Franco Berardelli

    

 1908 - 1932

"Il suo canto non si pone limiti o regole; ordine o strutture metriche, ma puttosto sincerità, umana passione, sussulto di vita; esprime il <<momento>>, il sentire immediato del cuore, il sussulto strozzato di una vita che muore; lo sfogo di un cuore che pulsa, che vive indeciso col quel suo trastullarsi e nutrirsi non già di sogni inappagati, ma del suo vivere breve". (Sebastiano Nello Maruca, Un poeta della Vita, Franco Berardelli, Pellegrino Editore, Cosenza 1978 p.17)


 

 

 

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...Berardelli andò alla ricerca della salute in un sanatorio a Prasomaso sulle Alpi ed ebbe presente ne "L'Altra cosa Bella"(postumo; Roma, 1963) la vita e la

morte di Guido Gozzano. Alla sua morte non mancò la esaltazione che la pietà del caso favoriva e il poeta fu celebrato a Roma, in Calabria, in America. Gli

s'innalzarono monumenti a New Castle (USA), e certamente se si considera la tragica sorte si comprende quell'esaltazione ma non si è più nella critica

essenziale; per cui riteniamo che una migliore misura di giudizio innalzerà il Berardelli che lascia alcuni componimenti spontanei che meritano di essere

ricordati non in assoluto (come spesso si fa) ma storicizzandoli nel ritardato gozzanismo. Nei componimenti più maturi il poeta tende a far cadere l'enfasi e

la solennità e a esprimere l'elegia individuale e quella degli eroi morenti. Antonio Piromalli: in Letteratura Calabrese Pellegrino ed. Cosenza 1996



   Franco Berardelli senza mai smentirsi o distrarsi, fu il funereo cantore della morte: morte prosaica, usuale, vicina, fisica, recuperata  a se stessa. La denudò dei suoi simboli metafisici e metastorici, la liberò dalle croste storiche, e la restituì nella sua umana inumanità. Gli apparve come morte lenta, morte triste, morte bella nell'Altra cosa bella, scritta in sanatorio nel 1926, e in cui l'inflessione crepuscolare si stacca avvertita, perchè Guido Gozzano non è un modello, ma un'anima fraterna, una scheggia sanguinante dello stesso dramma della giovinezza che scende nella tomba. Ma Franco Berardelli non sa sorridere ironicamente della morte come il poeta di Aglie Canavese; sa soltanto ottenerla senza tremare,accettarla senza imprecare, guardare senza fuggire. Non la teme, ma non la desidera, e riposa in questo il suo tenero attaccamento alla vita, che si copre di ombre e ricordi, di nostalgie, di desideri appena accennati. Una rattenuta malinconica spira dai suoi versi scritti con la morte nel cuore,che si porta consapevole a 18 anni e da ragione di un'assenza: gli accenti d'amore. Il lungo matrimonio di amore e di morte, che ha incendiato tante pagine della nostra letteratura, si dissolve, come mummia toccata dall'aria, nella produzione del poeta martiranese:l'amore è concesso ai vivi, che possono morire, non hai moribondi, che non possono vivere. Colloqui, discorsi alla morte, alla sua morte lenta sono i canti, e non alla sua morte soltanto egli è attento. I suoi personaggi sono personaggi di morte, che d'ombra del crepuscolo precipitano nella notte fitta, intensa, irredimibile. Tutti hanno qualcosa di penoso, di fragile, di comune miseria: siano grandi come Saffo o anime semplici come il vicino di letto malato dello stesso male... 

