Franco Costabile

      

 

1924 - 1965

 

 "Con questo cuore troppo cantastorie"/dicevi ponendo una rosa nel bicchiere/e la rosa s'è spenta a poco a poco/ come il tuo cuore, si è spenta per cantare/una storia tragica per sempre (Versi di Ungaretti stampati sul ricordino, ora anche sulla tomba e sulla lapide posta sulla facciata della casa natale del poeta).

 

 

 

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 Antonio Iacopetta

 Radiosa solitudine di Costabile: dal simbolismo allo sperimentalismo degli anni Sessanta.

 

Via degli ulivi esce nel 1950, per Maia di Siena 1), quando sono passati solo cinque anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale e da quando la letteratura italiana ha adottato decisamente un modulo di avvicinamento alla realtà, diretto e quasi senza mediazione alcuna; una letteratura che vuole essere principalmente memorialistica e/o documentaristica. Tutto questo finì per chiamarsi neorealismo, senza trovarci davanti a un movimento rigorosamente organizzato. Il 1950 rappresenta il momento culminante del movimento, che sembra avere esaurito se non altro la convinta carica etica che lo ha sorretto sin dal primo momento. Del resto, già nel 1948, il neorealismo, in concomitanza con gli insuccessi elettorali e politici del fronte delle sinistre, si è un po' sgonfiato, avendo tra l'altro dato il meglio di sé con le opere di Carlo Levi o di Italo Calvino, volendo tacere, per carità di patria, delle migliaia e migliaia di scrittori, che si sono ispirati alla realtà ma del tutto privi di adeguate capacità di linguaggio, per potere esprimere artisticamente la realtà stessa; ciò non toglie che si debba rendere omaggio alle buone intenzioni degli stessi.

E' più che comprensibile il desiderio di testimoniare o di partecipare da parte di chi usciva dalla lotta e dalla resistenza contro il nazifascismo, da parte di chi intendeva denunciare le tristi condizioni del Paese nel dopoguerra; intanto, un risultato positivo il neorealismo lo raggiunse, cioè quello di ripudiare le frivolezze letterarie di un recente passato e di attenersi, in fatto di lingua, ad un registro basso e parlato, se non proprio dialettale.

Franco Costabile, che scrive i testi di Via degli ulivi proprio negli anni del dopoguerra, a parte alcuni di data di poco anteriore, vive questo clima di speranza,di impegno e di partecipazione, però senza lasciarsi invischiare in nessun movimento organizzato, ammesso e non concesso che il neorealismo tale sia stato.I testi di Via degli ulivi appartengono senz'altro allo spirito del tempo, che è quello pieno di speranze di rifondazione dell'uomo e della società, come è stato vissuto dagli uomini del dopoguerra nella cui mente era ancora fresco il ricordo di anni di umiliazione e di sofferenze individuali e collettive, salvo poi risorgere con la lotta armata contro i demoni nazifascisti e con l' ansia di ricostruire quanto era stato distrutto dalla furia bestiale e demoniaca dei totalitarismi.

Anche la letteratura, il cinema, l'arte, si assumono l'onere e l'impegno della ricostruzione materiale e umana della Nazione devastata dalla guerra, aprendo gli occhi sulla realtà, non più chiudendosi nella turris eburnea degli "ermetici"; e tuttavia è enormemente ingiusto addossare alla poesia pura e agli "ermetici" responsabilità morali riguardanti i loro rapporti con la dittatura, perché invece occorre riconoscere a "puri" ed "ermetici" il coraggio etico del rifiuto dei valori sbandierati dal Fascismo. Dal punto di vista stilistico e dell ' elaborazione poetica, occorre inoltre riconoscere al Novecento e all'Ermetismo i loro meriti: la loro è una scuola di stile e di linguaggio a cui nessuno, che voglia dirsi poeta, può sottrarsi.

Non è un caso infatti che gli unici validi esempi di poesia autentica, nell'ambito del  neorealismo, si devono a poeti, come Quasimdo e Gatto, che dalla "pura" o "errnetica" provengono, quando non ne sono stati i maestri. Altri poeti, che sono vissuti ai margini della poetica pura dominante, come Caproni o Bertolucci, ma poi non tanto ai margini, soprattutto Caproni, anche in pieno neorealismo, continuano essere poeti autentici e di valore indiscusso. Possiamo dire di più anche per poeti che non hanno mai ripudiato le loro radici ermetiche, come Mario Luzi, e , che quando, nel dopoguerra, si sono calati, pure loro, nella realtà, allontanandosi un po' dall'aura metafisica, hanno messo in evidenza che la loro presa di coscienza della realtà è stata solida e vigorosa; le due opere di Luzi degli anni Cinquanta, Primizie del deserto e Onore del vero, nelle quali la ricerca metafisica luziana investe la realtà umana, sono tra le maggiori raccolte poetiche dell'intero Nòvecento.

Stabilito che già il 1950 è per alcuni il termine ultimo per indicare la conclusione del neorealismo (altri, si sa, protraggono il movimento  sino al 1955, anno di  uscita di Metello  di Pratolini, con cui si sarebbe passati, con evidente esagerazione, dal neorealismo al realismo puro e semplice), visto che Via degli ulivi  esce proprio in questi anni, ci sarebbe l' alibi per dire che Costabile nulla abbia a che vedere con il neorealismo; ed invece bisogna riconoscere che lo splendido volumetto, opera prima di Costabile, ha abbondantemente assorbito lo spirito neorealista, proprio nel senso di privilegiare, anche in questo che, a partire da chi scrive, è stato definito un canzoniere amoroso, gli aspetti più consueti della realtà, come il lavoro dei campi, la vendemmia o il raccolto delle mefinire al dramrna di chi deve abbandonare la propria terra.

E' perciò anomala l'appartenenza di Costabile al neorealismo, ma felicemente anomala, così come anomala e altrettanto felice e l' appartenenza al clima neorealista di poeti come Solmi, Fortini, Sereni, Caproni: sono tutti poeti che risentono della formazione stilistica e di linguaggio avuta al tempo dell 'Ermetismo, quando la scelta stilistica era anche una scelta morale.

Veniamo allora più direttamente a parlare dell' opera prima di Costabile, costituita dallo smilzo e prezioso volumetto poetico di sole cinquanta pagine, uscito a Siena nel 1950. Strutturato in quattro sezioni, di cui la prima, "Via degli ulivi", dà il  titolo all'intero volume, è sostanzialmente, come abbiamo accennato, un canzoniere amoroso, felice definizione su cui hanno convenuto poi rigorosi critici e Umberto Bosco e Gianvito Resta, convinti che questa prima opera di Costabile sia degna di essere presa in considerazione, al pari, se non più, delle successive.

NeI 1985 la rivista dell' Amministrazione Provinciale di Catanzaro dedicò un numero speciale al poeta 2): "Omaggio a Franco Costabile, vent' anni dopo la morte"; su mio impulso diedero il loro contributo a questo citato numero della rivista, amici, estimatori di Costabile e studiosi della letteratura italiana e meridionale in particolare. A questa prima iniziativa, a cui seguiranno altre, prese parte, con un contributo straordinario, Umberto Bosco, che scrisse su Via degli ulivi un'indimenticabile pagina dall'incipit perentorio e dal seguito non meno convinto: << Io penso che la voce poeticamente più pura di Costabile sia godibile nella prima raccolta dei suoi versi, Via degli ulivi, scritti quando Costabile era più che mai nell' ambito spirituale di Ungaretti,3) del primo Ungaretti. Si badi anche alle date. In quella raccolta la presa di posizione politico-sociale è fatta di sofferenza, non di polemica spiegata; compare anche l' amore, tema che poi sarà bandito, con tutto ciò che è un sentire privato: "Ho atteso le foglie gialle / come un'ansia d'amore. / Io non so come sono le rose."; ma vuol goderle e insieme sa che le perderà. Insieme con l'amore, la nostalgia del "paese" - un paese assai definito - predomina nel libretto, senza toni crepuscolari, anzi, con precisa nitidezza; e, direi, schivando ogni indulgenza di origine letteraria: "Dai campanili / dipinti di silenzi casalinghivoce in paese non discende ormai./ Rimane nel cielo di lillache si vuota di rondini ogni sera.Ma basta al cuoreil fumo dei comignoli,il passo di chi tornadalla via degli ulivi."

Sulla soglia del libro, quasi programmaticamente, il poeta, ormai nella grande città, rivede in toni pacati "il paese": "Da altri sentieri / torneremo alla piana /celeste degli ulivi. / Saremo dove si leva / l'infanzia dei profumi: dove l'acqua /

non si fa nera / ma vacilla di luna: / dove i passi / avranno memoria do solchi / e le dita di melograni: / dove ti piace dormire / e ti piace amare."

 In quel volume, l' amore ha persino qualche guizzo di sensualità: "Turba / l'adolescenza del tuo petto...", ma l'amore è sempre aspettativa di dolore: "...piaci /creatura d'estatee sei dolore / nei rami del cielo;/ è aria di settembre, /d'' abbandono".

Anche l'amore è tradito dalla vita che continua, sopravvivendo a se stessa. Ma tutto ciò scomparirà nel secondo libro, La rosa nel bicchiere, dove le punte polemiche predominano. Mentre in Via degli ulivi il "paese" era specificamente la Calabria, una "abbazia di abeti", una "piana celeste degli ulivi" come il poeta la chiama con stupende immagini, nella Rosa la nostra regione diventa essenzialmente metafora do lontananza, di solitudine, di umiliazione. Con la Calabria geograficamente intesa, scompare nel secondo libro ogni riferimento a situazioni personali. E' significativo che, come ha documentato Iacopetta pubblicando alcuni inediti, le poesie basate sull'introspezione, pur non mancando anche negli anni ultimi, sono dal poeta espunte dalle sue raccolte di versi. >>4)

L'attenzione dedicata  da Bosco a Via degli ulivi è frutto anche della sua squisita sensibilità letteraria, affinatasi nel cinquantennio di straordinari studi dedicati al Petrarca. Questa prima opera di Costabile, comunque, su cui pochi hanno avuto la pazienza e l'acortezza  di sostare -vedremo poi gli eccellenti interventi di Frattini  e di Resta su Via -merita di essere studiata e analizzata con rigore e oggettività scientifica; anche per questo si ripubblica l'operetta nel rispetto della lezione originale, quella senese del '50, con l'inclusioni di varianti ed appendice.

La Via comprende 34 testi distribuiti in cinquanta pagine; si va dall'eponima prima sezione di 15 poesie, alla seconda, Chitarra, di 8 poesie, alla terza, Remi  d'ossa , di  6 e alla quarta e ultima, di solo 5 poesie, Lamenti; è chiaro che i narratologi non si riferiscono a testi poetici bensì a narrazioni, ma,  riguardo al tempo della narrazione, la Via sceglie l'analessi e cioè la narrazione retrospettiva di fatti già accaduti, vale a dire che l'autore provoca, per una sua legittima scelta strategica, delle sfasature rispetto all'ordine naturale dei fatti, vere e proprie anacronie, visto e considerato che, rimanendo tra i narratologi, fabula e intreccio difficilmente possono coincidere, essendo assai più probabile uno scarto inteso a determinare particolari effetti speciali.

