Giovanna d’Aragona e di Castiglia *
Una verità che stenta ad affermarsi
.
Giovanna d’Aragona e di Castiglia non fu mai pazza, come tramanda la tradizione.
Giovanna, la pazza
Lo dimostrano le ricerche dello studioso tedesco Gustav Adolf Bergenroth (1813 – 1869), che, nell’archivio di Simancas, scoprì documenti interessanti in merito alle vicende della sfortunata regina1 ed i successivi studi del suo connazionale Karl Hillebrand, (1829 – 1884), pubblicati a Parigi, nel 1869, col titolo Une ènigme de l'histoire. La captivité de Jeanne la Folle d'après des documents nouveaux, in Revue des Deux Mondes2.
Le conclusioni cui pervengono i due studiosi sono pressoché identiche, poiché le precisazioni di Hillebrand, secondo le quali una certa decadenza mentale si manifestò soltanto negli ultimi anni di prigionia, non mutano la sostanza: Giovanna fu vittima di un complotto ordito dai suoi familiari e la sua pazzia fu solo una leggenda messa in circolazione per giustificarne la prigionia.
A diffondere la notizia della pazzia, la quale si sarebbe manifestata all’indomani della morte del consorte Filippo il Bello (1478–1506), furono le lettere che il padre, Ferdinando II d’Aragona, inviò ai tanti pretendenti della vedova,3 per dissuaderli dal loro intento ed impedire conseguentemente che la corona di Castiglia, di cui Giovanna era legittima erede, sfuggisse al suo controllo.
I testimoni contemporanei tacciono4 su questa presunta pazzia di Giovanna e solo verso l’inizio del XVII sec. se ne incomincia a parlare per la prima volta.
Giovanna nacque nel 1479 e, fin da piccola, manifestò un sorta di repulsione verso quel regime di educazione severa e bigotta al quale era sottoposta.
La madre, cattolica intollerante, tentò di soffocarne la disubbidienza con metodi che includevano persino la tortura, secondo quanto si legge in una lettera del 25 gennaio 1522 che il marchese Denia - capo carceriere della sventurata regina – indirizzava a Carlo V, figlio di Giovanna.6 Così, quando la giovane fu richiesta in matrimonio da Filippo di Borgogna, - detto il Bello, per la sua avvenenza - che l’avrebbe sottratta a quel clima d’austerità portandola con sé in Fiandra, la giovane accettò con entusiasmo.
Anche a Bruxelles, dov’era giunta nel 1496, Giovanna manifestò un comportamento alquanto tiepido nei confronti dell’ortodossia religiosa – come risulta dai rapporti di frate Tommaso di Matienzo, colà inviato dalla regina Isabella per sorvegliare la figlia e ricondurla alla fede.
Agli insegnamenti del frate spagnolo preferiva quelli dei teologi della Sorbona di cui si era circondata e vane risultavano le suppliche del suo anziano precettore, frate Andrea, che le scriveva di mandarli via. Le sue lettere non ebbero mai risposta.
Giovanna era
spesso nervosa ed irritabile, ma mai nessuno fino ad allora aveva definito
folli i suoi comportamenti. D’altronde come
poteva essere l’umore di una giovane donna costantemente spiata dalla madre e
maltrattata da un marito che già, subito dopo il matrimonio, aveva incominciato
a tradirla?
I rapporti fra madre e figlia divennero in seguito sempre più difficili e ostili; né fu tentata mai alcuna iniziativa per far conciliare le due donne. La loro ostilità favoriva il progetto politico di Ferdinando II di tenere unite la Castiglia e l’Aragona, soprattutto dopo la morte (1500) degli eredi maschi don Juan e don Minguel, rispettivamente fratello e nipote di Giovanna. Isabella di Castiglia
La riconciliazione tra Isabella e Giovanna, infatti, avrebbe portato quest’ultima sul trono di Castiglia alla morte della madre e Ferdinando II avrebbe regnato sulla sola Aragona.
Nel 1501 la regina Isabella, temendo i danni che l’anticonformismo di Giovanna avrebbe potuto arrecare al partito clericale ed alle istituzioni religiose, se fosse divenuta regina, presentò alle Cortès di Toledo un progetto di reggenza – subito adottato – che nominava Ferdinando reggente a vita di Castiglia, nel caso in cui Giovanna – per assenza o per poca attitudine – non potesse esercitare i suoi diritti di sovrana.
Alla morte di Isabella (23 novembre 1504), il testamento indica come reggente il marito Ferdinando, senza le condizioni precedentemente previste dalla stessa regina.
Cosa era accaduto di tanto grave nel periodo intercorso fra il primo progetto di reggenza e la stesura del testamento, da indurre Isabella a cambiare idea, escludendo incondizionatamente Giovanna, legittima erede, dall’esercizio del potere?
