Franco Berardelli

    

 1908 - 1932

 

"Il suo canto non si pone limiti o regole; ordine o strutture metriche, ma puttosto sincerità, umana passione, sussulto di vita; esprime il <<momento>>, il sentire immediato del cuore, il sussulto strozzato di una vita che muore; lo sfogo di un cuore che pulsa, che vive indeciso col quel suo trastullarsi e nutrirsi non già di sogni inappagati, ma del suo vivere breve". (Sebastiano Nello Maruca, Un poeta della Vita, Franco Berardelli, Pellegrino Editore, Cosenza 1978 p.17)


 

 

 

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Poesia

A L’ADDA

Io non ti conoscevo, fiume

dalle mille canzoni, dal cuore

profondo come quello dell’uomo.

Io non sapevo che tu,

col ritmo gioioso ed uguale,

cullassi i sogni di quelli

che hanno il terribile male

e non sperano più.

Anche io …A diciott’anni!

E venni qui, per guarire

quella tremenda ferita

che mi s’aperse nel petto,

tra questi tuoi monti nevosi,

per chiudere il solco sanguigno.

Venni qui. Una pena,

nel cuore, infinita,

il desiderio di morire

senza uccidere la Vita:

così, finire

per una breve vena

spezzata nel cuore.

Io fui, nelle pinete sonore

del canto del vento,

dei trilli degli uccelli,

un numero tra quelli

che hanno il terribile Male.

E non ti conoscevo. Ma un giorno,

pensando al ritorno

verso la madre comune,

mi fermai sulle tue sponde, o fiume

dalle canzoni gioconde,

che porti al cuore dell’uomo,

col canto, i ricordi ed i sogni,

le dolci speranze,

tessute da un piccolo gnomo

nascosto in antri lontani,

sospinte da fagili mani

su bianche paranze,

al cuore dell’Uomo!

E mi fermai sulla tua riva.

Quasi da polla viva

acqua scrosciante

balzò dal tuo cuore gigante

il canto più forte: la sfida alla Morte,

la sfida al Dolore.

Chino sulla tua sponda

ti sentii fremere,come

in un’orchestra gioconda

un fragoroso strumento

tentato da musiche dita.

Chiamai, folle, piangendo, un nome

di donna!….Ah! La Vita!

Risento

quel nome salire

nell’onda, se, o fiume benigno,

riprendi il tuo canto.

Mi chino, ti guardo, sogghigno,

ma ho gli occhi bagnati di pianto,

e penso che devo morire.


Da La morte lenta

XXIV MAGGIO



Udisti, o Fratello? Nell’ampio cortile

di fronte i sopravvissuti

risorsero le ombre dei morti,

compagni sconosciuti

che noi non vedemmo, il cui nome

scolpito è nel marmo possente.

Udisti, o Fratello? Vi fu

un palpito lieve, si come

ventare di candidi veli,

e un Uomo, guardando nei cieli,

ci disse: «Ciascuno dei morti è presente,

rinasce dall’epica assenza.

Voi reduci sopravvissuti

chiamateli i vostri fratelli».

Pallidi, lividi, muti

restammo: come chi sente

nel sogno, lontana una voce, sì come

stupiti da arcano prodigio!

Dinanzi, nell’alto, la Croce

del Cristo, di fronte a quel marmo;

e l’Uomo disse, con voce

tremante, il primo nome.

Dall’ombra lontana ed atroce

due livide labbra, protese

nel sole, risposer: «Presente»?

No! Fummo noi che gridammo «Presente»:

ma essi erano in noi i morti

sepolti nelle doline

dell’Istria, sull’arido Carso,

nelle trincee, nelle valli,

sulle rocce scoscese,

sui balzi lontani,

nei piani, vicino le fonti,

nelle strettoie perdute,

nelle caverne, le gole

dei monti, nei fiumi, nel sole

sepolti i morti aspettanti l’appello!

E lontano il richiamo fu udito.

Nella rievocazione, nel rito

di pace, le parole

dell’Uomo furo il risveglio

possente:

dall’Alpi, dai monti, dai piani

rispose per tutti una voce: «Presente!»

Fratello, che pensi? Ricordi?

tu pure, tu pure, in quel giorno

sanguigno facesti ritorno,

più cupo, più triste alla terra.