Ad ogni modo, nell' atipico canzoniere amoroso che è la Via, ipotizzando in esso uno schema narrativo, gli avvenimenti sono cronologicamente sfasati, perche si è già verificato, per uno dei protagonisti della trama amorosa, il trauma dell'allontanamento e della partenza dai luoghi amati, il paese che ha fatto da sfondo alla storia erotica. Nella quarta sezione, infatti, possiamo ascoltare i "lamenti" di chi ha subito lo scacco, soprattutto esistenziale, vivendo nell'alienata realtà urbana. Ma, attenzione: Costabile, diversamente da Pavese, non si affida ciecamente e decadentisticamente al mito, non fa alcuna archetipica distinzione tra natura-campagna e città-civiltà; riconosce semplicemente e realisticamente che esiste la condizione dei dannati, di coloro che sono stati costretti ad abbandonare la propria terra, anche se, a dire il vero, qualche residuo del pavesiano Lavorare stanca permane in Lamenti, nel dittico finale, composto dalle due poesie: E così cercherai le montagne e Io lassù, nelle quali pare di ritrovare, immutati nel carattere, i vagabondi pavesiani di Lavorare stanca, come si evince dall'incipit della prima delle due poesie: E così cercai le montagne, o signore ma ancora di più coi versi che seguono a questo primo: " Archi di ponti mi vennero nel cuore, / / fili d'erba e scambi di binari. / Parole conobbi, parole di città, / e strade, e passavano carri di fieno / / e cavalli e soldati...". Nella seconda poesia il "vagabondo" ha abbandonato anche i monti dove è vissuto facendo il carbonaio; così la seconda strofa: "In principio vagai / con un poco di sole / e quattro soldi di stelle per sera. / E mi bastava; / perché meglio sentissi la mia libertà". Infine lo scacco è completo, perche siamo nell'alienante città: "E la città. La grande città. / Vi arrivai una domenica d'estate. / E da allora, anche oggi, / umiliato rasento le vetrine, / l'aria calda e odorosa dei forni; / fra le cicche e gli sputi / raccolgo la pietà del marciapiede".

Nella seconda poesia della sezione, Negli anonimi spazi e nella terza, Tu non puoi, il tema della città nemica è affrontato in termini ancora più perentori e senza reminiscenze letterarie, così come in un inedito che pubblicheremo in appendice, perfettamente coerente con questa dilaniante tematica urbana. Non rimane che prendere desolatamente atto che: "Negli anonimi spazi / di città non ho più nulla / degli anni perduti. / Ed a quest' ora / nella vecchia casa / un topo di soffitta / si nutre del cartone / d'un cavallo a dondolo".

Altrettanto perentoriamente il poeta dichiara che: "Tu non puoi / intendere le notti / del marciapiede, / la mia vita alla luce / delle insegne luminose: / erro, con passo / da soldato sconfitto".

Nella prima poesia di "Lamenti", Ma dove tornare, il poeta ha già preso a discorrere a ritroso, perche infatti: "ma dove tornare / se più nulla / rimane di noi; / dove cercare la sera / e il vento / che ti odora di grano / nei capelli; / dove, se non possiamo, / se inganno / è credere ancora. / E' da tempo finita / la passeggiata del sogno / al bianco santuario delle stelle. / Che pena rivederti, / amor mio, / se nei tuoi occhi / l' antico splendore rinasce / e la tua voce / mi suona immortale. / Ma dove tornare, / dove cercare di noi, / amore mio."

Nei versi conclusivi il poeta ribadisce l'impossibilità del ritorno ai sentieri di una volta, come meglio vedremo nella prima poesia della prima eponima sezione del libro, Per altri sentieri, dove in verità si dice che il ritorno è però possibile; ma come? E' possibile solo nell'eternità della poesia e del tempo, un tempo nicciano, quello dell' eterno ritorno. E, allora, torneranno gli amanti sui sentieri di un tempo ma metamorfosati in un ' altra coppia di amanti, in degli eterni emblemi amatori.

Per Nietzsche, comunque, l' eterno ritorno, contestando il tempo cristiano, cioè il sentimento doloroso del tempo che appartiene alla cristianità e optando per una versione gioiosa e vitalistica di questo sentimento, crede che sia realmente possibile, con un atto volonaristico, rivivere ciò che è stato. Per come si esprime Costabile in questo primo testo, sembra che la sua visione del mondo possa essere simile a quella di Nietzsche; infatti: "Per altri sentieri / torneremo alla piana / celeste degli ulivi. / Saremo / dove si leva / l'infanzia dei profumi; / dove l'acqua non si fa nera, ma vacilla di luna; / dove i passi / avranno memorie di solchi / e le dita di melograni; / dove ti piace dormire / e ti piace amare. / Sono questi gli orti, / i confini per ricordarci."

E dunque il paesano, che ha subito lo scacco dell' inurbamento, comincia a costruire il proprio canzoniere amoroso, comincia a tessere la tela del ricordo.

Nella seconda sezione, "Chitarra", la vicenda amorosa si colloca assai più decisamente tra il lavoro dei campi e i duri patimenti quotidiani di uomini e donne che lavorano sotto padrone; già però la prima sezione non mancava di un suo concretò realismo, che smorzava ogni petrarchismo peculiare ad un canzoniere amoroso. La donna è una lavoratrice, una che ha appena mietuto, così come la intravediamo nella penultima poesia di questa prima sezione, Tu vieni a me; ed infatti: "Coi vapori del sole / nascevano a valle / i bianchi itinerari del paese, / te ne andavi alle messi / con foglie di cedrina / fra le dita / e ritornavi a sera / con gloria di spighe / al trepido lamento delle foglie."

Certo, in Chitarra, in quasi tutte le otto poesie che compongono la sezione, il tema realistico risalta di più, le cose e le situazioni sono meglio definite e meglio precisate tanto da capire che Costabile non ha vissuto invano il tempo del neorealismo, le speranze, i sogni e forse le illusioni di questo strabiliante periodo ella recente storia italiana, in cui era possibile nutrire veramente speranze riguardo al miglioramento dell'uomo e della società.

Ma intendiamoci: in Costabile non esistono gli stilemi tipici dei poeti neorealisti; in lui non vedremo mai agire quelle scelte retoriche operate nella poesia neorealista: non ci sono inserzioni di espressioni quotidiane e gergali, non vengono riportati discorsi diretti, come amavano fare i poeti neorealisti per marcare la loro vocazione prosastica, non ci sono citazioni di slogans politici o abbozzi di comizi, come poteva accadere se un neorealista voleva far intendere che ogni barriera tra prosa e poesia era caduta. Non è questo il Costabile di Via degli ulivi, un poeta che chiaramente fa intravedere la sua fedeltà a poeti come Ungaretti o Montale, verso i quali è in debito di formazione. Costabile è vicino al realismo nella misura in cui lo furono un Quasimodo o un Gatto, ma con molta più asciuttezza e concretezza di entrambi.

Quanto abbiamo detto contrasta nettamente con quello che ha scritto Ennio Bonea di Via degli ulivi, caratterizzato, a suo dire, da "un tardo ermetismo di transizione, in cui è presente la lezione ungarettiana, che scomparirà nei tempi successivi, restando solo nella traccia esteriore dei versi brevi monolessematici 5).    In Chitarra il canzoniere di Costabile guadagna un tono più popolare, assai meno aristocratico, meno etereo e meno astratto di quanto si conviene invece ad un canzoniere che voglia serbare ricordo della tradizione petrarchesca; gli amanti hanno vendemmiato tutto il giorno ed ora si riposano sotto il traino. Meglio va al padrone che può brindare con la donna forestiera nella stalla; brindare ai guadagni a cui ha decisamente contribuito il duro lavoro di chi dorme sotto le stelle.

Nella terza sezione, Remi d'ossa, il canzoniere si aristocratizza nuovamente, perché adesso lo sfondo in cui i due amanti vivono la loro vicenda d'amore, è' quello marino. La figura della donna si fa più astratta, perde quei connotati realistici che abbiamo conosciuto in Chitarra; quest'amante, creatura marina, sembra una tipica figura poetica cardarelliana o montaliana. Come nella terza poesia ella appare: "Perfetta / ora che ti vedo / sul patino riversa, / gli occhi chiusi /alla luce del sole; e i capelli / dal colore di birra / sciogliersi a fiore d' onda,dolcemente. / Potessi averti così / sempre negli occhi, / creatura marina."    Mentre nella poesia successiva sembra invece di ritrovare l'Esterina di Montale: "Turba / l'adolescenza del tuo petto / al gioco delle spume / e la solarità dei tuoi capelli / nata d'improvviso / nel levarti la cuffia. / Un tremito di luce / scocca /sulle gocce salmastre del tuo viso. / Piaci, / creatura d'estate, / e sei dolore; / nei rearni del cielo / è l'aria di settembre, / d'abbandono."  Ma con l' amore spunta immediatamente il dolore; il dolore del tempo, quello che ogni poeta, che non si limiti alla semplice mimesi della realtà, sente in quanto la sua visione è sempre una visione-oltre. La poesia che conclude la sezione ci .conferma in una nostra illuminazione a proposito del realismo speciale che contraddistingue il mondo poetico di Costabile e cioè che tante volte i toni idillici o surreali, spesso presenti specie in Via degli ulivi, preludono poi ad un visionarismo realistico che contraddice il presunto tardivo neorealismo del poeta. Riportiamo senza ulteriori indugi il testo "incriminato", Avanzi d'ossa: "Avanzi d'ossa / corrose dal sale / di altri paralleli / stanotte / il mare risciacqua / sulla battima illune. / Lievita intorno / un sonno di annegati / e il vento / come un dio ferito / ai neri faraglioni / si rifugia. / Si perdono qui le mie notti. / E se a volte / quest'acqua mi chiama non ho che remi d'ossa per andare."  

 Pensiamo di avere fornito precise coordinate per meglio intendere la non sempre esattamente o adeguatamente bene intesa poesia di Via degli ulivi e ci conforta l'analisi filologica, dettagliata e precisa, e che tuttavia lascia presumere in uno studioso come Resta oltre al rigore scientifico anche entusiasmo per la Via, come possiamo notare riportando queste sue penetranti osservazioni: " A rileggere oggi la Via degli ulivi (1950), più che mai l'opera prima di Costabile appare solidamente radicata nella volontà e nella struttura chiusa del canzoniere, come ha giustamente intuito Iacopetta. Un canzoniere fondato sulla dialettica di congiunzione e disgiunzione con un profilo di donna che rimane baluginante, senza riscontri fisici individuanti, e che sembra piuttosto un fantasma d'amore, creato dal fondo di tuttele cose. Ma è importante che nella prima ed eponima sezione, delle quattro che compongono la raccolta, per un totale di 34 testi, quasi tutti di breve, fulmineo respiro, in questa prima sezione è importante rilevare che la dialettica presenza-assenza, realtà-sogno della donna, venga trascritta in linee endogene alla realtà naturale, attraverso cioè il ricorso insistito a metafore e simboli, attinti a ciò che nella terra nutre le proprie radici vitali: ...saremo / dove si leva / 1 'infanzia dei profumi, / ...dove i passi / avranno memoria di solchi: e le dita di melograni ...Ed ancora: ...Ho atteso le foglie gialle / come un 'ansia d'amore. / lo non so come sono le rose. / ...Attendo che tu mi porga / come allora / la prima rosa bianca / cresciuta/ sotto l'azzurro dei tuoi occhi...   

E la campionatura potrebbe continuare a lungo. L' amore è ricerca di un "ubi consistere" nello slittamento esistenziale; è ricerca di una saldezza di radici, che dia  un minimo di tollerabilità al vivere; è rimozione del dolore nella consistenza ottimale della luce. Sicché, quando incide il momento dell' assenza e dell ' incomunicazione,  allora  i  giorni  appaiono  "fulminati", senza scampo:  ...il mondo è in quella terra / di silenzi ! addolorati, / ed io vivo / col sale del tuo pianto...".

