Dario Galli

 

 Il cantore nostalgico della vecchia Nicastro

 1914 - 1977

"Per questa poesia della memoria, che ha trovato la sua espressione più felice nel dialetto nicastrese, Dario Galli merita di appartenere al patrimonio culturale della Calabria e di avere un posto accanto agli altri poeti del Reventino" in Eugenio Leone-Dario Galli/La poetica della  memoria e il dialetto nicastrese, Soveria Mannelli.

 

 

 

 

 

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Allu cantu d"a vrascera

Nell'immediatezza espressiva del dialetto nativo la poesia del Galli si salva dalle suggestioni libresche e dal virtuosismo formale, e trova la spontaneità necessaria perché i motivi appena accennati nelle poesie in italiano acquistino compiutezza e vigore poetico.

Solo ora, anzitutto, il poeta riesce ad esprimere al meglio il suo acuto spirito di osservazione e le sue capacità descrittive, come nel magistrale schizzo della fatiscente scuola elementare della sua infanzia («'I scoli 'i Cardamuni») o del presepe della chiesa di S. Francesco («Vijllia 'i Natali» ) ; e spesso sa anche cogliere con arguta finezza il sottile, misterioso legame delle cose vecchie con la «storia» dei personaggi, come nella stupenda descrizione dell' ottocentesco salotto di Donna Ciccia e dell'antiquato abbigliamento di Donna 'Malia.

Cambia inoltre l'atteggiamento davanti alla realtà del tempo presente: il poeta non distoglie gli occhi da essa per chiudersi nel ricordo lamentoso della vecchia Nicastro, motivo dominante di Sette faville e di Strade del mio paese, ma sa sorridere davanti alle grandi novità dei tempi nuovi, come la moda delle donne in pantaloni («Ndon Micheli m'ha ccuntàtu») e il ricorso alla penicillina creduta miracolosa panacea di tutti i mali («'A midicina») .Egli non è un poeta monocorde: sa anche sorridere con un po' di amara ironia su se stesso e sui suoi sogni di gloria («'U ritrattu», «Sùanni strambi») e quando, nella paurosa incombente minaccia di un devastante scontro atomico tra l'Occidente democratico ed il blocco sovietico ai tempi della guerra fredda, chiede consiglio ad un amico perché, questa volta, non vorrebbe fare un'altra «guerra sbagliata che poi non gli conta» come quella che fece in Spagna («Cruci e smiragghji»).

E c'è nelle poesie da lui definite «Strumbelli » (Lat. nugae) una vis polemica e satirica finora inespressa.

Ma anche gli affetti familiari, che tanta parte avevano avuto nelle commossa rievocazione della sua nutrice; o come in «Fhiliciuzzu d"a Valera», ricordo brioso e triste al tempo stesso dei compagni di giochi di una infanzia spensierata, dei cari scomparsi e soprattutto della mamma, e in «'U donu», festoso saluto alla figlia Donatella venuta alla luce il giorno dell' Epifania.

E se tra le poesie in italiano ne troviamo una sola ispirata alle grandi festività religiose, povera di calore e oleograficamente stereotipata nel suo impaccio espressivo («Natale» in Canti crepuscolari, cfr. p. 138), ora proprio queste ricorrenze così care alle gioie familiari sono lo spunto per i momenti più felici di una poesia dei ricordi che nasce dal contrasto tra la immutabilità dei luoghi e delle cerimonie liturgiche ed il fluire inarrestabile degli anni con il loro carico di delusioni, di rimpianti e di dolori.

I pastori del presepe della chiesa di S. Francesco sono gli stessi dei tempi dell'infanzia, e le stesse sono le cerimonie della vigilia di Natale e 'a calata dell' Angelo sulla grotta, che il poeta rivede dopo tanti anni con occhi disincantati, tenendo per mano il figlioletto Sergio. Ma proprio davanti a quella grotta affiorano struggenti i ricordi degli indimenticabili suggestivi momenti vissuti da bambino con la mamma che lo teneva per mano («Vijìlia 'i Natali»).

Durante il mese di maggio la Madonna sorrideva indulgente tra le rose allo scambio di sguardi tra lui e Rosa ed al loro sogno giovanile di amore. Ed il poeta ritorna una sera di maggio di tanti anni dopo nella stessa chiesa e si appoggia alla stessa colonna, la corona di stelle attorno al capo della Madonna rifulge come un tempo, anche l'omelia è quella sentita altre volte: ma non è più lo stesso il volto segnato dagli anni del vecchio sacerdote, e Rosa ha tanti fili d' argento tra i capelli biondi e nel cuore tanta tristezza ed infelicità, dolorosamente avvertita e corrisposta dal poeta nel rimpianto di un passato irripetibile («Vint'anni»).