Pasquino Crupi in  Letteratura Calabrese Contemporanea, Casa Editrice D'Anna, Messina- Firenze 1972



 ...E mi piace prendere emblematicamente le mosse da un poeta geneticamente calabrese, ma acidentalmente romano per anagrafe: Franco Berardelli (1908 - 1932), il quale mostrò di avere con Gozzano più di qualche tratto simbiotico, anche in ragione di un comune destino di sofferenza, tanto da giungere a una sorta di venerazione del suo mito. Esule e randagio per l'Italia in cerca di un luogo capace di ridargli con la salute, la pace, Berardelli si era fatto conoscere, giovanissimo, sia pure da pochi intimi con due raccoltine di versi, Penduli di Mughetto (1921) e Voci della notte (1922), e con un poemetto drammatico, La più grande felicità (1922). Ma espresse più compiutamente la sua tristezza malinconica dalle solitudini di un senatorio alpino, consegnandola a un volumetto, L'altra cosa bella (1926), rimasto a lungo inedito fino a che Salvatore Foderaro si decise a proporlo alla stampa per i tipi di Canesi (1963), verosimilmente nella redazione approntata dall'autore. Il richiamo di Gozzano, contenuto già nel titolo e confermato dall'epigrafe in esargo, era assai più che un lapsus, e rispondeva a un intento programmatico che s'innestava su una frequentazione assidua della sua opera. Berardelli aveva preso a viatico proprio I Colloqui nell'accingersi al personale viaggio tra corsie d'ospedali e colli ameni. Ma intuiva già che gli era negata la possibilità di un salvifico approdo. Tanto da dover riconoscere, al cospetto dell'Adda:


Venni qui. Una pena,

nel cuore, infinita,

il desiderio di morire

senza uccidere la Vita:

così, finire

per una breve vena

spezzata nel cuore.[...]

Chiamai, folle, piangendo, un nome

di donna!...Ah! La Vita! [...]

Mi chino, ti guardo, sogghigno;

ma ho gli occhi bagnati di pianto,

e penso che devo morire.

                                      (A L'Adda)


                                                                     

                                                         

    La malinconia tipica della lirica crepuscolare diviene quasi strumento di conforto di quella pena. Il poeta prova a respingere la tristezza, e quasi si dispone a coltivare nell’esercizio del verso la fole di << un tempo lontano, / un sogno suo vano / de la Giovinezza>>, legato ancora a <<le due cose belle>>, mentre contempla, in una sorta di ritratto di famiglia, i parenti pià cari. In uno dei Sonetti (1931) Berardelli sommessamente confessa alle sorelle il tormento di un ineludibile destino, quasi ammiccando alla morte mentre fa proprio il gozzaniano desiderio di pace:

Luigi Reina in Percorsi di Poesia (Occasioni, proposte, indagini) Alfredo Guida Editore Napoli pp188-189