E' proprio questo sfondo di natura agreste e di realtà paesana che rende possibile a Costabile inglobare senza dissonanze nella struttura della raccolta brevi microsequenze di ordine narrativo. Una sorta di fotogrammi essenziali e contratti nella loro scandita nUdità, che creano "il campo lungo" circostante allo svolgimento della vicenda lirica e inscindibile da essa. Può nascere così la storia di Lisetta, bambina caduta nel fiume prima dello scontro con l'arido vero, struggente simbolo leopardiano della distonia irrimediabile fra l'illusione e il reale, e, dunque prefigurazione dell'esito della dialettica amorosa.

Appena Costabile però evade dall'io lirico, ecco che subito il suo linguaggio si fa più inciso, perde le alonature umbratili per acquistare un potere oggettuale, che è denotativo oltre che connotativo: "Rompeva / le statue di gesso, / scordava il pianoforte / nei salotti. / Non dava pace / alle chiocciole dell'orto / e tornava dal nonnoV perche le rifacesse / il fumo del trenino con la pipa".

Questa linea di micronarratività tradotta immediatamente in simbolo, aperta dal testo di Lisetta, si rafforza e si amplifica nella sezione "Chitarra", in cui cinque testi su otto sono tali, come ad esempio il breve acquerello di Rosaria in tre quartine, che lava all'ombra di un ulivo sognando povere felicità; oppure lo schizzo essenziale contratto in due distici ed in una quartina centrale, del potere appacificante della nuova vinagione: "Il vino rosso / va dentro la stalla. / C' è voglia / di ridere, ballare, / ed i coltelli / stanotte sono a casa. / Con uomini e chitarre / il maresciallo torna alla caserma".

Con la terza sezione "Remi d' ossa", lo scenario della vicenda amorosa abbandona il paesaggio agreste per divenire quello marino, di una riviera con la conseguente trasformazione di una figura femminile, da creatura terrestre, a creatura equorea.

Nella trama simbolica dell'opera, dopo aver tentato l'identificazione della donna con la realtà materna della terra e con il vino, che è il sangue di essa, il poeta deve riconoscere, invece, l' affinità con la seduzione sfuggente ed ingannatrice della dimensione paterna: quel padre cercato sempre e mai posseduto da Costabile. E, dunque, identificarla con l' entità infida e mutevole del mare, nella cui vastità non ha che remi d' ossa per andare: ed è condizione cardarelliana la fine del sogno, il compiersi della disgiunzione, letta con un fremito lungo nel volgersi delle stagioni:

"Piaci, / creatura d' estate, / e sei dolore: / nei reami del cielo / è aria di settembre / d' abbandono".

Nell'ultima sezione, "Lamenti", l'io lirico si pone senza schermi di fronte al consuntivo dello scacco esistenziale, disegnando negli anonimi spazi della città, nelle traiettorie notturne del "deracinè" una sbarbariana geografia dell' emarginazione: "Tu non puoi / intendere le notti / del marciapiede, / la mia vita alla luce / delle insegne luminose; / erro con passo / da soldato sconfitto".

Non c'è più alcuna possibilità di riscatto dal dolore ed il solipsismo ha perso ogni connotato di elezione, per convertirsi nell' osmosi dolorante con la densità materica degli oggetti e dei lessemi che li raggrumano: "E la città. La grande città. / Vi arrivai una domenica d'estate. / E da allora, anche oggi, / umiliato rasento le vetrine, / l' aria calda e odorosa dei forni, / tra le cicche e gli sputi / raccolgo la pietà del marciapiede".

Al pari della comunicazione umana, anche l' ipotesi. di una congiunzione religiosa viene meno.

Gli ultimi due testi della Via degli ulivi costituiscono significativamente la risposta gnoseologica di Costabile nei termini di una biologia dell ' assenza al problema della ricerca di Dio: ". ..ma non v' era il tuo regno nel regno della terra / per chi andava nella notte e nel giorno. / Non è qui. Dove restano i miei anni / perduti in ignoranza del tuo nome. "

La simbologia biblica, con ricalco anche a livello internazionale, additava una linea vettoriale: il Dio padre non può essere cercato che attraverso il reinnesto identificativo delle radici, nel contatto con la realtà dolorante della terra d'origine, e del suo sudore di sangue, una volta verificato lo scacco di un' impossibile integrazione nella dimensione cittadina. La sezione "Lamenti" si pone pertanto come riassuntiva delle tematiche e delle tensioni simboliche dell'intero canzoniere.Correlativamente allora le liriche si amplificano nella misura dei versi e nel respiro strofico,mentre il ritmo tende percettibilmente verso esiti più prosaici, consumando ogni scoria di rarefazione ermetica ancora presente nella sezione eponima.

Se dall' esame dell' architettura tematica, così compattamente circolare nella sua costruzione, passiamo ad una verifica di quello che è l' aspetto forse meno studiato della poesia di Costabile, cioè quello delle strutture formali e metriche, non possiamo che ritrovarvi un' omologa compattezza, un' altrettanto feroce volontà di costruire la propria opera secondo linee endogenetiche di sviluppo.

Ciò che subito colpisce è l' esigenza di rastremazione dei versi, quasi mai variata oltre la misura dell' endecasillabo e frequentemente bloccata all' esito prosciugato del trisillabo e del quadrisillabo, senza però che la palmare matrice ungarettiana tenda verso le verticali liriche, poiche la tensione in Costabile tende semmai alla montaliana poetica dell'oggetto e del personaggio: un giuoco accorto di variazioni schiva il pericolo di sequenze di versi, che si ripetono secondo schemi prevedibili di mensurazione. Così anche le assonanze e le rime, queste ultime, è vero, infrequenti, sono però più occultate che esibite; e similmente avviene per il respiro strofico, che adotta la lassa unica nei testi di più accentuato solipsismo, quando cioè la poesia si raggruma nella pulsazione del microcosmo interiore e le strofe chiuse, spesso simmetriche nelle situazioni omeonarrative, nei fotogrammi che bloccano una scena, un momento, un personaggio.

Ma anche in questi casi con frequenti interscambi dell' adozione delle strofette o della lassa. Dove invece la ferrea compattezza del canzoniere non ammette deroghe è nel legame di trasmissione o, meglio ancora, di geminazione semantica, lessicale o situazionale che si instaura tra i testi contigui di una sezione o nell' ambito della sezione stessa.

Ad esempio, "Chitarra" è tutta imperniata sulla iterazione costante di una parola tematica usata in funzione di "refrain", appunto "chitarra", o sul ripetersi di una situazione musicale. Nel primo testo di "Chitarra" noi troviamo l'ottone al collo delle vacche, nel secondo una cantilena d'organetto, nel quarto canta un passero d'estate, nel settimo risuona una tarantella d'estate.

Inoltre, tutta la sezione si accorda attorno alI ' elemento motore del vino nuovo, il torchio nel primo, il mosto nel secondo e così via. Nella sezione seguente intitolata Remi d'ossa, il vettore generante appare invece la compenetrazione, l'accorpamento in nuclei fortemente scanditi e in tensione dialettica tra di loro, al pari di quella che s'instaura a livello stilistico tra l'alonatura elegiaca e l'asciuttezza del segno inciso, con progressione costante del secondo elemento, sino al suo accamparsi dominante nell'ultima sezione, dove la spinta autobiografica giunge ad una sorta di pudore del dolore 6) .

L' analisi circostanziata che fa Resta della Via degli ulivi, attenendòsi fermamente allo schema di canzoniere da me per primo evidenziato e insistendo anche lui sugli aspetti metrico-formali, amalgama la scienza filologica di un maestro come lui e la tendenza verso la critica freudiana. Per quanto riguarda questo tipo di analisi, che Resta ha già praticato in diverse occasioni, assume enorme importanza il rapporto difficile che Costabile instaura con il padre e che ha condizionanti riflessi nella sua poesia; e però quella di Resta non è solo critica freudiana ma anche junghiana, laddove identifica sovente il fortissimo legame del poeta con la madre, nell'archetipo della terra; cioè uno stesso legame viscerale che si crea tra il poeta e la propria terra d'origine, identificata nella madre.

Dall' analisi di Resta si desume inoltre la quasi inesistenza del rapporto di Costabile con il neorealismo, quantomeno per avere egli fatto i nomi di Ungaretti specialmente e di Montale come numi tutelari della poesia di Costabile nella Via e poi per avere sottolineato le straordinarie capacità tecnico-formali del testo, capacità supportate da notevoli conoscenze metriche. Che la presenza di Costabile tra i neorealisti sia atipica e anomala, anche noi lo abbiamo appurato e però non è solo Costabile ad essere anomalo come neorealista, ma anche poeti del calibro di un Quasimodo o di un Gatto o di un Fortini etc.

Paradossalmente, il meglio della poesia neorealista è da rintracciarsi in questi che abbiamo definiti come atipici e anomali, poeti cioè che pur abbeverandosi alla realtà e respirando un comune clima o uno spirito nuovo, quale quello nato all'indomani della fine del conflittoo già durante la Resistenza a partire dal 1943, pur criticando fortemente e severamente la poesia italiana tra le due guerre per il suo disimpegno storico e sociale, non hanno però rinunciato alla loro formazione avvenuta proprio in ambito ermetico e novecentesco. Il fatto è che l' ermetismo è stato una eccellente scuola di poesia; inoltre, anche sul piano etico gli Ermetici hanno poco da rimproverarsi, avendo vistosamente rifiutato i valori ostentati dalla

società fascista, spesso esaltanti un acceso e becero nazionalismo, l' enfasi della gloria e della vanagloria etc.

L 'Ermetismo ha, di certo, come rimosso il presente, e ha sublimato la propria sofferenza storica proiettandola verso i cieli della metafisica e la pura ricerca esistenziale. Ma i poeti ermetici sono poi riusciti, nel dopoguerra, a riscoprire la realtà e le sofferenze comuni, e nel farlo, hanno potuto avvalersi di qualità tecniche e formali, di cui i neorealisti ortodossi, presi dall'urgenza di comunicare più che di esprimere il loro desiderio di denuncia o dal bisogno di testimoniare, si sono rivelati del tutto privi; e sicuramente la sciatteria e la debolezza espressiva, su cui si è sorvolato al momento, a lungo andare hanno finito per collocare nell'oblio la quasi totalità se non la totalità dei poeti neorealisti.

Certo, gli anni compresi tra il 1945 e il 1950, o forse il 1948, sono stati straordinariamente belli, anche se dolorosi per tutti gli Italiani, ivi compresi poeti e artisti; si viveva nella fame e tra le macerie di una guerra bestiale, ma negli uomini , c'erano ugualmente fede, entusiasmo, ottimismo; c' era la certezza del rinnovamentoe della ricostruzione fisica e umana, come mai più ci sarebbero stati in ugual misura.

In un clima simile non ci si è preoccupati di produrre esemplari di inarrivabile oesia e tuttavia appare 'ingeneroso il noto libro di Asor Rosa sul populismo nella letteratura italiana e che quindi condanna il neorealismo in blocco in quanto colpevole di tale "delitto"' .

