Aristide Caruso

   

 1941

 

"La poesia è un macchinario potente del recupero del tempo perduto e Aristide Caruso questo lo sa, ma il suo recupero seppure straziante, per la perdita di ciò che non può essere assolutamente recuperato, non conosce il lamento crepuscolare; la poesia di questo ormai non più giovane poeta è una poesia fresca, vitale, perché veramente omnia vincit amor." (Antonio Iacopetta ln reportage, Anno 47 n..23/24(1-31 dicembre 2008)

 

 

 

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Ferragosto diverso

Quindici agosto oggi.

Il corso è deserto come allora,

quando il cuore soffriva

l’assenza di un sorriso.

Come allora, compagna deforme,

l’ombra  lambisce

la calda impronta sull’asfalto

che il fresco della sera poi trasforma

in notturni effimeri graffiti.

Ma oggi vi leggeresti

le note dolci di un inno

alla dea che unisce.   

                                    

 

 

 

Il tuo mare 

Amasti ed ami ancora questo mare

ove triste giacque Ligeia,

che nella pupilla spenta

ancor recava l’amato volto

funesto alla sua gente.

Volse in lamento il canto,

funereo presagio al naviganti

quando la bruma stringe l’orizzonte

e le onde si tingono di pece.

Su queste spiagge – sono tanti anni ormai –

risuonava il canto di un amore acerbo;

divenne pianto disperso dal vento

che odi ancora, se – chiusi gli occhi –

ascolti la risacca all’imbrunire.

 

Come in uno specchio

Non conoscono, i miei giorni,

splendore di stella,

se non fissando lo sguardo

alla luce ancor viva del ricordo.

Ed è come guardarmi

attraverso uno specchio,

che mi restituisce

gli occhi raggianti

di giovanile amore

e il caldo profumo di magnolia

in quel piccolo giardino,

dove le palme scandiscono ancora

la durata di un sogno.

La sua figura

 

La sua figura

si staglia nella luce,

a sollevare l’animo

dall’uggiosa melanconia

di questa sera d’autunno.

E’ quell’antico balcone

a compiere la magia,

ma è un istante;

il cuore avverte la tristezza

dell'abbandono senza lagrime

che incombe

sulle passate vaghezze.

 

 

Cantava allora...  

 

Cantava allora,

la  serenata,

di lune verdi

sorridenti;

di  lune rosse

amiche e confidenti.

 

Ora è canto

di laconiche lune

scoloranti,

ma pietose ancora

di bimbi abbandonati    

tra pattumiere

ed angoli di strada.

Sotto le stelle

 

Quindici anni,

a piedi nudi,

quasi un bambino!

I cani del parco

hanno vegliato

il corpo supino

fino all'alba.

 

Pietoso,

l’ultimo rimasto

insiste – guaendo –

a leccare il piede

sotto le stelle tristi

di un cielo non tuo.

 

Tristi occhi...

Tristi occhi

 a vegliare il sonno convulso

 dell’ultimo fratello

 – pausa gioiosa

 allo studio attento

 in giorni di speranza.

 

 Batteva forte il cuore

 ad ogni tua partenza.

 Da te i primi balocchi

 e  nel fondo del setaccio

 molte prime volte:

 Pinocchio a colori;

 il mare, dove fui tuo figlio

 – per burla a quel tuo amico.

 

Ed ora che mi accingo

al tuo stesso viaggio

per l’ultima prima volta,

severo, il volto disegna

la negazione in una smorfia,

o fratel mio.

Visitando un piccolo cimitero.

 

In una dolce giornata

tersa fino al golfo,

sorprende il risuonar dei passi

fra le strette viuzze

che vi separano.

E vado sostando

ad ascoltar la sinfonia

dei lecci e dei castagni,

che il canto e il volo

spargono dei merli

nel verde lucente

della vallata.

 

Cognomi ripetuti

su lapidi antiche

a compendio di vite

avvezze a giorni uguali,

che han fatto men dura

l’unica partenza

tra  mura domestiche

e pietosi volti familiari.

 

Padri e figli

 

Padre, ti rivedo ancora

assorto in remote lontananze

mai raccontate

(o forse fu solo disattenzione

di bimbo non avvezzo all’ascolto).

Non colmarono il vuoto

la tua voce  commossa

nel raccontare al diciottenne liceale

quella filosofia dell’ elan vital

cara agli anni giovanili,

né quell’ultima lettera

alla coetanea vecchia amica:

filigrana di pena segreta

che il caso aveva liberato

dal sedimento del tempo.

Te ne sei andato subito dopo,

prim'ancora che si  svelasse

la profondità del cuore,

e temo ora l'ineluttabile replica.

 

 

 

 Quando i nostri passi

 

 Quando i nostri passi sempre più lenti

 s’incrociano su quella via

 che tanto amammo,

 i nostri occhi si cercano ancora.

 

 Nella tenerezza del tuo sguardo

 ritorna la magia di un tempo

 e leggero il tuo nome fluisce

 dalle labbra levigate di un efebo.

 

 Eri un mito, il sogno delle mie notti,

 la tristezza nel buio di una camera

 mentre fuori impazzava il carnevale,

 ma  anche la gioia

 nella lunga sera d’estate,

 quando la luce dei tuoi occhi

 volgeva su di me che ero la tua ombra.

                                                                   

 E passarono gli anni dell'adolescenza 

 fra le dolci promesse dei teneri sguardi

 Poi tu hai fatto la tua scelta

 ed il cuore ferito mi ha portato altrove.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono io …

  

Medoro o Orlando?

Chi dei due io sia

non so;

ma nel vaneggiar,

per ferite esangui

o per senno

fuggito sulla luna,

riconosco

il canto del cuore

che ha accompagnato

gli anni.

Sono io, io,

mia dolce Angelica,

io, che ho custodito

la regale immagine!

io, che ho conteso

al Vecchio

la primavera dell’anima!

io, che intreccio

danze con gli angeli

a sentire la tua voce

tra suoni domestici

e voci di bimbi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ad uno che non c’è più

* 

 

Ti ho conosciuto quel giorno in ospedale:

signorile nell’aspetto e gioviale

come sa chi ha grande esperienza.

Il tuo fresco sorriso e il tuo umorismo

davano coraggio agli altri,

in attesa con te della salvezza.

Ti ho detto complimenti

per gli anni portati così bene.

Mi hai sorriso:- Sono ottantadue -.

Poi un giorno sei andato fiducioso

Ti ho cercato dopo nelle corsie,

fra gli ammalati in via di guarigione.

Ho chiesto al medico di turno

di un signore gentile e sorridente.

Un colpo al cuore  le sue parole:

- Non c’è più, è andato via per sempre.

 

 

 

 

 

Testi tratti da

Canti degli anni tardi - Ed. Simple,Macerata 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Aggiornato il 27 . 01 - 2017

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