L'idea iniziale di seguire, in certo qual modo, un ordine cronologico in queste mie "noterelle", era destinata prima o poi a cedere all'amore di solito provocato da occasioni o impulsi fortuiti. Nella fattispecie, a dedicare il presente medaglione a Franco Berardelli sono stato indotto dal recente soggiorno nella mia casa di Canale Kilometrotre, dove campeggia nella mia bibliotechina calabrese di libri amati che rileggo per lo più nei mesi estivi. Negli anni del ginnasio Franco Berardelli è stato per me un autore cult: ho cominciato a conoscerlo sulle pagine di "Calabria Letteraria" di Emilio Frangella dove, a puntate, Emilio Barillari ha pubblicato un saggio di straordinario acume critico intitolato "La grande poesia silenziosa". E anche tramite l'appassionata "celebrazione" Per Franco Berardelli di Giuseppe Casalinuovo, pure lui poeta notevole, comprata insieme a Dall'ombra e Celebrazioni da donna Delina Fera, sorella del maestro Domenico, lettore onnivoro che lasciò una discreta e disordinata biblioteca da me giovinetto saccheggiata seguendo un istinto "di libra liccarduni", ancora oggi non sopito. Il primo nucleo della mia "sontuosa" Bibliotheca risiede in quei volumi comprati, da donna Delina, a soldi o a olio a seconda dei bisogni dell'arzilla vecchietta, e che adesso occupano uno scaffale-icona a documentare e celebrare gli inizi della mia "malattia" per i libri. La vicenda umana e il valore poetico dei versi di Franco Berardelli che mi capitava di leggere mi presero tanto intensamente che gli ho dedicato una mia giovanilissima poesia intitolata Chopin, certamente non all'altezza di quella che aveva scritto lui sull'immortale musicista. Comunque, nel mio fervore adolescenziale, ho inviato al padre di Franco, l'alto magistrato di Cassazione Giulio, una copia del mio scarabocchio ed ebbi in risposta e in dono la fotografia del poeta con una dedica che da allora, in cornice, è posta accanto a quelle dei miei cari. Franco Berardelli è leggenda: morto a 23 anni ha lasciato una cospicua produzione letteraria di cui alcune cose di alto livello artistico: sonetti, odi, 6 drammi, poemetti, 2 romanzi, traduzioni dal greco e dall' inglese. Credo che a tutt' oggi l'opera del giovane poeta è inedita, tranne il volumetto di cui qui si discorre. Esso consta di tre sezioni: La morte lenta, La morte triste, La morte bella. In esargo sono riportati alcuni versi di Guido Gozzano: "Reduce dall' Amore e dalla Morte/gli hanno mentito le due cose belle./Fratello triste, cui mentì l'Amore/che non ti menta l'altra cosa bella". Il titolo dell'opera e i versi proposti quasi a guisa di talismano, collocano senza esitazioni la poesia di Berardelli in quel sistema letterario che il felice intuito critico di G. A. Borgese definì crepuscolare. La vicenda biografica lo apparentò naturalmente ai crepuscolari che esprime al fondo di tutto la malattia e il disagio del'esistenza. E nell'ambito del crepuscolarismo Berardelli va accostato più che a Gozzano, anche e soprattutto dandy di esibita e accattivante autoironia, a Sergio Corazini, senza dubbio più prossimo per biografia e accenti elegiaci. Difatti il tono fondamentale è l'attesa della morte: "morire/senza uccidere la vita,/così finire/per una breve vena/spezzata nel cuore". Una poetica che riscatta i "segni della vita non vissuta" (Rilke) e il dolore nella favola del passato: "la stanca Giovinezza,/ch'egli non ebbe mai". L'apparato dei titoli delle più belle e intense composizioni (Alla malinconia, Il Passato, Tristezza, Pianto d'autunno, Vecchia canzone, Morte del fringuello, Testamento) e dei luoghi ("nel tuo giardino antico; "il giardinetto, chiuso dalle aiole"; "era un chiaro giardino"; "il giardino incantato"; "la sera/scende nella mia stanza,/piena d'ombra e di sogni"; "la noia infinita/d'un desiderio antico"; "Albero che ti spogli/della verde/ipocrisia"; "sudario/di malinconia"/; "Questo lembo di cielo/ch'io guardo/ed è sempre lo stesso,/grigio, uniforme, monotono/come un sudario" e della consapevolezza del proprio destino determinano quella "condizione crepuscolare" struggente e rassegnata che apparenta gli uguali persino nei simboli delle cose inanimate: "Una cupa pineta/un lungo refettorio/un triste sanatorio"; "il povero malato/che piange sul suo giorno/già rivolto al tramonto"; "Stasera è venuta/la dolce sorella/che ha nome Tristezza"; "tu sei quello che sono:/un canto d'abbandono"; "Io ti guardo con tanta/tristezza /immagine di sconosciuta/malata di giovinezza/perduta nel tempo, che tutto scolora,/che io, vecchio, ritrovo/nelle pagine antiche,/un po' stinte,/dell'album/che guardo, con nuovo/rimpianto"; "Ti rassomiglia l'anima:/butta le sue speranze/si sveste delle spoglie/primaverili, come/tu delle foglie;/non una le raccoglie/ala di canto"; "Povero uccello/abitatore del cielo/intirizzito dal gelo,/che hai trovato una sosta/al tuo andare,/al dolore,/vicino ad un altro randagio/che muore"; del mio stesso male,/qualcuno vicino, moriva". Sulle occorrenze dell'aggettivo "vano" e sue dilatazioni semantiche si sostiene la "calma disperazione" che fu di Saba e di Caproni almeno, e la vanitas vanitatum delle scritture, come sui topoi, di scuola inevitabilmente, e si aggiunga, a chiusura, la volontà di decidere i rituali del dopo, senza l'enfasi e il retoricume solito: "Non voglio nè l'ombra dei verdi/cipressi, nè un fiore, /sul marmo/che chiude le mie ossa,/non vane parole/scolpite,/null'altro che il sole/e l'oblio./Coprite la tomba/con lembo di cielo/ch'io guardo,/ed è sempre lo stesso/grigio, uniforme, monotono, /come un sudario". Da una finestra del sanatorio sulle Alpi di Rogueda quel lembo di cielo fu certamente "l'ultima cosa/ch'io forse vedrò con piacere" e lo richiese come estrema e confortevole immagine del suo affranto "pensare/che forse mi tocca/morire/tra poco". Da quelle prime adolescenziali letture ho attraversato molte migliaia di versi eppure dopo tanti anni questi di Franco Berardelli mi hanno fatto riprovare emozioni antiche di cui sono lieto e fiero di aver dato qui notizia