Chi c’era? Il fratello tuo buono

colpito, di fronte, sul volto

dalla mitraglia nemica,

le brune

chiome disfatte dal fango;

il giovane viso mutato

in un raggrume di sangue,

la bocca serrata, vicino

il calcio del vano fucile,

i denti rattratti, le mani

stringenti un gran pugno di terra;

nella gran fossa comune

sepolto

il povero corpo dissolto.

Tu lo vedesti nell’ampio cortile,

quando quell’Uomo chiamava l’appello

e ti risorse davanti

gli occhi stupiti, quel viso,

con i suoi sguardi sognanti

con il sereno sorriso!

Tu lo vedesti dall’ombra

uscire fantasma sanguigno

e quando quel nome fu detto

nell’ampio cortile

e noi rispondemmo: «Presente»

con brevi

singhiozzi, tu solo tacesti perché

tu forse, o Fratello, piangevi!


Da La morte bella

SI



Nel corridoio,

stasera ho udito quel rantolo uguale,

quel fischio.

Malato del mio stesso male,

qualcuno vicino, moriva.



M’ha detto

la pallida Suora:

« E’ morto così;

con nell’occhio fisso

non so qual preghiera;

sul petto

un Crocifisso;

ma prima ha guardato il dottore.

Che pena!

chiedevano gli occhi

stupiti

spauriti

infiniti

aperti difronte l’abisso:

Si muore?»

E gli occhi del vecchio dottore

dicevan di si!

« Mi salvi. Non debbo morire.

E’ triste morire a vent’anni!

Mi salvi!»

«Non posso!»

diceva lo sguardo commosso

del vecchio dottore.

« Ma quando?»

chiedevano gli occhi

spauriti stupiti infiniti.



Che pena!

E’ morto così

chiedendo: ed il vecchio dottore

diceva di si.


Da La morte triste

SU UN ALBUM



Io ti guardo con tanta

tristezza

immagine di sconosciuta

malata di giovinezza,

perduta

nel tempo, che tutto scolora,

che io, vecchio, ritrovo

nelle pagine antiche,

un po’ stinte, dell’album

che guardo, con nuovo

rimpianto.

Chi sei? Una Signora

forse una delle amiche,

forse una delle vinte.

Nel ricordo che sfiora

la mia vita d’adesso,

io ritrovo lo stesso

sorriso di allora!

Una fanciulla, che cura

con vigile amore,

il mio povero cuore,

il mio povero corpo

rattratto ed affranto.

Chi sei? Nel rimpianto

il Tempo scompare:

Tre anni, quattr’anni

che sono? Un girare

di ruota.

E l’immagine ignota

si fonde, nel vano

ricordo,

con la sorella buona,

come, nella corona

che sovra le tombe poniamo,

il fiore appassito si fonde

col fiore

appena staccato dal ramo.

E rivedendo me stesso,

fantastico tanto lontano

tanto diverso da quello

d’adesso

un cattivo fratello

che disprezzava la vita,

che non voleva l’Amore,

qualche lacrima amara

sulle pagine antiche

un po’ stinte

dell’album

rischiara

un piccolo spazio ingiallito.

E l’anima affranta

rimpiange

il suo sogno svanito

e ti guarda, con tanta

tristezza.

Immagine di Sconosciuta

malata di giovinezza,

perduta nel tempo

che tutto scolora.



Da La morte lenta



ALLA MALINCONIA



Malinconia, tu torni

da ignoti lidi. Sai

ciò che non torna mai,

ciò che non torna più,

Malinconia, tu

dimmi, perché non ritorni?



Il Maggio già è passato

nel tuo giardino antico,

Malinconia, un amico,

che batte alla tua Porta,

vorrebbe entrare, o sorta

dal Nulla. Egli è malato.



Tu accoglierai l’amico

che t’amò tanto un giorno,

ed ora fa ritorno

dalla noia infinita,

triste come la vita,

nel tuo giardino antico.



Io odio la tristezza,

la tua sorella.

Tu aprimi; se quella

dorme, se quella è morta,

tu aprimi la porta

della mia Giovinezza.



Io batto alla tua porta

con un fiorito ramo.

Accorri al mio richiamo.

In giorni molto tristi,

io lo ricordo apristi

all’Anima Mia Morta.


Da La morte lenta



QUADRO



Grigiore di nebbia sui monti!

Serate monotone e tristi!

Aurore sinistre, sinistri

tramonti!



Colori confusi nei lembi

del cielo di solfo,e di croco:

fuggevoli lampi di fuoco

nei lembi.



