato motivo. Nell’età in cui siamo giunti - ancora in cima dell’anima non si è spento l’ultimo sole e l’alito della giornata che volge alla sera serba ancora qualche aroma del meriggio >>.

Ed ora lasciamolo dire al nostro poeta:

Lascia, anima mia,/il pudore/per la stagione/ non più verde/Ci sono pure frutti/ tardivi,/che addolciscono la polpa/col sapore di un autunno/rigoglioso ancora/al sopraggiungere/della tramontana.

La lirica è compiuta nel ritmo del verso e nella densità della lingua, breve ma veramente efficace nel messaggio e nelle immagini, il cui valore metaforico  icasticamente congiunge il dolce e l’amaro della vita, che il poeta condensa nella tramontana, in una metafora, cioè, piena di significato nel suo oscillare tra presente e passato. Veramente questa poesia, centrale nella prima raccolta, che da essa prende il nome, costituisce il manifesto programmatico di una scelta che l’autore è stato spinto a fare dall’urgere di un bisogno espressivo autentico ed ineludibile.

Non è facile, infatti, in una certa stagione/ non più verde superare il pudore che ci spinge a non esporci ed a tenere nascosto il nostro mondo interiore, ma la consapevolezza che Ci sono pure frutti tardivi/che addolciscono la polpa/col sapore di un autunno/rigoglioso ancora, c’invita a gustarli e soprattutto a farli gustare prima che sopraggiunga o addirittura nonostante il sopraggiungere/della tramontana.

Prendiamo, a mo’ d’esempio un altro di questi <<frutti>>, la lirica intitolata La sua figura. La controllata misura dei versi aggiunge non toglie fascino a questa breve, armoniosa lirica, la quale, del solito ondeggiare che fa il cuore tra presente e passato, coglie il miraggio di un sogno fugace che, però, basta a sollevare l’animo/ dall’uggiosa malinconia e a dare un senso al quotidiano scorrere dei giorni. Nella sua densità semantica e ritmica la lirica costituisce senz’altro uno dei momenti migliori del discorso poetico del Nostro.

Ma un altro componimento, a mio parere, serve a indicare il nucleo tematico di questa prima raccolta, quello intitolato Non è per te. La struttura metrica arieggia nella sua apparente leggerezza la pensosa meditazione di un’ode oraziana; lo testimonia la metafora ossimorica ha sognato dolce/ il fiele della vita e il cuore del poeta ora – come vecchio vino/in legno di rovere…-/ non vuole più confinarsi/nel corteggiare cortese/di un mito di gioventù. L’autore cerca, dunque, con una punta di garbata ironia, di prendere le distanze, ancora tuttavia imbarazzanti dal suo sogno giovanile, come persuaso da una sua ormai acquisita saggezza. Questo componimento, che fa pendant con il precedente e non per nulla nel testo sono vicini, con questo costituisce un esempio del nucleo di cui si parlava, rappresentato, appunto, dal contrasto tra il ricordo del mito di gioventù e del dolore che questo continua a dare al poeta per l’abbandono senza lagrime ed il desiderio-sforzo  di liberarsene riconoscendone l’inconsistente vanità.

In ogni lirica della stessa raccolta torna con accenti diversi ma sempre efficaci questa nota dolente, dalla prima poesia: Quando i nostri passi (E passarono gli anni dell’adolescenza/fra le  dolci promesse dei teneri sguardi./Poi tu hai fatto la tua scelta/ed il cuore ferito mi ha portato altrove) a Onda anomala, nella quale zefiro dolce/della perduta primavera /teneramente carezza/l’anima, a te ignota/ nei giorni del mito, ma giunge poi l’onda anomala/ che trascina/tra gli scogli aguzzi/di un dolore antico. 

Ancora in E non sapremo più… il Nostro  riconosce, come rassegnato, Non sei tu come io vorrei,/e io come tu vorresti./Siamo come siamo:..Gli anni ci allontaneranno/e non sapremo più, io di te e tu di me; mentre in Bellezza splende riconosce: Ti fa rabbia il sottrarmi/ al gioco della vanità/ e del tempo favoloso e, a prendere le distanze afferma: di nuovo cercare tu vorrai/l’amore nei miei occhi,/sarà tardi allora:/vi troverai dolore/e di noi tanta pietà/dopo il rancore.

Ancora un’ultima lirica ci testimonia l’equilibrio ormai raggiunto dall’autore tra l’urgere di un ricordo lontano e lo sguardo ormai pacato con cui egli guarda senza drammi al suo passato ed è Torna settembre: delicata, garbata questa bella poesia che, in modo immediato e spontaneo riporta nei colori e con i colori di settembre il ricordo dolce dell’antica fiamma, evocata senza urti dolorosi, di cui pure resta un’eco smorzata nel verso oltre le crepe del cuore. Allo stesso modo, ma senza insistenze letterarie, emergono gli echi della tradizione nel leopardiano rimembrar dolce e nell’immagine virgiliana e dantesca dell’antica fiamma; ma queste reminiscenze si calano armonicamente nel contesto lirico del componimento ed acquistano ed aggiungono nuova luce alla poesia.

Il componimento che apre la seconda raccolta intitolata Altro cercare, dà subito testimonianza, nel mutamento dello stile, della diversa ispirazione che qui appare improntata ad un sereno <<narrare>> momenti di vita vissuta; ma questo narrare non perde la musicalità propria della vera poesia, anzi ne acquista una nuova e diversa che dà fascino a questo raccontare pieno di partecipe malinconia. Ce lo documentano i versi finali: Ho chiesto al medico di turno/di un signore gentile e sorridente./Un colpo al cuore le sue parole:/-Non c’è più, è andato via per sempre.