Dà enormemente fastidio il tono supponente di Asor Rosa, dà fastidio anche avere voluto quasi disprezzare la genuinità dei sentimenti che hanno posseduto oeti, artisti del neorealismo, per i quali, comunque, giustificato appare il richiamo ella realtà; questo bisogno di calarsi nel reale è risultato artisticamente grandioso in scrittori come Calvino o Primo Levi o Fenoglio, che oramai sono considerati tra i più grandi in assoluto della letteratura italiana del Novecento.

Si è detto che, quando nel 1950 esce Via degli ulivi, il neorealismo è oramai in fase calante e, certamente, è venuto meno l'entusiasmo rivolto ad un effettivo miglioramento dell' uomo, entusiasmo durato sino al 1948, quando le masse popolari capirono che la realtà che stavano vivendo, principalmente con la sconfitta del fronte popolare e l'incrudelimento della gueua fredda, non consentiva più quella fervida speranza di rigenerazione, che era stata sempre dominante nello spirito del neorealismo.

Da parte sua, il neorealismo poco fece per dare forza espressiva alle sue cronache, ai suoi documenti, alle sue testimonianze, alle sue denunce, perche o si limitò alla semplice e nuda comunicazione o, peggio, proseguì imperterrito nell'estenuazione delle prose liriche, lirico -memoriali che avevano già raggiunto una fase di saturazione nel periodo tra le due guerre.

Abbiamo già visto anche l'aspetto negativo della poetica neorealista, cioè la critica alla poesia ermetica, o comunque a tutta quanta quella poesia che, per continuare ad abitare negli spazi iperurani dell' assoluto, doveva per forza ignorare il presente, la storia, insomma tutti quegli aspetti impuri dell'esistenza, che invece costituivano la fonte primaria della letteratura realista, già operante nell'ltalia degli anni Trenta con Alvaro, Moravia, Bernari e il Pavese di Lavorare stanca.

Costabile non si sottrae allo spirito del tempo, al bisogno, nel dopogueua, di realtà, all'esigenza partecipativa che era un'esigenza veramente collettiva ma non dimentica la grande lezione di stile che maestri della poesia pura ed esistenziale, come ad esempio Ungaretti e Montale, avevano elargito alle nuove generazioni poetiche.

Al Convegno di Studi su Costabile a Tropea era presente, tra gli altri, Walter Mauro, occupatosi per molto tempo della narrativa e della poesia neorealiste del dopogueua, il quale fa un intervento straordinario per mettere in risalto il tipo di realismo tutto speciale, a cui si è ispirato Costabile 8). Senza badare ad altri aspetti della poesia di Costabile, egli passa immediatamente a porre l' accento su questo suo realismo anomalo e atipico: "II discorso critico attorno al polo tematico del realismo nella poesia di Costabile...si presenta in termini molto più complessi di quanto un facile giudizio potrebbe far immaginare. Non sono mancati infatti...verdetti un po' superficiali e forse affrettati, che hanno scorrettamente individuato in questo poeta uno degli ultimi baluardi di un neorealismo oramai in fase di completa dissoluzione. Probabilmente, la strategia di lavoro critico più esatta e adeguata deve orientarsi verso l'ampliamento del concetto stesso di realismo, fino a coinvolgere più complesse componenti in grado di conglobare semmai altre ipotesi, in primo luogo quella che conduce fino a talune manifestazioni dell' ermetismo, e in particolare della depauperazione lirica operata da Giuseppe Ungaretti sulla parola poetica tradizionale.

Non va dimenticato infatti -se certi dati biografici sono validi e importanti nell' analisi di poetiche e scelte estetiche che Costabile visse in assidua frequentazione gli anni del sodalizio con il poeta de Il porto sepolto...e da tale incontro, pur lungo strade ed orientamenti diversi, finì per nascere e svilupparsi una tensione verso la pietrificazione della parola condusse un poeta come Franco Costabile verso approdi di straordinaria efficacia espressiva".

Walter Mauro che, tra l'altro, aveva frequentato gli stessi ambienti frequentati da Costabile, e cioè il giro di Ungaretti e quello che faceva capo allo scultore Peppino Mazzullo in via Sabazio, 24, comincia a tracciare le linee portanti del realismo di Costabile, linee che affondano contemporaneamente nel terreno del risentimento sociale e storico per la Calabria offesa e nello stile rastremato e pietrificato dell'Ungaretti de Il porto sepolto.

Partendo da queste premesse, Mauro arriva a concludere anche che merito della scelta realistica di Costabile è "di non calarsi sordamente nella realtà, dunque, bensì mettersi sulle piste della realtà, secondo un'ipotesi di lavoro poetico che lo sperimentalismo degli anni Sessanta farà proprio, pur fra tanti equivoci e numerose contraddizioni... Se a tutto quanto si va dicendo si aggiunge la lezione ungarettiana, il discorso critico si carica di nuove e imprevedibili potenzialità espressive che la parola di Franco Costabile sorregge di continuo con il supporto di dati e nozionalità precise, perchè emergenti dal vivo, al di fuori -si diceva -di ogni attività mimetica. ..E' necessario tuttavia sottolineare il significato che l'inaridimento della parola poetica, penetrata oramai entro un tunnel di dolore e di pena che ne aveva del tutto deliricizzato la fonìa, assume in un poeta come l'autore di Allegria e in tutti coloro che in quel tempo ne seguivano il dettame...Il senso iterativo, quasi al margine dell'ossessività, con cui Franco Costabile carica la sua parola icastica e pietrificata disvela dunque verità solutorie di ben più vasta indicazione di quanto una pura e semplice ipotesi di lavoro realista non invece lasci prevedere. C' è quindi imprevedibilità nella poesia di Costabile, soprattutto allorquando essa si arricchisce di quel dato dell' ambiguo che, nel corso della nostra creatività novecentesca, configura e riflette un lavoro letterario al cui interno ritroviamo appieno quella linea Svevo -Pirandello che ne costituisce gli aspetti più vastamente emblematici. Tanto andava restituito a Franco Costabile, per liberare la sua immagine di poeta da tutte quelle equivoche e ambigue legittimazioni critiche, che per anni ha fatto di lui il postremo epigono di una corrente pure importante, ma ormai del tutto sopraffatta da nuove realtà e da più problematiche strategie espressive 9).

Sempre nel Convegno di Tropea del 1987 un giovane studioso, Alberto Granese, si sofferma sull' atipico realismo di Costabile, partendo da quello che, secondo lui, è un dato di fatto nella poetica realista di Costabile, la mancanza cioè di un elemento inamovibile in una visione rigorosamente realista del mondo, il principio di causalità; mancanza che determina una concezione per assurdo del mondo e che, tra l' altro, ha coerenti conseguenze stilistiche tali che Granese parla dello stile di Costabile come se fosse stato sottoposto ad una dirompente carica esplosiva; si spiegherebbe così I' ossificazione, la pietrificazione, la rastremazione, quell' aria pulviscolare che seguono dopo un'esplosione imponente.

Sostiene infatti Granese che: "Ora, questa osservazione fatta sul piano dello stile, del linguaggio, del ritmo, portano ad una seconda osservazione di fondo, che il suo ritmo poetico, il suo respiro poetico spezzato, martellato, è così perche è omologo alla sua visione del mondo, cioè al processo logico che egli ha della realtà: una realtà, abbiamo visto, un linguaggio poetico in cui mancano questi nessi, come dire sintagmatici, cioè di modo, di tempo, di causa. Per Costabile la realtà non è legata da un rapporto causale, cioè di causa ed effetto, e non è legata da un rapporto di causa ed effetto proprio perchè per Costabile la realtà è dominata dalla legge dell'assurdo: la legge dell'assurdo, la legge dell'ingiustizia, che domina le cose del mondo e, quindi, che rende assurdo questo mondo. Per cui tra le cose del mondo non c'è un collegamento di causalità, ma c'è appunto questa giustapposizione di frammenti slegati, che danno questo ritmo franto e sincopato alla sua poesia 10) .

Era ora dunque che si sfaldasse il mito negativo di un Costabile, tardo e stanco epigono del neorealismo, soprattutto per quanto attiene alla sua penultima opera pubblicata, La rosa nel bicchiere, poiché invece Il canto dei nuovi emigranti evidenzia una violenza e una deformazione tali che, se proprio si vuole parlare di una appartenenza di Costabile ad una qualche scuola o movimento, allora si deve parlare di espressionismo o di realismo visionario; quanto poi ai testi usciti subito dopo la morte sulla rivista "L 'Europa Letteraria", n.35 del 1965, è già stato detto da Walter Mauro che potrebbero essere considerati di un estremo sperimentalismo, in misura da non dispiacere nemmeno alla neoavanguardia la quale, se guardiamo bene, più che caratterizzarsi per lo sperimentalismo, appare come una tardiva, se non anacronistica, rifioritura del rnanierismo. Certo, non rimane che inchinarsi i davanti alla splendida "maniera" di un Sanguineti, così come secoli prima ci saremmo dovuti inchinare davanti alle opere pittoriche sublimi, manieristicamente sublimi, di un Rosso Fiorentino o di un Pontormo.

In fondo, Costabile, pur essendo vissuto in mezzo ad una moltitudine di persone, magari a lui più affini per sensibilità artistica o anche più semplicemente umana, è rimasto sempre un isolato, uno che ha lavorato senza nulla concedere a gruppi, movimenti e simili; comunque, è di estrema importanza avere diradato le nubi che hanno offuscato la personalità poetica di Costabile, facendolo passare per un poeta che si sarebbe affidato alla pura mimesi nell'illusione di combattere contro le secolari ingiustizie subite dalla sua regione.

Nel più volte ricordato Convegno di studi su Costabile, Walter Mauro, dunque, ha messo in luce il realismo speciale del poeta, partito da una formazione ungarettiana, tesa alI' estrema scamificazione verbale e ritmica, per giungere ad una visione realistica del mondo e della poesia, che non tiene per nulla conto della tradizionale visione realistica di stampo naturalista, che pure è continuata ad essere dominante in altri autori, di Costabile conterranei. Quanto poi alla straordinaria relazione tenuta dal giovane Granese nel convegno di Tropea, viene alla luce la visione di un poeta schiantato dall' assurdo o più chiaramente di un poeta che non riesce proprio a scorgere i nessi causali tra le cose, quei nessi che finiscono per consegnare una visione del mondo scontata e priva della pur minima imprevedibilità. Scriveva Granese che "la realtà in Costabile è una realtà inconciliabile. ..dominata da questa legge dell' assurdo, che è una legge della ingiustizia umana. Questo, diciamo, è fondamentale nella sua poesia 11) .

Stabilito, dunque, per Granese, che dominante in Costabile è il punto di vista dell'assurdità del mondo, viene da se concludere che, proprio per questo assurdo, tra le cose del mondo non c' è un collegamento di causalità. Ed infatti, specie ne Il canto dei nuovi emigranti, si susseguono in maniera affannosa giustapposizioni di frammenti slegati, che poi danno un ritmo franto e sincopato.