Antonio Barbuto

in Associazione culturale“La Radice ”http://www.laradice.it/p=view&cod_art=1204041
Data:31/12/2006 -Anno:12 -Numero: 4 – Pagina: 4





Il buon esempio di Gaspare Caputo

Pubblicato il 18 aprile 2009 da Tommaso da Martirano su http://gli-amici-di-berardelli-franco.over-blog.it/

Franco Berardelli poeta sconosciuto, perché ignorato dai critici contemporanei. Sono pochi i critici letterati che scrivono di lui. Gaspare Caputo critico letterario si è reso partecipe di varie iniziative sul poeta, come la proposta di inserire nei programmi degli istituti scolastici la lettura e lo studio delle sue poesie. E’ una fortuna che esistano persone coraggiose e convinte delle proprie idee. Gaspare Caputo è un esempio da elogiare, con tenacia e perspicacia vuole indicarci la strada di un’attività culturale, che ci faccia riscoprire e fortificare i nostri valori e la nostra coscienza. Berardelli è una delle figure calabresi che con la loro passione e il loro lavoro hanno saputo esprimere in senso moderno l'idea d’appartenenza, che Caputo da anni studia e promuove, inserendolo nella complessa operazione di restituzione dell’identità culturale collettiva. L’opera di Franco Berardelli viene pubblicata e promossa attraverso attività collaterali con conferenze e critiche su vari quotidiani e riviste.


Poesia di Gaspare Caputo dedicata a Franco Berardelli

A Franco Berardelli


Nel muto giardino

che chiudon le aiole,

tra il verde ed i fiori

nell’aria si sperde

il profumo d’Oriente.

Un raggio di sole rivela, filtrando

fra le folte fronde,

brandelli di carmi incisi sui marmi

apposti sui muri, dall’acqua corrosi,

dal muschio nascosti.

Un volo giocondo d’uccelli canori.

La mente sconvolta

ripensa a una volta

e, dolce,la scuote

il suono d’un piano

leggero, lontano.

Soavi, le note del tuo Federico,

del tuo fratello buono,

che tu tanto amasti,

echeggiano ancora

per le stanze vuote.

Tu, col capo prono,

affondi sui tasti le scarne falangi,

silente, compiangi l’amaro destino

del grande randagio,

del tuo amico stanco,

che come te, o Franco,

restò sorridente

a la vita fuggente!

Ma cadde l’oblio,

sull’eterne pagine

che conduce a Dio, li vidi pure io.

La mano rammento

tremante e gelosa

di Chi l’altra cosa

che bella chiamasti

incredulo attese,

lo sguardo sospese silente, pensoso

degli occhi suoi tristi,

di luce ormai privi

sul chiuso giardino dove concepisti

l’eterna poesia e dove ancora vivi!

Su, spira , o libeccio,

tra il lauro ed il leccio;

va, scuoti le fronde;

un canto risponde,

ancorato e forte non grido di morte,

ma inno alla vita,

intensa preghiera, sofferta, sincera,

colma di dolcezza

a una Giovinezza

mai esplosa, sopita!