Un lungo lampione proietta

sul viale della Pineta

la pallida luce discreta

violetta.


Da La morte lenta

TRISTEZZA



Stasera è venuta

la dolce sorella c

he ha nome tristezza.



M’ha detto:

<< Son giunta

al tuo cuore malato,

ho vegliato

vicino al dolore

il tuo sogno Passato.

Ed ora ti chiamo

con muta

preghiera.

La sera

discende.

Nel vento

che fende

il tuo orecchio,

si perde il richiamo

son giunta

consunta

dal lungo abbandono

al mio fratello buono >>.



Io le risposi, piangendo:

<<Mia piccola amica,

Son vecchio,

e tu sei mutata.

L’antica

immagine amata

dov’è?

Il tuo piccolo volto

sepolto

tra i fiori

velato di geli notturni

i tuoi occhi taciturni,

le meste

parole,

la veste

intessuta di sole,

la strada percorsa

via in corsa

tra i lauri ed i mirti,

i tuoi profumi di viola

ricordo.

Ma il tempo t’ha avvolto.

Tu giungi da molto lontano

ed il fratello sepolto

ti guarda e ti ascolta.

Cosa d’un’altra volta,

d’un altro tempo vano!

Che aspetti? Una buona

parola?

Abbandona

un morto alla vita!

Io chiuderò il mio ricordo

vicino una siepe fiorita,

dinanzi la porta

del cuore

malata d’amore,

risorta>>.



Lei non mi rispose.

Si volse, fuggì

Rimasi triste, così

nella fissità delle cose.



Da La morte lenta

PRIMAVERA

Povera primavera!

Quest’anno non ritorni più

con la gioia. I giorni

son trascorsi. La sera



scende nella mia stanza,

piena d’ombra e di sogni,

sempre come chi agogni

la triste lontananza.



Io sono un buon amico

che torna alla Vita

colla noia infinita

d’un desiderio antico:



quel di godere,

senza soffrire. S’allontana

nel sogno, cara vana,

la mia Adolescenza.



Tu mi ricordi un sogno,

che nel Tempo vanisce,

il ricordo affluisce

al cuore, ed io più agogno

quella felicità

che vai cercando, nella

vita. Ignota Sorella,

quella che non si ha;



e che ciascuno brama

per sé, perdutamente,

quella che non si sente,

quella che non si chiama,



perché è lontana, più

del Sogno della Vita,

nel deserto smarrita

lontanissima. Tu

la cerchi: io la desidero

la faccio nel mio sogno

più bella, e più l’agogno,

ma gli occhi non la videro.



Non videro, perché

nei tuoi grandi occhi tristi

vidi mondi mai visti

ed in Lei amai Te.



Povera Primavera!

Tu sei quello ch’io sono

un canto d’abbandono

che nasce con la sera



di maggio. Ecco ritorni

dai tuoi lidi di sogno.

Ecco che io t’agogno

più del passar dei giorni.



Il vento, sempre porta

al cuore una preghiera:

Povera Primavera,

sei l’anima mia Morta!


Da La morte lenta

LA MORTE DEL FRINGUELLO

Uccello morto

assiderato di gelo,

sul cornicione

coperto di neve,

un lembo di cielo

smorto

ti guarda: una breve

striscia di azzurro

ti copre la tomba.



La tua piccola tomba

bianca,

che la neve ha formato,

infiorato,

spalanca

la bocca malvagia

per chiudere l’anima morta

randagia.

Sei finito senza un grido,

venendo dal nido,

colpito

da un fiocco più greve

di neve

sul candido collo

e il corpo intirizzito

è caduto

sul cornicione

della mia triste prigione.

Ha udito

il tuo sbattere d’ale:

l’ultima tua canzone

il tuo appello all’azzurro.

Ma la neve, che imbianca

le cose e spalanca

la tomba agli uccelli malvagi,

ha nascosto l’azzurro in un manto

tessuto di nebbia, e il tuo canto,

l’appello

non hanno avuto risposta,

povero uccello

abitatore del cielo

intirizzito dal gelo,

che hai trovato una sosta

al tuo andare,

al dolore

vicino ad un altro randagio

che muore! 
Da La morte triste

LA MORTE DI CHOPIN

Ascolto

il fanciullo divino

l’artefice di melodia.