Se per la seconda fase dell' opera poetica di Costabile è stata resa giustizia, anche per la prima sono stati fatti studi tali che ormai non è più possibile pensare alla Via degli ulivi come ad un'operetta dominata e sovrastata dall'effusione lirica oda una lamentosa elegia: elementi negativi che hanno continuato a perdurare anche tra i poeti del neorealismo. Per quanto riguarda la giusta riconsiderazione della Via degli ulivi bisogna partire dal mio saggio apparso nella rivista "La Provincia di Catanzaro", n.5-6, del 1985, numero confezionato come "omaggio a Franco Costabile, vent' anni dopo la morte" e che metteva insieme interventi, saggi e ricordi di critici, studiosi o amici del poeta. Già in questo numero della rivista scriveva Alberto Frattini, che poi sarebbe riapparso con una più ancora consistente relazione nel n.1-2 della stessa rivista, uscito nel 1988; quindi Frattini non aveva potuto prendere in considerazione il mio saggio, contemporaneo alla sua prima relazione; in seguito invece vi si sarebbe richiamato. Quanto a Gianvito Resta, non era presente tra i relatori del primo appuntamento con la figura e l' opera di Costabile ma sarebbe intervenuto in seguito, e in modo magistrale, nel secondo numero speciale della rivista, che raccoglieva gli atti del Convegno di studi tenutosi a Tropea. Così, Resta ha potuto esaminare il mio saggio apparso tre anni prima e da qui partire per la sua straordinaria analisi.

Non si può negare un'evidenza e che cioè Via degli ulivi è la prima opera poetica di Costabile ad essere pubblicata e che i testi ivi inclusi siano. frutto di elaborazioni giovanili; eppure, Via degli ulivi è un'opera pienamente già matura, saldamente strutturata intorno ad un nucleo centrale, costituito da una storia d' amore e insieme dal processo di formazione che riguarda il protagonista. Detto questo, viene spontaneo asserire che ci troviamo davanti ad un perfetto modello di canzoniere, il cui autore, pur mantenendo i connotati strutturali di un canzoniere petrarchesco, aggiorna lo stesso col tenere in debito conto lo sfondo storico, sociale, geografico, perché infatti siamo nel Sud agrario e feudale e perché gli attori e i comprimari del canzoniere non sono raffinati aristocratici di corte, ma gente comune.

Ma se, da un punto di vista sociale, tra un canzoniere petrarchesco e quello di Costabile le differenze sono enormi, sorprende poi trovare composizioni che pur in uno sfondo realistico riescono a mantenere finezze e preziosità di altri nobilissimi tempi poetici; si veda, ad esempio, questo madrigale contenuto nella terza sezione

di Via degli ulivi, "Remi d'ossa", collocato al secondo posto:

 

Nel porto che s'annulla lentamente

questa l' ora dei remi, amore mio.

Per la rotta dell'isola felice

il breve cielo delle tue pupille

sciacqua la luce d'una stella chiara.

 

Versi d'una trasparenza cristallina unica, venuti dopo una seconda realissima sezione, "Chitarra", dove si parla di vino, coltelli, tarantelle e di rudi lavoratori che, secondo un'antica tradizione, pigiano con i piedi l'uva per fare il vino; e con i lavoratori, naturalmente, ci sono le lavoratrici, solide donne del popolo collocate in una natura aspra e concreta, non certo nei paesaggi, quasi dipinti, dei primi classici e canonici canzonieri d'amore. Nella quarta e ultima sezione, il protagonista del romanzo d'amore, o canzoniere che dir si voglia, lontano dai luoghi che sono stati teatro della sua storia amorosa, trafitto dalla solitudine della grande, aliena città, tenta il recupero del tempo perduto, ma ormai la sua formazione è avvenuta e la sua storia d'amore potrà, tutt'al più, essere rivissuta e rigoduta da un'altra coppia nel ciclo eterno di vita e morte che si ripete infinitamente.

E, dunque, esattamente trent'anni fa io rimasi colpito positivamente da questo scarno libretto di versi che è Via degli ulivi; ne rimasi colpito e ne scrissi felicemente per il numero speciale della rivista "La Provincia di Catanzaro" del 1985, più volte citata. Il mio breve saggio sul testo di Costabile, riletto a distanza di trent'anni, presenta qualche ingenuità critica ma per le grandi linee lo sottoscrivo anche oggi, con l'identico entusiasmo di allora, anche se questo entusiasmo si manteneva, allora, .nei limiti; il pregio del mio testo era che si limitava a evidenziare la struttura di questa prima operetta di Costabile, cosa su cui si era sempre sorvolato, senza tener conto che la struttura dell'opera fosse la spia evidente della già raggiunta maturità del poeta. In definitiva, il saggio in questione diviene il presupposto indispensabile da cui partire per successive analisi, sempre che si sia convinti dell'importanza e della preziosità del testo, altrimenti ci si può limitare a qualche breve cenno, magari poi neppure bene documentato, col rischio di ripetere frasi fatte e definizioni scontate e sicuramente approssimative.

Allo stato delle cose, si può giustificare che gran parte della critica si sia soffermata su La rosa nel bicchiere, opera da cui, del resto, Costabile si attendeva un sicuro riconoscimento, ma non si può più tacere che per una completa ed esauriente interpretazione di Costabile, bisogna necessariamente partire da Via degli ulivi, per giungere poi ai versi riccamente sperimentali usciti postumi o a quelli scritti per Sette piaghe d 'Italia. Ma, dopo avere estesamente riportato la relazione tenuta da Resta nel Convegno di Tropea per la parte riguardante Via degli ulivi, è adesso opportuno ripartire dal mio saggio apparso nel n.5-6 della più volte citata rivista, insieme alI' altro ancora più straordinario saggio di Umberto Bosco, per lo stesso numero della rivista e che abbiamo pure riportato. 

Ecco pertanto quello che scrivevo tantissimi ani fa e che sono pronto, prontissimo, a sottoscrivere oggi:

"Via degli ulivi esce nel 1950 nei "Quaderni di Ausonia", Siena; è uno smilzo volumetto di appena cinquanta pagine, incluso l'indice.

Il libro è diviso in quattro sezioni: Via degli ulivi (eponima del volume) contiene quindici poesie; Chitarra con otto poesie; Remi d'ossa con sei e Lamenti con cinque. La quantità di testi compresi in ogni sezione, come si può notare, è decrescente.

Cominciamo col dire che la Via, che per troppo tempo è stata frettolosamente accantonata, ha invece un suo rimarchevole ruolo nella vicenda poetica di Costabile. E pure volendo concedere qualcosa ai detrattori o a coloro che ne diminuiscono il valore, non tutte le 34 poesie incluse nella Via degli ulivi possono giustificare un giudizio categorico, qual è stato dato, che si tratterebbe cioè di testi leggeri (anche se la leggerezza e la grazia sono da alcuni ritenuti un pregio del  volume) o peggio di semplici confessioni liriche e via dicendo.

Intanto, osservando bene le quattro parti del libro, possiamo verificare che tra di esse esiste un filo conduttore, un collegamento preciso. Si tratta di un vero e proprio canzoniere che, tra l'altro, racconta la storia del divenire adulto del poeta; il raggiungimento della maturità si ottiene attraverso un processo di formazione checomincia da uno stadio edenico di felice convivenza con le cose e le persone, nel quadro di una natura aspra eppure gioiosa, per poi passare ad una fase in cui si prende coscienza di una realtà non sempre così edenica, e pervenire al definitivo distacco dall'Eden; quest'ultima fase, che è quella della maturità, consiste freudianamente nel riconoscimento del principio di realtà e, quindi, della civiltà e del disagio di viverci dentro. "Negli anonimi spazi / di città / non ho più nulla / degli anni perduti"; oppure " Tu non puoi / intendere le notti / del marciapiede, la mia vita alla luce / delle insegne luminose"; oppure ancora leggiamo questi altri versi tratti sempre dalla quarta sezione, "Lamenti": "E la città. La grande città./ Vi arrivai una domenica d'estate. E da allora, anche oggi, / umiliato rasento le vetrine, / l' aria calda e odorosa dei forni. / Fra le cicche e gli sputi / raccolgo la pietà del marciapiede. "    Da notare l' insistenza del "marciapiede" per significare la marginalità della vita di chi si sente estraneo alla realtà urbana e a disagio nella civiltà. Ma riprendiamo ad analizzare il processo di formazione che, prima di giungere alla maturità, vede il poeta, già nella prima sezione della Via, vivere in perfetta sintonia con i luoghi dell' infanzia e dei primi innamoramenti. Il tono è prevalentemente lirico ma appaiono i primi segni di una cultura poetica raffinata di derivazione simbolista (forse per il tramite del maestro Ungaretti) e quindi surrealista. Della componente surrealista si può specificare l'area di provenienza, che è ispanica e insieme francese. E' un surrealismo alla Prevert, all'Eluard, ma un poco più prevertiano che eluardiano, perche è assente la componente politica o quella rivoluzionaria; di Lorca e dei cantori ispanici si sente invece I' eco melodica. Si noti I' evidente simbolismo nel primo testo di questa prima sezione, che ci piace riportare interamente:

 Per altri sentieri

torneremo alla piana

celeste degli ulivi.

Saremo

dove si leva

l'infanzia dei profumi;

dove l'acqua

non si fa nera

ma vacilla di luna;

dove i passi

avranno memorie di solchi

e le dita di melograni;

dove ti piace dormire

e ti piace amare.

Sono questi gli orti,

i confini per ricordarci.

 

La cultura simbolista per mediazione di Ungaretti si evidenzia attraverso la serie di insistite e ricche sinestesie sparse per tutto il testo, ma ciò non toglie, ammesso che queste siano le poesie che Costabile aveva inviato in lettura a Vittorini, che non si possa parlare anche di grazia e di leggerezza, come scrisse in risposta all'interpellante lo stesso Vittorini che, soprattutto negli anni Cinquanta, ma anche dopo, poteva essere considerato una guida e un punto di riferimento indispensabili per ogni giovane, narratore più che poeta, affacciantesi alla vita letteraria.

Per rimanere nel tema di una raffinata cultura letteraria, bisogna dire che Costabile dimostra una notevole padronanza metrica; si notino i frequenti accavallamenti tra un verso e l'altro: davvero una disinvoltura stupefacente per un esordiente...L 'ultima sezione, "Lamenti", chiude il conto con il passato. Si affaccia già la poesia del futuro, quella che Costabile avrebbe riversato nelle pagine di alcune riviste letterarie, come "Botteghe oscure", prima di farla rifluire ne La rosa nel bicchiere, magari lavorandola e scarnificandola ancora di più; i testi dell'ultima sezione sono, come precedentemente specificato, cinque, e tutti testimoniano la fine dell'Eden o l'imminente distacco:

 

Ma dove tornare

se più nulla

rimane di noi;

dove cercare la sera

e il vento

che ti odora di grano

nei capelli;

 dove, se non possiamo,

 se inganno

 è credere ancora.

   

Nelle poesie che seguono a questa iniziale, in cui è dichiarato il distacco, viene descritto l'inferno urbano con i marciapiedi desolati, le notti illuminate dalle insegne luminose e così via".12)  Ma leggendo e rileggendosi finisce per scoprire nel testo sempre nuovi significati, a riprova della polisemia insita in ogni testo letterario che si rispetti e dove la connotazione è sempre rilevante per forza di cose. Sempre per quanto riguarda la Via e la sua ultima sezione, "Lamenti", si è forse trascurato di sottolineare dovutamente il messaggio veicolato dai due testi finali; si è trascurato di dire quanto Costabile abbia anticipato i tempi, quelli degli anni Sessanta con la ricerca di valori autentici, compresi quelli di natura religiosa. Se ci si fa caso, Costabile in entrambi i testi si richiama per ben due volte al Signore, scritto tra l' altro minuscolo, anche per sottolineare non tanto una sua democraticizzazione quanto per sottintenderne la "familiarità"; Costabile non pensao padre ma a Dio figlio, cioè al Dio che si è fatto uomo per stare in mezzo agli uomini; Costabile pensa ad un Dio che abita prevalentemente fuori o lontano dai luoghi di culto: è il Dio che lui vuole "imparare" con pazienza, vale a dire, etimologicamente, con sofferenza. I versi con i quali si conclude l'aureo volumetto dicono bene questo bisogno religioso del poeta, un bisogno che intende fare a meno di ogni addobbo, di ogni orpello, di ogni pur probabile ipocrisia, perché:

Signore,

io non voglio impararti

come un altro mestiere.