Anche se non ho avuto il privilegio di conoscerlo,io sono cresciuto con l'immagine di Franco Berardelli sempre accanto a me. Da adolescente, in una fase dell'esistenza così piena di incertezze, lo assunsi come valido modello ed il suo non può restare disgiunto dal ricordo del padre Anton Giulio,o più familiarmente, don Giulio, magistrato e poeta anch'egli, uomo veramente grande che mi ha onorato con la sua amicizia. Egli che non accettò mai l'idea che il figlio non fosse più tra noi, nell'immensa biblioteca si muoveva con circospezione e ad ogni piccolo rumore si voltava verso la porta come se il suo Ciccillo dovesse improvvisamente ripresentarsi alla sua vita! Uscendo, nel giardinetto chiuso dalle aiole, sopito nel verde antistante casa Berardelli, mi ritornavano in mente prepotentemente i versi del poeta e così tutto riprendeva il magico, penetrante linguaggio delle cose, dalle palme esotiche, stranissime, ai petali delle camelie sparsi per terra, candidi come i marmi su cui erano incise parole che sfidano l'eternità! Poi cominciai a vederlo da coetaneo, giovane senza una giovinezza vera e dato che proprio a quell'età mi apprestavo a concludere gli studi  di medicina, cercai di far calzare le mie nozioni di patologia e, soprattutto, la mia modesta esperienza nelle corsie ospedaliere sulla intima vicenda umana del mio idolo. E allora capii che la vita di Franco, entrata con violenza ed estemporaneamente nella sua poesia, non può essere separata dalla malattia che diventò il nucleo centrale da cui scaturì tutta la poesia. Egli era cosciente - sin dal periodo cosiddetto "Galluppiano", aveva solo undici anni, - del suo destino, e visse quel poco che gli restò da vivere con la certezza della sua fine prematura! Non sto qui a dilungarmi sulle infondate ed ingiuste accuse alla spontanietà della sua poesia: Franco Berardelli non sa fingere,non si atteggia, muore davvero giorno per giorno, ora per ora convive con la morte! Altro è parlar di morte, altro è morire! Però, e questo è un altro insegnamento grandioso,egli la confidava la sua amara realtà, di notte, ma solo a quei fogli bianchi! Perchè ora tutto questo silenzio? E così che si onora e si ringrazia il più alto intelletto della Nuova Martirano? A parte la mia maestra Rosalba Scalfaro e l'amico Alessandro Perri, non conosco altri insegnanti che abbiano portato tra i banchi di scuola la sua profonda, bellissima poesia.

Gaspare Caputo 

Estratto dalla rivista Storicitta  n. 162 del 2008



FRANCO BERARDELLI, UN ALTRO POETA DEL REVENTINO DA NON DIMENTICARE

Son passati oltre settant’anni dalla morte di Franco Berardelli e posso dire, senza timore di smentita, che nessuno ha saputo seguire le sue orme sul cammino di un’esistenza riversata giorno per giorno nella poesia, nessuno ha saputo vedere nella sua poesia il Diario di un’anima. La sua sofferenza, grande, profonda, vera, del tutto identica alla sofferenza dei tanti giovani d’oggi che la peste del nostro secolo ha inesorabilmente condannato, e continua a condannare, è stat riversata tutta nella sua poesia che pertanto resta, a mio sommesso parere, oltre che sempre attuale, un grande insegnamento ed un saldo punto di riferimento. Il Poeta nacque nel 1908 a Roma da Antongiulio, alto Magistrato di Cassazione, nonchè sensibilissimo poeta, e dalla nobildonna romana Ada de’ Cinque Quintili. Convittore all’inizio dei suoi studi presso il collegio romano San Leone Magno, da qui passò al Collegio Galluppi di Catanzaro. “Ha undici anni; alto, snello, ben fatto, con un bel viso ovale e candido. I capelli che gli aureolano la fronte hanno riflessi d’oro come i castagni teneri della sua Martirano; gli occhi grandissimi hanno profondità e lontananze come il suo Tirreno.” Lascio inalterata la presentazione che dell’adolescente Berardelli fa Giuseppe Casalinuovo. Il diario dell’anima di Franco inizia proprio qui, a Catanzaro, con due raccolte di versi “Penduli di mughetto” e “Voci della notte” composte dai dodici ai quindici anni, ripudiate più tardi dal Poeta, molto discusse dai critici che non riuscivano a rendersi conto del perché questo giovinetto di buona e ricca famiglia, cui nulla di quanto un giovane della sua età potesse desiderare, mancava, potesse scrivere versi come: “Lo scultore creò il suo dolore/ di nuovo: /rivisse la vita, /conobbe/ la falsa dolcezza/ rivisse/ la sua Giovinezza./ Il sogno svanì/ Svanì nell'oblio/ Oh mia sorella triste/ quello scultore son Io.” Oppure: “Arde la fioca luce sull'anima/Mentre io qui solo fantasma veglio/E seguo i fantasmi nascosti /Nella profonda notte d' intorno. /E piango. Piango di quelle lagrime/Senza conforto: di rare lagrime /E cerco (che cosa?) nel nulla” Ed ancora: Stasera è venuta/La dolce sorella/che ha nome Tristezza.” Ed ancora: “Intanto Atropo tronca/lo stame del mio vivere….” Manierismo? Finzione? Reminiscenze letterarie? Difficile esprimere un giudizio se non si tien conto della malattia che, già allora, straziava il suo corpo, la tbc, vera peste degli inizi del secolo scorso, che troncò la sua breve ed infelice esistenza nel marzo del 1931, a soli ventitrè anni! Stando alla storia naturale della tubercolosi a Franco già nel periodo galluppiano non dovettero sfuggire le prime avvisaglie, “la spina che rompe le fibre del cuore” di un male che, almeno allora, siamo negli anni venti, non perdonava! Di giorno viveva una vita apparentemente normale, spensierata, ma di notte confidava a quei foglietti di carta la sua “certezza di morte”, come giustamente ha intuito G. Nisticò.