Piegato sul folle violino

sconvolto,

col corpo

lanciato in avanti,

cogli occhi vaganti

acquarellati

di pianto

nel volto

contratto,

coi corti capelli tagliati

a moda di paggio,

dorati da un raggio

di sole,

col pugno nervoso e veloce

stringente l’archetto,

io guardo. Non so chi mi dice,

guatando nell’ombra:

Là muore Chopin.

- Son tutti? Chi manca?

- La bruna scrittrice.-

Sul letto. Là in fondo

il Grande Infelice

risogna il suo sogno passato.

Rivede la snella figura

nel’abito chiuso di amazzone,

col sigaro spento, lanciarsi

in groppa del Sauro;

le vene, i polsi arsi,

le chiome

precinte di lauro

sì come

l’antica guerriera

colpita dal destro

Centauro.

Accenna il Maestro

lontano:

-Cantate, Madonna al morente

per l’ultima volta.

Destate

i melodi sogni d’allora.

La limpida voce ricordi

chi manca- Abbreviate

gli accordi

del piano.- Signora,

cantate!-

Piangete?

Il Grande Infelice ha sete

di luce e di canto, Signora.

E sale la voce piangente,

sul letto di morte il divino

malato

ascolta, beato,

la musica

triste salente,

la voce spezzata

dell’ultima Amata -

E a un tratto

(la voce

la voce

più lenta

diventa;

il raggio

che imbionda

la pallida donna, si spegne;

un uccello spaurito

fuggito

dal nido

dà con la testa nei vetri)

un grido terribile sale:

«E’ morto!»

Il canto si tace.

Sconforto,

angoscia mortale.

Composta nell’ultima pace

la testa romantica,

riposa nel dolce abbandono

del sonno, metallo

che non dà più suono.

Fanciullo divino,

interprete biondo,

artefice di melodia,

sul folle violino

ansante, piegato, piangente

tu strappi

l’estrema armonia,

con l’ultimo colpo del dito

la nota morente,

e cedi, sfinito.

Da La morte bella

JOHN KEATS



Poi che ribelle, ribelle, agli ultimi bagliori

Del sol di Roma la sua voce tacque,

lui che a diversi fati e a gloria nacque

coprono il cieli e i sempiverdi allori.



Il suo nome fu scritto sovra l’ acque,

il suo destino fu quello dei fiori;

negletto visse, senza gioie e amori;

trovò sol pace quando inerte giacque.



Chi ha cuore e mente piena di canzoni,

cui giovinezza e fama certa arride,

ha, spesso, un corpo debole e malato.



Così Natura perfida divide,

in modo alterno, le sciagure e i doni!

E questo è sempre dei migliori il fato.



Dai Sonetti

MORTA



«Dottore!» «Dottore» – «E’ finita!»

La testa canuta tentenna

sul cuore

dell’adolescente.

«Dottore»

«La Vita»

La piccola morta sorride

col capo ricciuto, vanente

nel bianco delle lenzuola.

Un vecchio si piega sul cuore

dell’adolescente,

e la veneranda

figura

risalta nel grande dolore.



« Ma dimmi una sola

parola!

Ma chiamami ancora. Domanda

al tuo vecchio nonno

che culli il tuo sonno

leggero!



Il buio ti fa paura,

o piccola cara,

e tu ascendi il sentiero,

cercando qualcuno

che ti conduca per mano,

come il tuo vecchio nonno.

Chi trovi? Nessuno!

La voce si perde lontano».



La piccola morta sorride

nel sonno.

Un pallido raggio di sole

accenna

da entrar nella stanza

alla finestra fiorita.

La testa del nonno tentenna.

Chi vide

sui campi di guerra

migliaia e migliaia di morti

si china, la fronte per terra,

e piange.



«Dottore» «Dottore» - « E’ la vita »

Da la lontananza

del sogno, una tenera voce

risponde all’appello:



«O nonno, nonnino bello!» 




Da La morte triste



PIANTO D’AUTUNNO



Albero, che ti spogli

della verde

ipocrisia

e ricopri la via

di morte foglie,

non una le disperde

non una le raccoglie

ala di vento.

Cadono in giri rapidi,

cadono in volo lento,

albero sonnolento.

Ti rassomiglia l’anima:

butta le tue speranze,

si sveste delle spoglie

primaverili, come

tu delle foglie;

non una le raccoglie

ala di canto!



Da La morte lenta



VECCHIA CANZONE



Velario

di nebbia piovigginosa

sulla tranquilla via

il cielo diventa!