So di che lievito è il pane dell'uomo.

E voglio cercarti in silenzio e in amore

dove matura il grano.

Costabile aveva già evidenziato in anni lontani, durante la guerra e anche dopo, aderendo con entusiasmo al Partito d' Azione e scrivendo sul suo giornale, "L'Italia Libera" , il bisogno etico (insito nello stesso Partito d' Azione, fatto di volenterosi e illuminati borghesi, che si distinguevano più per senso morale che politico) in lui dominante su tutti gli altri; la sua militanza "azionista" quindi non contrasta affatto con la sua formazione religiosa e cattolica, convergenti sia I' azionismo che il cattolicesimo nell ' eticità più assoluta.

Altro studioso che si è intrattenuto a lungo e puntigliosamente sulla Via degli ulivi è Alberto Frattini, non tanto in uno dei due più volte citati numeri de "La Provincia di Catanzaro", visto che in entrambi egli è presente, quanto in quello uscito nel 1988. Per cogliere in pieno la ricchezza dei suoi interventi, è necessario partire già dal primo dei due numeri della rivista che sono stati dedicati a Costabile, anche perché, così facendo, veniamo a conoscenza di alcuni particolari che in verità risultano più interessanti dal punto di vista storico che non precipuamente poetico. Nel primo dei suoi due interventi Frattini scriveva, o meglio, precisava, l'occasione in cui conobbe Costabile per la prima volta, sebbene già dieci anni prima di questa data i loro destini si erano inconsapevolmente incrociati, essendo stati i loro primi volumetti di versi 13)  recensiti da Giorgio Petrocchi : "Ebbi la notizia per la prima volta di Franco Costabile dall' articolo di Giorgio Petrocchi che, presentando sulla rivista romana "La Via", diretta da Igino Giordani , il 20 ottobre 1950, due raccolte poetiche di giovani esordienti: la mia, Giorni  e sogni (ed.ni di Pagine Nuove), e Via degli ulivi (Siena, Quaderni di Ausonia ) del poeta calabrese. concludeva così la sua nota: "II consenso con cui sono stati accolti questi due primi libri di poesia testimonia che il Frattini e il Costabile hanno conquistato il loro ruolo in quella giovane scuola romana di poesia si è venuta faticosamente formando in questo dopoguerra". Parecchi anni dopo,  la fine degli anni Cinquanta (o all'inizio dei Sessanta) ebbi occasione di incontrare di persona Costabile durante i lavori di un concorso per cattedre di Lettere e Storia negli Istituti Tecnici, al quale egli partecipava (vinse poi la cattedra) mentre io facevo parte per la prima volta (avevo conseguito la docenza ne1 1959) di una Commissione esaminatrice. Non ebbi più occasione di incontrarmi con lui ma fui colpito dall'intensità e dall'autenticità della sua voce nella sua nuova raccolta del 1961, La rosa nel bicchiere (Roma, ed. Canesi), che richiamavo, sul versante della cosiddetta linea meridionale, nella prolusione al corso su La giovane poesia italiana 1945 -1960, da me svolto durante l'anno accademico 1965- 1966 nell'Università San Paolo di Assisi "per il senso di drammatica protesta innervata a una fervida problematica innovativa che, dalle ragioni non formali, si riflette necessariamente nell'ordine stilistico -linguistico", avvertivo la possibilità di accostare ad altri poeti del Sud, da Rocco Scotellaro a Vittorio Fiore, da Raimondo Manelli a Mario Farinella, quella di Costabile, nella quale "la denuncia e la rivolta si tendono a volte, in sequenze litaniche, magari nello scatto di un cupo sarcasmo, a meglio incarnare il senso dell'incisiva coralità" (cito dal testo di quella prolusione ripubblicata con il t itolo Dopo I' Ernetismo nel volume Dai crepuscolari ai "nuovissimi", Milano, Marzorati, 1969, p.352).14)

In questo primo corposo intervento di Frattini su Costabile si parla molto della Rosa e pochissimo di Via degli ulivi, sul quale poi egli si sofferma, richiamandosi a quella necessità, che io avevo espresso nel saggio Franco Costabile poeta di Calabria (s.d. ma del 1977), di un'organica indagine sul linguaggio poetico di Costabile. a ripensarci oggi, è stata proprio questa necessità a fare uscire Costabile dal ghetto del "meridionalismo" per proiettarlo invece al di là dell'avanguardia. In questo senso fare un' edizione critica, filologicamente attendibile delle sue opere, contribuisce enormemente a rivelare la personalità autentica di questo notevole poeta, frainteso come pochi altri. Certo, per la deghetizzazione di Costabile, importante è sia il saggio di Granese che quello di Walter Mauro usciti ne "La Provincia di Catanzaro" del 1988, di cui abbiamo parlato. Resterebbero altriment iinspiegabili i testi dell'ultima sua opera, Sette piaghe d'ltalia, specie del secondo testo contenuto in questo volume collettaneo, Cammina con Dio, più quelli usciti nel numero di "L 'Europa Letteraria" n.35 del 1965 e cioè: Sul modo di essere liberi, Taccuino dell'onorevole, Uomo al plurale, e altri ancora. Testi in cui viene decretata la definitiva morte del soggetto in poesia, obbiettivo a cui tendeva anche la neoavanguardia, giusto negli stessi anni dello sperimentale Costabile, ma non sempre da essa raggiunto se non nei migliori, sicuramente, per esempio, non da Sanguineti con il suo crepuscolarismo plurilinguistico e pluristilistico. A volte, gli obbiettivi più interessanti e più rivoluzionari sono proprio raggiunti da poeti schivi e isolati che lavorano lontano dai gruppi o dalle scuole o dai movimenti. Se si scrivesse una storia attenta e scrupolosa della poesia italiana del Novecento, ci sarebbe veramente da ridere, perché ci accorgeremmo che, scrittori prima ritenuti quasi dei miti, in realtà sono figure modeste, mentre altri, sottovalutati, come ad esempio un Edoardo Cacciatore, un Emilio Villa o appunto un Franco Costabile, sono certamente più validi ed autentici di questi falsi e gonfiati "miti".

Frattini, dunque, anche nel primo dei due numeri della rivista catanzarese dedicati a Costabile, si intrattiene sulla Via degli ulivi, dove, lo spunto per farlo, gli viene dato dalla lettura di un mio saggio sul poeta di Sambiase, apparso ne1 1977: "Osserva Iacopetta nel suo lavoro del 1977, che mancava ancora un' organica indagine sul linguaggio poetico di Costabile: una lacuna che ancora sussiste e che dovrebbe colmarsi con una radiografia del tessuto espressivo della sua intera esperienza in versi (ma senza trascurare le traduzioni, a cominciare da Via degli ulivi: dove già assume illuminante significato l'uso della sinestesia che, intersecando dimensione visiva, olfattiva, acustica, concorre a dar più concreto e suggestivo spessore alle cose di un passato prossimo di cui punge la nostalgia ("E la fragranza / raccolta nei capelli / alla corsa dei pini / e lo stagno paziente / al gioco dei tuoi sassi; / e le altre cose / scomparse: / anche la primavera / stanca di rose / si è spenta", odi un presente che sfuma dall'iterazione all'oltretempo: "Dai campanili / dipinti di silenzi casalinghi / voce in paese non discende ormai. /Rimane nel cielo di lilla / che si vuota di rondini ogni sera", o si incide con duro realismo nel contrasto con la dolce-amara favola della giovinezza nella terra natia, cui si è ormai voltato le spalle: "E la città. La grande città. ..Vi arrivai una domenica d'estate. / E da allora, anche oggi, / umiliato rasento le vetrine, l'aria calda odorosa dei forni; / tra le cicche e gli sputi / raccolgo la pietà del marciapiede". )

Si dovrebbe tener conto, oltre che del lessico e delle figure in cui si articola (dall ' anafora al paragone, alla ripetizione), della sintassi, principalmente, del verbo, dove al passato del rimpianto ("Fummo insieme / fra i ciliegi / e le tortore di aprile / a guardare le onde / dei colli lontani / ove dolce finiva / la patria del sole. / Tu volevi una casa, / bambini e fiori / ed anche i fiori / morirono, lenti, nel sogno"), o del ricordo d'amore ("Nel tuo grano ebbi regno: / lì tu venivi piena di lusinghe / con un saluto in musica / di passere spaventate") o del distacco e dell'attesa ("In principio vagai / con un poco di sole  e quattro soldi di stelle per sera. / E mi bastava;/perché meglio sentissi la mia libertà" ), risponde il futuro della speranza ("Per altri sentieri/torneremo alla piana/celeste di ulivi/ Saremo/ dove si leva/ l'infanzia dei profumi), e del sogno ("Andrai con altra vela / all'ora degli scogli. / Altra luna avrai, / altre note di mare") o del presentimento innervato ad un estro surreal-spaziale ("Forse morrò sopra questa chitarra/ che conosce il tumulto del mio sangue.//E se bisogna attraversare il cielo/l'appenderò sul corno della luna") 15)

L ' analisi formale del linguaggio fatta da Frattini così minuziosamente, prosegue con La rosa nel bicchiere e con Sette piaghe d' Italia, opere n.elle quali egli verifica l'uso accentuato della concentrazione ellittica del linguaggio e della reticenza e dell'accumulo appositivo; quanto all'uso dei verbi, su cui Frattini si è soffermato per la Via degli ulivi, ora ne scopre alcune peculiarità in Sette piaghe d'ltalia, dove il poeta passa dall'insistenza sul passato remoto in 1861 al prevalere del presente nel Canto dei nuovi emigranti, dove il dramma evocato è effettivamente tutto in primo piano e viene reso efficacemente dall' asciutta registrazione, che consente l'uso dell'indicativo, a cui fa poi da contrappunto l'uso dell'imperativo della protesta e della ritorsione.

L' analisi formale del linguaggio poetico di Costabile è quella che meglio consente una nuova interpretazione della sua poesia, che non può allinearsi ne con formule poetiche, ne con istanze di segno ideologico o sociopolitico, anche se, al suo fondo, permane un'accesa tensione morale e civile.

Anche Granese si è molto soffermato sull'aspetto stil-Iinguistico della poesia di Costabile, anche se prevalentemente nei riguardi de La rosa nel bicchiere, dove egli verifica che "per Costabile la realtà è legata da un rapporto che potremo definire essenzialmente metonimico...e non metaforico. Ciò perche mancano appunto delle immagini condensate, delle immagini fuse, e ne troviamo più che altro una concatenazione, cioè un rapporto di contiguità tra i vari frammenti di realtà evocati dal poeta. Anzi, potremmo dire che questo stile, proprio perche è uno stile ellittico, porta in modo particolare il poeta ad un uso quasi costante di sineddochi, cioè nel senso che noi troviamo sempre enumerato da Costabile la parte per il tutto. Facciamo un riferimento al gergo cinematografico, tanto per intenderci. Potremo dire che Costabile non fa uso di carrellate o di panoramiche, ma fa uso di montaggio a blocchi staccati, giustapposti"16).