L’attività del periodo galluppiano non si esaurisce qui, altre opere, numerose traduzioni dal greco e dal latino tennero impegnato il giovane e lo fecero presto conoscere e stimare da illustri personaggi dell’epoca.

Superati brillantemente gli esami di maturità classica, Franco raggiunge la sua amatissima Roma ed alla fine del 1925 s’iscrive alla facoltà di legge. Frattanto a Roma conclude l’altra raccolta de “Le odi barbare”, già iniziata a Catanzaro, di evidente ispirazione carducciana, ma solo nel titolo, i personaggi delle odi berardelliane sono giovani illustri che, come Franco, rimasero vittime di quella Natura perfida che tanto Lo aveva fatto soffrire ed ai quali Egli, impotente difronte ad una realtà così cruda e spietata chiedeva un esempio da seguire! Roma, gli amici, la vita universitaria tutto sembrava sorridergli, ma la vita era pronta a fargli l’ultima burla, forse la più tremenda. Il male che logorava il suo esile corpo già da cinque o sei anni, era entrato nella sua terza ed ultima fase, quella cavitaria, o tisi (dal greco Phthisis, che significa consunzione) per cui solo rimedio restava il sanatorio. Comincia qui il suo Calvario. Tanti i sanatori di cui fu ospite, altrettante le delusioni, sempre più inquietante l’idea di essere immeritatamente escluso dalla giovinezza, ma ciò nonostante altrettanto numerose restano le opere che Franco scrisse in questo periodo “Il libro delle odi”, “le novelle”, “L’altra cosa bella” “Fiamma” un’originalissima “Salomè” ed, in prosa, “L’Imperialismo” “Luci spente”, “La malattia del sentimento”.