Ma è ne «L 'ùrtimu pasturìallu» che questo contrasto tra la immutabilità e la insensibilità delle cose, il fluire del tempo ed i sogni giovanili delusi raggiunge a mio giudizio il momento più felice di questa poesia della memoria. Che cosa resta, dopo tanti anni, del presepe costruito nei giorni precedenti il Natale dalle mani paterne con cura amorosa nella stanza da pranzo? Solo i ricordi di una fanciullezza mitizzata come l'età più felice, perché quel presepe si è dissolto nel tempo con i suoi pastori e la stella sulla grotta. Tutto si è dissolto, ad eccezione di un superstite pastorello di creta che il poeta ormai adulto ha salvato dal naufragio generale riponendolo con cura nella credenza a vetri della stanza da pranzo, tra i piatti di porcellana e i bicchieri di cristallo. Non è un salvataggio casuale: è il pastore che guardava la stella sulla grotta ed ha una mano davanti agli occhi amo' di visiera quasi a farsi solecchio davanti al suo splendore. Il poeta fanciullo si era sempre immedesimato in quel pastorello, e nella stella della grotta, grande e luminosa alla sua fantasia, vedeva l'immagine del suo destino, un futuro di gloria e di felicità. Ora quella stella non c'è più e da tanti anni il poeta, ormai disincantato e deluso, la cerca anche lui: sarà forse ora una stella che dolorante piange in cielo sulla malvagità del mondo, e la sua luce è così opaca e fioca che neppure il pastorello, che dalla vetrina scruta ancora il cielo nella fissità della creta, potrebbe trovarla. Ma se riuscirà a trovarla in cielo, quella stella, chissà, la mostri al poeta perché egli abbia ancora una speranza da vivere.

In questa visione disincantata e dolorosa della vita («' A vintura>>) acquistano col dialetto rilievo ben diverso anche certe figure che nelle poesie in italiano erano rimaste macchiette prive di interiorità: adesso il poeta le guarda con occhi dolenti e scopre in esse una umanità finora ignota. Migni Mogni, lo scemo del paese, che era stato visto prima come una delle «cose» caratteristiche della vecchia Nicastro (Antol. : «Vecchio Corso») , ora che è morto viene chiamato con una sensibilità tutta nuova col suo vero nome, 'Ntonarìallu. Ne resta solo una fotografia nella vetrina di una rivendita di tabacchi sul Corso Numistrano: ed il poeta resta dolorosamente colpito dalla indifferenza della gente che passa davanti alla vetrina, e pensa ad una croce dimenticata piantata nella nuda terra del cimitero («Migni Mogni»).

Ciccu Tonnu, il mendicante della poesia che a lui si intitola, picchiava sempre tre colpi vigorosi al battente del portone di casa il martedì di S. Antonio ma sbagliava spesso e volentieri giorno, ed il poeta bambino correva allegramente ad aprire e gli dava di nascosto due soldi per sentirlo cantare la canzoncina del gallo perduto; ora a quello stesso portone ha bussato piano piano la Morte, un colpo per volta ma per tre volte, come Ciccu Tonnu.

Donna 'Malia, curiosa, golosa, nel suo abbigliamento ottocentesco è un piccolo capolavoro di felicità descrittiva, ma basta un accordo di chitarra perche nel suo turbamento il poeta intuisca i ricordi e i rimpianti della giovinezza perduta e di una bellezza sfiorita: e di una macchietta fa una creatura dolente osservata con umana simpatia («Donna 'Malia Mindicinu»). 

Ma soprattutto nelle figure femminili c'è un cambiamento profondo: nelle poesie in italiano ne troviamo una sola, evanescente convenzionale e fredda in «Fili d'oro» (Antol. ). Troviamo ora creature vive e dolenti nel rimpianto di felicità sognate e poi deluse dalla realtà della vita, come Rosa rivista dopo venti anni in chiesa una sera del mese di maggio con tanti capelli bianchi e tanta tristezza nel cuore. E due colombe che tubano su un cornicione, la festa d' 'a Santa Cruci, un cancello aperto e una finestra che sbatte in una casa vuota ridestano nel poeta il doloroso ricordo della voce squillante di Catirina che cantava lieta ed ora è morta («' A vuci», «Catini», «Palumbella 'nnamurata»). Ed anche nella descrizione così vivace e sorridente della consegna della prima littirella d'amuri c'è un contrasto di pianto e di riso, di bellezza e di bruttezza, ed un presagio di morte («'U primu amuri»).

Sono tutti questi, per l' appunto, i motivi ispirati ai ricordi giovanili che noi troviamo nella prima poesia che dà il titolo alla raccolta («Allu cantu d"a vrascera»): ricordi che il poeta ha voluto fermare sulla carta, uno per uno, su tanti fogli scritti e messi da parte per l'ultimo giorno perché, buttati sulle braci ormai consunte del braciere della vita, riscaldino il suo cuore con una ultima, grande fiammata.

Io credo invece che questa poesia dei ricordi meriti di sopravvivere al suo autore.

E che la segreta speranza del poeta fosse di sottrarre all ' oblio del tempo il tesoro della sua memoria a me sembra evidente perché questa prima poesia del libro, una vera summa dei motivi più validi e a lui più cari e quasi un testamento poetico, deve essere stata scritta per ultima o tra le ultime.

Ed è significativo che il Galli abbia voluto premettere alla raccolta questa summa dei motivi più cari: mi sembra di cogliere in essa, per la prima volta, la sua consapevolezza di aver raggiunto la vera poesia

Per questa poesia della memoria, che ha trovato la sua espressione più felice nel dialetto nicastrese, Dario Galli merita di appartenere al patrimonio culturale della Calabria e di avere un posto accanto agli altri poeti del Reventino.

 

Eugenio Leone-Dario Galli/La poetica della memoria e il dialetto nicastrese,    Soveria Mannelli .

 

 Aggiornato il 27 . 01 - 2017

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