Sudario

di malinconia

avvolge ogni cosa!



lL vento tormenta

le cime dei verdi cipressi,

gli allori,

rifugio d’uccelli canori,

che chiudono il breve sentiero,

nel recinto del cimitero

dove il mio amore riposa.



Dall’urna

che porta il suo nome,

fuggendo la prossima pioggia



notturna,

volando rasente le tombe

si leva uno stormo

di bianche colombe.




Da La morte lenta





TOMBE



Nel recinto

delle tombe

le colombe

volano;



nell’antico

cimitero

bianco e nero

cantano.



Ma nel viale

dei suicidi

non più gridi,

gemiti.



Non più voli

sulle croci:

Ssttt veloci,

rapidi.



Non più canti

nei recinti

là, dei vinti:

rantoli.



Sul sentiero

delle tombe

le colombe

volano.



Nell’antico

cimitero,

bianco e nero

cantano. 




Da La morte triste



ALLA MIA PICCOLA SORELLA



Ginetta, i tuoi occhi

azzurri, profondi,

i tuoi biondi

capelli ricordano al triste

fratello

un tempo lontano,

un suo sogno vano

de la Giovinezza.

Tu guardi. Non pensi.

Tu reciti piano

i versi del nostro Trilussa

<< er porco che va

col fracche

e cor vetro all’occhio

ne la Società >>

<< la scommessa der sole

der vento >>

<< la viola modesta>>.

Tu dici quei versi

distratta, seduta

su una piccola pietra

del nostro giardino;

il giardinetto, chiuso

dalle aiole, sopito

nel verde,

in una festa di sole.

La tua voce

disperde

i miei sogni.

La tua cara voce.

Ascoltami. Taci

un po’, mia sorella.

Non dire Trilussa.

Parlami de la bella

castellana che bussa

al castello incantato

per chiedere baci.

Tu rievochi un mondo,

il tuo mondo

vivente

negli occhi stupiti,

i sussurri degli elci, la vita

di Fate ridenti

bianchissime e bionde,

dagli occhi infiniti ed

azzurri,

che intrecciano fiori notturni,

profumi distillano e sogni,

al lume di luna,

nei loro boschi taciturni

fioriti di meli cotogni.

Rievochi tristi

Amori di re e di regine

di mondi mai visti:

le storie di maghe e di maghi

nascosti nei gorghi profondi

dei laghi;

di vagabondi

reucci in cerca d’amore

di belle bambine

fresche, che aspettano i biondi

paggi al verone.

Il tuo mondo multicolore

rivive nella canzone.

Tu ripeti la favola

dell’Uomo e della Scimmia,

ed io ti guardo e rido

quando tu dici:<< Sfido

t’arrisomijo tanto>>.

Lo dici così bene,

con sulla bocca

un lieve sorriso,

con nelle pupille serene

l’azzurro del cielo.

Il sussurro

della tua bocca,

il piccolo gesto

delle labbra inarcate,

il modesto

sorriso,

un’ombra, chissà, di tristezza

sul viso,

una ruga piccina

in mezzo alla fronte,

le pronte

parole,

i tuoi occhi profondi,

in cui ride il sole,

i tuoi biondi

capelli

ricordano al triste fratello

un tempo lontano,

un sogno suo vano

de la Giovinezza.



Da La morte lenta



LA LEGGENDA DI PAO-SA¹



Languiva l’ardente

fornace

nell’erema casa perduta.



Un uomo attendeva, nel buio

de la notturna pace,

che l’opera fosse

compiuta.



Con sguardo febbrile

cercava qualcosa d’intorno,

per alimentare la fiamma

morente!



Non c’era più nulla, ed il forno

languiva.

Da fuori giungeva

la voce d’un triste cantor senza nome;

narrava di come l

a vita si debba aservire all’Idea.



Tu, immoto,

seguivi quel canto d’ignoto,

che dalla strada saliva,

e certo pensasti in quell’attimo

che poco

valeva la vita, la luce del giorno,

se fosse perita l’Idea;

e ti lanciasti nel fuoco!

Dalla fusione

del legno e del cuore

l’opera nacque:

e quella canzone

d’un vagabondo cantore

divenne epopea!



Da La morte bella



(1) Pao-sa fu il primo fonditore del caolino e creatore dei magnifici vasi orientali



Aggiornato  11 - 11 - 2018

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