L’aver preso coscienza di una simile, terribile realtà fa sì che l’atteggiamento di Franco sia quello di una convivenza cosciente con l’idea della morte, non si ribella, non bestemmia, non piange. La La morte non è più nemica terribile ma quasi oggetto di desiderio. Il suo Keats “…Trovò sol pace quando inerte giacque” ed ancora: “So: breve è la vita /e una croce m’aspetta in camposanto/presto: ma partirò senza rimpianto.” E, parlando di Leopardi: “Nulla più che il dolor conduce a Dio”. La speranza però non lo aveva mai abbanonato e i sonetti, definiti da Lui stesso “raggi di sole in mezzo a lampi e tuoni di questa vita simile a tempesta” ne sono la più valida conferma. La raccolta rappresenta una pausa della sua sofferenza; il poeta che era stato ricoverato ed operato presso la Clinica Bastianelli di Roma canta in essa, ma con toni più pacati, tenui, personaggi già trattati nelle odi, scolpisce la Passione di Cristo in modo meraviglioso facendo percepire hiaramente le varie atmosfere e persino gli stati d’animo dei protagonisti. Dedica alcuni dei sonetti ai suoi familiari, alla sua Martirano,” ridente sul pendìo” ed infine, con atteggiamento distaccato, oserei dire metafisico si congeda ricadendo, come spesso accade all’incertezza della giovientù, nel più cupo pessimismo: ”ed or che ve ne andate io resto solo”. La solitudine, l’isolamento nel sanatorio fecero sì che anche la poesia di Franco assumesse dei toni personalissimi, tipicamente e profondamente berardelliani, per dirla con Giampiero Nisticò. La morte diviene nel sanatorio di giorno in giorno evento sempre più vicino, tangibile, certo, ma Franco l’accetta con rassegnazione e, come da un pianeta parallelo, dice il Nisticò, osserva un altro Franco d’altri tempi.

L’altra cosa bella” pubblicato da Salvatore Foderaro nel febbraio 1963 resta l’unica opera data alle stampe. Il titolo probabilmente si rifà a Gozzano, però il tema Amore e Morte è di chiara ispirazione leopardiana. L’opera che, peraltro, contiene due capolavori, Santa Ludovina e S. Francesco d’Assisi, si divide in tre parti, la morte lenta, la morte triste e la morte bella. La raccolta si apre con l’Adda che vuol rappresentare la morte del singolo “il desiderio di morire senza uccidere la vita”, continua poi in un’ atmosfera cupa di morte sempre in agguato,nei corridoi, nei letti, perfino sul cancello del cimitero, il ricordo del passato s’infrange all’apparire del presente, l’illusione si dissolve improvvisamente e le cose assumono la loro reale dimensione, il loro attuale significato, la morte del proprio vicino di letto diventa la sua morte! Difronte alla morte non esiste la scienza, quel medico “dalla matita ridicola” difronte al quale Gozzano sorriderebbe se poi non dovesse pagarlo, qui è visto nella sua reale dimensione umana, vittima anch’egli dell’impotenza della scienza: “- Non posso!- diceva lo sguardo commosso del vecchio dottore”. Non ci sono eroi, non ci sono soldati nel sanatorio, la morte ridimensiona le nostre illusioni, le nostre velleità e difronte ad essa a nulla valgono i nostri meriti passati: “Colei che tutto eguaglia ed accomuna.” Però la morte foscolianamente intesa, la morte bella, quella degna degli eroici Berardelli da Norcia è cantata ne’ “ La leggenda di Pao-Sa” a mio modestissimo parere, uno dei canti più belli della nostra letteratura, nella morte del Capitano Gullì, in quella di Chopin “metallo che non dà più suono.” La raccolta si chiude con “Testamento” quasi una trasfigurazione della morte che viene accettata in modo personalissimo con estrema e salda rassegnazione: Coprite la tomba/col lembo del cielo/ch’io guardo,/ ed è sempre lo stesso/grigio, uniforme, monotono, come un sudario.” Oggi passando dinanzi alla sua tomba fatiscente nel cimitero di Martirano ci sembra di risentirLo profetizzare: “forse, perché somigli, a chi giunge di fuori la Casa della morte un parco abbandonato”. Ci ha insegnato tante cose Franco Berardelli, un giovane a cui ci accostiamo con sensi di casta pietà, quasi per aiutarlo, ma alfine, quando ce ne allontaniamo sentiamo che ci manca qualcosa! Oggi la tbc resta un ricordo, si cura, però ogni periodo ha la sua peste, purtroppo in ogni periodo ci sono giovani che hanno bisogno, oltre che di cure mediche, di conforto, quel conforto che Franco ha saputo e saprebbe ancora oggi dare se si facesse sentire la sua voce!

Gaspare Caputo

da (www.SanMango.net) Franco Berardelli

Aggiornato  11 - 11 - 2018

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