A. Granese questi rilievi di carattere formale servono per giungere a conclusioni tali che escludono senz' altro Costabile dal "meridionalismo", essendo frutto, la sua visione del mondo, del concetto che la realtà è soprattutto un assurdo totale: assurda la figura predominante ossessivamente del padrone o del padre -padrone,assurdo il legame viscerale tra schiavo e padrone, tra figlio e padre: assurdi, entrambi i legami, sino a giungere al punto in cui la vittima si trasforma nel carnefice e, comunque, i ruoli si invertono in continuazione. Potrebbe essere giunto il momento di un consuntivo riguardante la critica su Costabile, che comincia dal 1966, un anno dopo la sua morte, al Convegno di Sambiase, dove parlò principalmente Elio Filippo Accrocca, e che si è poi protratta per un quarantennio, per giungere sino ad oggi. Quarant' anni  di  critica  su   Costabile ci consentono di fare un bilancio e di dire che due sono state le linee interpretati ve della sua poesia: la linea stil-Iinguistica, di cui abbiamo visto nobili esemplari e la linea contenutistica, che si è soffermata sui messaggi lanciati dal poeta e sulle sue accorate prese di posizione; dobbiamo purtroppo dire che la seconda linea interpretati va non ha consentito di scorgere nella poesia di Costabile quelle valenze sperimentali che sono ineccepibili; certo, mancava, al tutto, che si facesse un'edizione critica delle sue opere, o almeno la più corretta possibile, per poter essere certi della volontà dell' autore, delle sue vere intenzioni e così ci pare ormai di essere sulla buona strada per assegnare a Costabile un posto di assoluto rilievo nella poesia del nostro Novecento.

Quello che nella letteratura italiana del Novecento è stato conquistato lentamente, e cioè la perdita di centralità del soggetto, tanto peggio se trattasi di soggetto lirico, nella letteratura non europea, in special modo in quella statunitense, era una prassi consolidata; si veda come viene sistemato il dialogato nei testi narrativi di un Hemingway, ad esempio; mentre la letteratura europea si dilunga a presentare il personaggio con analisi di tipo psicologico, lo scrittore americano, senza che il soggetto narrante debba sindacare alcunche, in poche battute di dialogo, fa venire fuori il carattere del personaggio; ed anche la poesia americana è tutta cose e fa ameno della lunga e insistita ragnatela psicologica e soggettiva.

Per merito di Pavese e di Vittorini, per la loro fame di realtà, la letteratura americana è stata introdotta in Italia già dagli anni trenta, introdotta nel senso stilistico -strategico che si diceva prima; peccato che, sia Pavese, ma soprattutto Vittorini, non ne abbiano saputo approfittare se non assai limitatamente, e il loro lirismo, a volte fastidioso, cacciato dalla porta, entra poi dalla finestra. Comunque, il grande obbiettivo della concentrazione della letteratura italiana sulla realtà fu già

raggiunto negli anni trenta, a spese della caramellosa prosa d'arte e si mise in tutta evidenza nel secondo dopoguerra con il neorealismo; perciò, è da qui che occorre partire per capire bene come il lirismo e il soggettivismo siano stati sconfitti: sconfitti ovviamente dai migliori e più dotati scrittori e, fra questi, anche da Costabile. In genere, i mediocri, anche in pieno neorealismo, o soprattutto durante il neorealismo, o nonostante il neorealismo, continuarono a fare uso abbondante di lirismo e soggettivismo: entrambi erano del resto strumenti più che mai idonei a tradurre sulla pagina le intense e non controllate emozioni di chi intendeva dare il suo contributo partecipativo allo sforzo di ricostruzione e rifondazione dell'uomo, dopo le atrocità da poco cessate con la fine del conflitto e mentre le distruzioni provocate dalla guerra erano ancora sotto gli occhi di tutti. In particolare, poi, gli scrittori meridionali avevano qualche motivo in più per protestare e per inveire contro le ingiustizie storiche patite dai contadini da sempre.

Ma quello che abbiamo sostenuto è ancora valido e che cioè i neorealisti affrontarono la situazione, dal punto di vista artistico e letterario, con strumenti inefficaci, appunto quelli del soggettivismo e del lirismo o della semplice cronachistica testimonianza; il tutto si può spiegare e si deve giustificare, considerata la nobiltà dei sentimenti che faceva indiscutibilmente parte della personalità del poeta o del narratore neorealista che voleva denunciare le storture esistenti e migliorare l'uomo, secondo le loro esperienze. E, quindi, se delle migliaia e migliaia di poeti e narratori neorealisti non rimane più traccia, ciò si deve appunto all'uso di strumenti artisticamente e letterariamente inadeguati; i nomi che rimangono degli scrittori che operarono anche durante il neorealismo sono i soliti Calvino, Primo Levi e poi Fenoglio e pochi altri. Opere come Uomini e no di Vittorini o il Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi sono tali che vanno lette e apprezzate solo nel quadro delle storie artistiche dei loro autori non certo perché abbiano rappresentato al meglio lo stesso neorealismo.

Questo andava detto per diradare ogni equivoco riguardante Costabile, il suo meridionalismo o il suo impegno letterario neorealista, che non esauriscono o dicono molto poco sulla vera resa artistica, anche a prescindere dall'evidente sfasamento cronologico (la Rosa del '61 o le Sette piaghe del '64) delle opere di Costabile; altra cosa è considerare positivamente avere respirato a pieni polmoni l'aria neorealista soprattutto con Via degli ulivi, poiché  il processo di emancipazione di Costabile dall'assoggettamento allirismoe al soggettivismo, per lui, come pure per altri, comincia proprio con l'impegno di attenersi alla realtà.

Ora, il modo migliore per comprendere se uno scrittore sia riuscito o meno ad arrivare a questa emancipazione non può che essere l'analisi formale dei testi, non certo l' enfatizzazione dei contenuti sociali, morali, politici e ideologici, come per troppo tempo si è fatto da parte di studiosi e critici di Costabile, in buona fede, magari a volte anche con una carica tribunizia eccessiva.

Gli interventi di Frattini, Granese, Bosco, soprattutto Resta, o i miei, magari più frutto di fortunata intuizione che non della maestria critica da riconoscersi ai sopracitati critici, vanno in questa direzione, come ci conferma sia I' appena riportato intervento di Frattini nel numero 5-6 de "La Provincia di Catanzaro" del 1985 che l'altro, contenuto in un successivo numero della rivista, uscito ne11988, il numero 1-2. Frattini, in questo intervento, parla dei tre tempi della poesia di Costabile e, quindi, noi utilizzeremo solo la parte della sua relazione al Convegno di Tropea, riguardante Via degli ulivi: "II primo tempo di Costabile è costituito da Via degli ulivi: un piccolo canzoniere, di cui si è parlato più volte nelle precedenti relazioni, ma che la critica ha trascurato, forse a causa di una lettura epidermica, che privilegia la leggerezza delle vocazioni, la grazia del colore (è un'espressione di Vittorini, che parlava appunto di questo, scrivendo a Costabile), ma che è ricordato e apprezzato dallo scrittore citato, che del giovane poeta esordiente aveva intuito l' ingegno.

Giorgio Petrocchi, in una delle prime recensioni del volumetto, sottolineava, in queste liriche, la freschezza del cantabile in certi scorci visivi. Ma un approfondimento capillare del linguaggio di Via degli ulivi può riservare altre notevoli sorprese, come avvenne nel caso di Iacopetta, il quale, evidenziando la raffinata cultura letteraria di cui già il poeta disponeva, ha posto l' accento su un particolare surrealismo di ascendenza ispanica e francese (da Lorca a Prevert), il che permette di cogliere, fuori da suggestioni interne, un certo clima di surrealtà, che talora a questa altezza caratterizza l'invenzione poetica di Costabile e può essere di giovamento per qualche verifica sui modi della strumentazione espressiva. Così la sinestesia, non infrequente in Via degli ulivi, sembra riequilibrare la divaricazione tra sensibile e ultrasensibile, condizione terrestre e apertura celeste, accrescendo la forza di legame fra il qui e l' altrove, la realtà e il miraggio.

"E l'ombra gela / questa pietra antica/ dove quasi per gioco / ti feci la promessa di un velo di sposa / com'era la via lattea / che guardavi". Ma ecco altrove: "La primavera stanca di rose" e "l'aria calda e odorosa di forni", che riportano nella solitudine straniante della città il profumo della buona terra; così come i suoni e gli odori del paese e della campagna possono avviare un delicato idillio di asciutta, rusticale grazia.

Sintomatici, in una radiografia ricostruttiva delle tensioni che caratterizzano questa fase di Costabile, anche i movimenti sintattici del verbo, dal presente della registrazione diretta al passato del distacco e del rimpianto: "Fummo insieme / fra i ciliegi / e le tortore di aprile / a guardare le onde / dei colli lontani / ove dolce finiva / la patria del sole. / Tu volevi una casa / bambini e fiori, / ed anche i fiori / morirono lenti nel sogno".

Un passato, che trova il suo contrappunto nelle prospettive dell ' estro e del sogno. Oppure al futuro della speranza o di un presentimento di morte in proiezione surreal -fantastica in versi che furono più volte citati: "Forse morrò sopra questa chitarra / che conosce il tumulto del mio sangue. // E se bisogna attraversare il cielo / l'appenderò sul corno della luna". Spostandoci dalla sintassi dei verbi o tempi a quella dei modi, potremo notare in un altro testo di Via degli ulivi, l'opposizione tra l'indicativo presente, come presa diretta sulla realtà, entro un flash visionario, ed il congiuntivo imperfetto, in cui si proietta ottativamente la struggente aspirazione ad un possibile eterno di felicità e di bellezza: "Perfetta / ora che ti vedo / sul patino riversa, / gli occhi chiusi / alla luce del sole / e i capelli / dal colore di birra / sciogliersi a fiore d'onda / dolcemente. Potessi averti così / sempre negli occhi, / creatura marina. 17)

Quanto alle raffinate ascendenze letterarie e poetiche di Costabile, io non ho avuto difficoltà a registrare l'uso dominante della sinestesia, che è poi il cuore della poetica simbolista, così come non ho avuto la minima difficoltà a registrare altresì la presenza di uno speciale surrealismo, di natura idillica più che canonica, nel senso del surrealismo storico, dove un contributo preponderante era dato dagli interessi per l'inconscio freudiano o per le pulsioni rivoluzionarie e aggressive che hanno determinato il sorgere dei grandi sommovimenti sociali, marxianamente parlando. Non è questo l'aggraziato e vivace surrealismo di Costabile nella Via degli ulivi; simile a questo di Costabile è stato anche l'acceso e visionario colorismo di Alfonso Gatto, che fa da sfondo all' immaginario surreale del poeta.

 In verità, la matrice simbolista è quella che domina nel Costabile della Via, una matrice comune e a cui si sono richiamati anche gli Ermetici, presso i quali non è raro rinvenire anche esemplari poetici di chiara matrice surrealista (Mario Luzi, su tutti). Certo, la vicinanza ad Ungaretti, poeta europeo quanti altri mai, avrà avuto la sua notevole importanza per la determinazione di questa matrice simbolista in Costabile, ma il fatto è che, da tempo, in Italia, sia pure in ritardo, si è sempre avuto presente la lezione dei Simbolisti.

Con questa nostra capziosa analisi, e con l' ausilio di tante importanti voci critiche, pensiamo di essere arrivati a concludere che la Via degli ulivi, considerati i tre tempi in cui viene scandita la sua poesia, costituisce un primo imprescindibile capitolo di tutta quanta la sua storia poetica, per andare oltre i tre tempi, con gli inediti apparsi dopo la morte e con tutti i suoi versi sparsi o persi.