Eloquentissima nel suo effondersi metrico e ritmico è anche la lirica intitolata L’ultimo abbraccio sostanziata da una pena virilmente contenuta ma non per questo meno profonda. Nessun momento è fuori posto, tutto è ben intonato, dall'evocazione pensosa della giovinezza trascorsa con le pene/ che invecchiano il cuore/ sulla soglia della giovinezza, alla gioia della nostra passata adolescenza fino a quella inattesa e dolorosa…risposta, che con l’allungarsi del verso cade come una folgore sull’anima del poeta e ne condiziona la voce di pianto. Straordinari, poi, nel loro rapido succedersi gli ultimi quattro versi e quella <<chiusa>> che pesa ancora sulla sua anima.

Intensa, autentica, originale risulta ancora la Preghiera, sgorgata dal cuore del poeta con la semplicità e l’efficacia delle cose vere che il ritmo dei versi, ben articolato, rende in tutta la sua appassionata richiesta di giustizia e d’amore.

Così pure la lirica intitolata La mendicante nella sua essenziale limpidezza, nel ritmo armonioso dei versi, manifesta immediatamente la piena validità dell’ispirazione. Scrive, infatti, il poeta Tu sai già la commozione /del mio cuore/al brillar delle stelle nella notte/e il materno tuo volto/mi consola/se da darti non ho/che il mio sorriso e si rivela un momento di grazia nel cammino artistico dell’autore, il quale riesce a cogliere in tutta la loro valenza e con la  sua ormai ben nota sensibilità i sentimenti e i pensieri che la vita con le sue esperienze gli ispira e quasi gli suggerisce.

Notevole ancora la lunga lirica, quasi un poemetto allegorico, intitolata Naviga. Il componimento è ben ispirato ed impostato sui ritmi di un’ armoniosa  musica   interiore. Il verso assume via via un  andamento cullante, che ben si lega alla immagine della navigazione,e si distende, poi, quando il poeta sogna o s’illude di essere arrivato ad un approdo. Ma Il vento contrario /spinge lontano/…là/dove pesa/il cumulo degli anni ed è poeticamente felice la chiusa con quel profumo di viola/che è nostalgia di madre ed assume qui il ruolo di stella che continua a guidare il poeta o di vento favorevole che lo porta verso un nuovo approdo. Quanto mai appropriata all’economia poetica della lirica risulta, di conseguenza, la soluzione metrica adottata.

Ed il discorso potrebbe continuare ed approfondirsi nell’analisi di altre bellissime liriche: Sotto le stelle la cui estrema semplicità di dettato registra un dramma umano con straordinaria partecipazione emotiva, la quale spinge il poeta a dire che di fronte all’indifferenza degli uomini si mobilita, quasi, la pietà della natura; pietosi sono, infatti, i cani del parco/che hanno vegliato/il corpo supino/fino all’alba, e tristi sono anche le stelle di un cielo non tuo; ancora una volta l’eco foscoliana, assimilata e rielaborata in modo originale accentua emotivamente ed espressivamente l’impatto doloroso della vicenda sul cuore del poeta.

In Visitando un piccolo cimitero il procedere lento ed armonioso dei versi esprime validamente lo stato d’animo dell’autore e la densità semantica del lessico, appropriato, dà luce e colori alla lirica che parla di un momento di riflessione e quasi di pausa nel turbinio della vita. Nell’atmosfera pensosa che connota la lirica anche la morte perde il suo aspetto doloroso; allo stesso modo in Due novembre limpida, serena, appena sfiorata dalla malinconia, da cui il poeta sembra voler dichiaratamente rifuggire, la lirica si apre all’abbraccio dei suoi cari, che egli sente così vicini al suo cuore da coglierne quasi <<fisicamente>> la presenza e avvertirne la letizia nella luce della sera. Più valida questa poesia che lega vivi e defunti nel cuore di chi resta, verrebbe da dire non poteva essere, poiché armonioso come il contenuto è il suo discorso metrico e ritmico.

Ed infine Esuli, pascoliana nell’ispirazione, ma moderna nel ritmo, questa breve lirica anticipa già nel titolo la drammatica attualità del contenuto: la scena rappresentata coglie molto efficacemente la corrispondenza tra la vita della famigliola e le parole ed il destino di un popolo: Una vecchia, un giovane,/una fisarmonica, una chitarra,/Fischia il vento…/Ciotola sul marciapiede/e povere cose ammucchiate.  Poi la nostalgia si fa dolente, Lagrime con pioggia di levante/e la musica riprende:”/scarpe rotte,/ eppur bisogna andar…”come la compartecipazione del poeta e la sua umana  pietas  verso i deboli e gli emarginati.

Nella seconda raccolta, a mio giudizio, il rapporto arte-vita si fa più diretto e profondo e la poesia acquista una risonanza più vibrante ed una motivazione più rispondente alle corde intime dell’anima senza nulla togliere a quanto si è detto nell’analisi della prima.

Non mi resta ora che sperare di essere riuscito a dare una sia pure pallida idea della serietà, della verità e della validità della poesia di Aristide Caruso, la cui esperienza umana trova nella sua arte un’autentica fonte d’ispirazione.

 

    Tratto da reportage, Anno 48 n..10 (16-31 maggio 2009)

                                                                                                                 

 

 

 

 

 

 Aggiornato il 27 . 01 - 2017

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