 


  l )  Veramente, nel 1950, la casa editrice senese non era ancora Maia; più semplicemente figurava come Quaderni di " Ausonia"- Siena; il volumetto di Costabile è il n.15 della collana di poesia ausonica",        "Sirena", diretta presumibilmente dal prof. Luigi Fiorentino.

 2 )  "La Provincia di Catanzaro", n.5-6, con interventi, oltre a Bosco, di Iacopetta, Lombardi Satriani, Frattini, Strati, Paladino, Accrocca, Piromalli, Nisticò, Caproni, Enotrio.

 3 )  In una successiva iniziativa, il convegno di studi sull'opera di Costabile, tenutosi a Tropea nel 1988 e i cui atti furono pubblicati ancora sulla rivista, "La Provincia di Catanzaro", Gianvito Resta, sempre a  proposito di Via degli ulivi, parlerà invece di influsso montaliano.

 4 ) U. Bosco, ...Dove matura il grano, in "La Provincia di Catanzaro", n.5-6, a.1985, pagg.12-13.

 5 ) E. Bonea, Il mugugno e la bile di Franco Costabile, in "La Provincia di Catanzaro", n.1-2, 1988, pag.81. Questo numero del giornale raccoglie gli atti del convegno di studi su Costabile, tenutosi a Tropea, con  interventi, oltre a questo di Bonea, di Resta, Frattini, Granese, etc.

 6 ) G. Resta, in La poesia come protesta, saggio abbastanza esteso, contenuto nella citata rivista "La Provincia di Catanzaro", a.VIl, n.1-2, pagg. 37-42; la rivista, come già detto, metteminsieme  in un numero  speciale gli atti del convegno di Tropea sulla poesia di Costabile.

 7 ) Asor Rosa, Scrittori e popolo. Saggio sulla letteratura populista in Italia, Samonà e Savelli, 1965, I Ed; anche Giovanni Falaschi, autore del saggio Realtà e retorica. La !tteratura del neorealismo italiano,  Casa Ed. G. D' Anna, Messina-Firenze, 1977, nella sua introduzione a questo volume con i confronti antologici di diversi autori, poeti, artisti, critici sul neorealismo, osserva che: "Nel 1965, nell'intrecciarsi del  fuoco congiunto da destra e sinistra, il neorealismo subì forse il giudizio più duro da posizioni di ultrasinistra. Alberto Asor Rosa, in un saggio che destò molto scalpore, attaccava impietosamente gran parte  della letteratura italiana dell 'Otto e del Novecento come populista, .cioè fatta da aristocratici, borghesi o piccoli -borghesi, popolareggianti o comunque reazionari in qualsiasi modo si sentissero "dalla parte  del popolo" di cui parlavano. Non è qui il caso di parlare diffusamente del libro di Asor Rosa senz'altro  intelligente e stimolante e ositivamente aggressivo, quanto disorganico e pamflettistico, e soprattutto  astratto e schematico. Il libro invitò a discussioni, e qui sta molto del suo merito, ma la continuità che il critico ravvisava nella letteratura, o nell'ideologia letteraria dell'Otto e del Novecento, non corrisponde  alla realtà storica, come non vi corrisponde la continuità ideologico - olitica ( pag.10). Non sono il solo, quindi, a muovere critiche al libro di Asor Rosa, il quale aveva bene in mente un obbiettivo politico da  cogliere e cioè la critica alle posizioni moderate del P.C.I, di allora, erede del moderatismo di Togliatti. Uno studio encomiabile  invece sulla poesia neorealista è quello di Walter Siti, Il neorealismo nella poesia  italiana, Einaudi, Torino, 1980, che, facendo una vasta e capillare campionatura di tutta la poesia eorealista, analizza il movimento dal punto di vista dell'uso delle figure retoriche, rescindendo da ogni giudizio  di valore. Anche la compianta Maria Corti, autrice di un lungo e penetrante saggio sul neorealismo pubblicato nel suo Il viaggio testuale, Einaudi, Torino, 1978, Il Ed., pagg. 25-.119, analizza senza  prevenzioni ideologiche il movimento, cercando di fissarne, con evidente preoccupazione storica e filologica, i limiti temporali in cui si è espresso. Per finire a un altro valido studioso come Claudio Milanini,  autore del saggio introduttivo del volume Neorealismo. Poetiche e polemiche, Il Saggiatore, Milano,1980, in cui compie un'analisi esaustiva del movimento, scansando ogni pregiudizio ideologico.

8 ) A Walter Mauro, autore del noto saggio Realtà, mito efavola ne/la narrativa italiana del Novecento, Sugar Edizioni, Collana Argomenti, Milano, 1974, nonche di una monografia su Corrado Alvaro, Mursia,  Milano, 1973, non potevano mancare gli argomenti per affrontare da par suo il tema del realismo nell'opera di Costabile; quello che sorprende è che egli sia giunto a ipotesi tanto nuove e interessanti  nell'ambito di un Convegno di studi i cui atti, come si è più volte detto, furono pubblicati nel n.I-2, della rivista "La Provincia di Catanzaro", ne11988.

9 ) W. Mauro, L 'ipotesi realista nella poesia di Costabile, in "La Provincia di Catanzaro, num. cit. pagg. 94-98, con tagli.

10) A. Granese, La conjlittualità del reale e l'unità del simbolo nella poesia di Franco Costabile, in "La Provincia di Catanzaro", num. cit., pagg. 62- 72, con consistenti tagli. Sia Mauro che  Granese, a esemplare  di questo stile franto e martellato di Costabile, riportano frammenti de Il canto dei nuovi emigranti più che de La rosa nel bicchiere ed ovviamente non della Via degli ulivi. Walter Mauro si riferisce ai versi  postumi di Costabile per avvicinarlo poi agli esperimenti di stile e linguaggio operati dai neoavanguardisti degli anni Sessanta. Ma il Costabile più sperimentale e spericolato è invece quello di Sette piaghe  d'Italia, non tanto de Il canto dei nuovi emigranti compreso nel citato volume in posizione finale, quanto nel testo che lo precede, Cammina con Dio, una poesia che sembra scritta più da un esponente della  scuola dello sguardo", da un Robbe-Grillet, per intenderci, che non da un presunto epigono del neorealismo.

11) A. Granese, art. cit., in rivista citata, pag.65

12) A. Iacopetta, L 'opera prima di Franco Costabile, in "La Provincia di Catanzaro", cit., pagg.59-60, con tagli. In questo numero della rivista, lo stesso è autore di numerosi interventi, intesi a coordinare il lavoro  dei vari intervenuti e, logicamente, non tutti gli interventi sono dotati di uno spessore notevole; felice invece è questo intervento sulla prima opera di Costabile, che poi sarebbe stato considerato un punto  importante, una tappa decisiva nel lungo cammino del processo di rivalutazione critica dalla Via degli ulivi, come avrebbe riconosciuto Resta con il suo straordinario intervento nel n. 1-2 della medesima  rivista, giunta al suo settimo anno, nel 1988, uscita subito dopo il Convegno di studi su Costabile e per raccoglierne gli atti. Ma accanto al mio intervento, nello stesso numero della rivista, decisamente  superiore al mio intervento, è da porsi quello, magistrale, di Umberto Bosco, "Dove matura il grano", che abbiamo riportato abbondantemente per la parte che, ovviamente, riguarda Via degli ulivi, che il  grande studioso di Dante e Petrarca giudica senz'altro opera matura e da stare a livello della Rosa.

13) Occcorre dire che Frattini è anche valido poeta oltre che insigne studioso di Leopardi e di letteratura moderna e contemporanea.

14) A. Frattini, Per una rilettura della poesia di Costabile, in "La Provincia di Catanzaro", n.5-6, cit., pag.31. La vera storia della critica frattiniana su Costabile ha inizio dunque da questo 1985, in quanto, prima, si  basava esclusivamente su cenni, anche se estremamente interessanti. Intanto, attraverso Frattini, apprendiamo della recensione fatta da Giorgio Petrocchi a Costabile, già dal lontano 1950, tanto per avere  conferma che il poeta ha avuto sempre eccezionali lettori. Ma, attenzione, Petrocchi inserisce Costabile nella scuola romana, la celebre scuola di cui  fanno parte, oltre a Frattini stesso, Pasolini, Accrocca,  Bellezza etc., mentre lo stesso Frattini lo inserisce invece nella "linea meridionale", accostandolo, fra gli altri, a Rocco Scotellaro. Intanto, nel 1983, l'editore romano Bonacci pubblica un interessante volume,  Poeti a Roma 1945-1980, a cura di Frattini e Uffreduzzi, in cui, dei poeti della scuola romana, vengono riportati  in antologia testi di Frattini, appunto, e quindi di Accrocca, Clementelli e altri e non di  Costabile, del quale comunque si parla, nell ' ambito di questa scuola, nei saggi che corredano il volume. Si sarebbero, allora, dovuti riportare testi di quattro grandissimi della scuola romana: Penna, Pasolini,  Bertolucci, Caproni, ma questo, tuttavia, non interessa per il nostro assunto.  Ma bne ha fatto anche Frattini ad inserire Costabile nella linea meridionale, perche altrimenti non ci potremmo spiegare il senso  del messaggio contenuto in volumi di Costabile come La rosa nel bicchiere e Sette piaghe d'ltalia.

15) A.Frattini, art. cit., in "La Provincia di Catanzaro", num. cit., pag.34. Un attimo prima Frattini si era effuso anche su altro aspetto della mia analisi formale, che però attiene, come si usa dire tra i semiologi, I  semiologi di una certa scuola, più alle forme del contenuto che non a quelle del significante, facendo rilevare come Costabile si serva di un mondo oggettuale definito e circoscritto e che torna con costanza  significativa. E' una riprova ancora di più di come a Costabile abbia giovato la sua iniziale adesione al clima del neorealismo, per poi servirsene per sotterrare il soggettivismo in poesia e arrivare così ad esiti  di notevole sperimentazione.

16) A.Granese, art. cit., in "La Provincia di Catanzaro", numero cit., paggo63-64

17) A. Frattini, I tre tempi della poesia di Franco Costabile, in "La Provincia di Catanzaro", cit., pagg. 107-108. Nell'analizzare il secondo tempo Frattini continua a lavorare sulle rotture formali; così si esprime, a  proposito della Rosa: "Il linguaggio riflette queste aspre, angosciose tensioni in modi essenziali, ellittici, con netta prevalenza di una sintassi nominale, affidata a crudi segmenti e potenziata dall'anafora  ossessiva: "Sud, /tavola nera, pane di granturco./ Vino/ fedele al suo sangue, / buon amico./ Sud,/coltello/ sotto i ponti,/spilla d'oro/al santuario di Pompei. /Sud/imposta sul sale/guardia di finanza / lungo la  spiaggia. / E' il sole, / sacramento dei pezzenti. / Il resto è parlamento, / giorno melanconico / al consiglio dei ministri".Esemplare, nell'ambito di questa tecnica, la poesia eponima e conclusiva del volume: .'Un  pastore / un organetto / il tuo cammino. / Calabria, / galline / sotto il letto. / Scialli neri /il tuo mattino  / di emigranti. / Calabria, / pane e cipolla. / Lettera / dall ' America / il tuo postino./Calabria, / dollari nel  bustino". Ibidem, pagg. 108-

 

Antonio Iacopetta

 

 

 

 

 Aggiornato il 27 . 01 - 2017

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