All’inizio del 1502, Giovanna e Filippo si erano recati nella Penisola, dove erano stati ricevuti con grande festa. In quell’occasione erano stati solennemente riconosciuti i diritti di Giovanna dalle Cortès di Toledo e dal Braccio di Saragozza. Ma prima della fine dell’anno, Filippo, incaricato dal suocero di negoziare la pace col re di Francia (Trattato di Lione del 5 aprile 1503) era ripartito, lasciando sua moglie incinta dell’infante don Ferdinando. Durante la gravidanza, ma soprattutto dopo la partenza del marito, di cui era innamorata – malgrado l’infedeltà di questi – Giovanna aveva manifestato un certo malumore e subito dopo il parto aveva cercato di raggiungere Filippo, contro il parere dei genitori. Dopo una fuga rocambolesca, era stata fermata e trattenuta a Medina del Campo fino al 1504.
Ferdinando
d’Aragona
Fu sicuramente questo episodio di ennesima disubbidienza che indusse la regina ad interdire definitivamente la figlia.
Ferdinando d’Aragona, alla morte d’Isabella, s’impadronì del potere e davanti ai grandi del Regno, riuniti a Medina del Campo, dichiarò di continuare a governare come luogotenente e reggente a vita; successivamente (febbraio 1505) riunite le Cortès a Toro ricevette da queste la piena approvazione.
Filippo, alla testa di numerose truppe, accompagnato dalla moglie, si mise in marcia verso la Penisola, ingrossando le sua armata con i seguaci di Giovanna che affluivano da ogni parte. Egli rivendicava per sé e sua moglie la corona di Castiglia.
Ferdinando, pensò, di giocare d’astuzia, sfruttando l’avversione che gli spagnoli manifestavano verso Filippo. Si era formato, infatti, un partito, che riconosceva solo Giovanna come sovrana di Castiglia escludendo il marito.
L’astuto aragonese cercò di guadagnarsi l’affetto di Filippo, mostrandosi favorevole a cedere a lui solo tutti i diritti sulla Castiglia, poiché Giovanna – gli disse – era folle da legare.
A Villafafila, dove Ferdinando
s’era recato, accompagnato dal suo segretario di stato don Minguel Perez
Almazan, fu firmato l’accordo fra i due (26 giugno 1505). Ma, subito dopo aver
giurato sul Vangelo di mantenere fede ai patti, Ferdinando, appartatosi col
segretario, fece redigere a questi una ritrattazione dell’accordo preso, in cui
si affermava di essere caduto, solo e senz’armi, in un’imboscata tesagli dal
genero e che il trattato di rinuncia
gli era stato estorto con la forza.
Nel documento Ferdinando dichiarava anche di volere aiutare sua figlia Giovanna, tenuta ingiustamente prigioniera dal marito. Filippo il Bello
Prima di partire per Napoli – come egli stesso aveva proposto, per non ostacolare con la sua presenza l’azione del suo “caro figlio”– raccomandò al fedelissimo Mosen Luis Ferrer il benessere dei suoi cari ragazzi. Una raccomandazione – diremmo oggi – di tipo mafioso, cui seguì la morte improvvisa di Filippo. Ferdinando ne apprese la notizia appena giunto a Napoli.
A questo punto inizia la leggenda della pazzia, secondo la quale Giovanna, dopo aver reso al marito gli onori solenni, sarebbe partita alla volta di Granada, portando con sé la salma da cui non voleva più separarsi: prima della partenza, ella avrebbe fatto aprire il feretro un’ultima volta, non rassegnata ed incredula sulla morte del marito.
I documenti scoperti provano, invece, che subito dopo l’accordo di Villafavila, Giovanna era tenuta prigioniera dal marito, il quale intendeva escluderla dal potere, come lo stesso Ferdinando gli aveva suggerito. D’altra parte, i rapporti fra Filippo e Giovanna, fin dall’anno precedente, erano diventati molto tesi, a causa delle scenate che questa aveva fatta al marito, dopo averne scoperto la tresca con una sua dama di compagnia. Non era possibile, dunque, che Giovanna, prigioniera, potesse far rendere gli onori solenni al defunto.
In quanto al viaggio di Giovanna con la salma del marito, esso fu disposto dal Ferrer – incaricato della custodia della regina – il quale, dovendo condurre Giovanna nella fortezza di Tordesillas, situata a metà strada tra Burgos, dov’era morto Filippo, e Granada, dove doveva essere sepolto, pensò, per motivi non molto chiari, di usare un’unica diligenza.
Riguardo poi alla sepoltura della salma nel convento di Santa Clara, ad un centinaio di passi dalla fortezza di Tordesillas, essa non dipese dalla volontà della vedova, ma dal fatto che il sepolcro a Granada non era stato ancora ultimato.
A riprova che Giovanna non mostrasse un folle attaccamento alla salma del marito – come tramandato dalla storia – sta il fatto che, malgrado la vicinanza, ella non mise mai piede in Santa Clara, per visitarne la tomba; né risulta, dai fedeli rapporti del carceriere, che la regina, nelle conversazioni con questi, parlasse del marito in termini ossessivi o quantomeno morbosi.
Morto Ferdinando, il 23 gennaio 1516, il regno riunito di Spagna passò al nipote Carlo, figlio di Giovanna e di Fillippo il Bello, il quale aveva ereditato alcuni stati dal padre e da lì a poco avrebbe ereditato anche quelli del nonno Massimiliano e la corona imperiale, col nome di Carlo V. (1519- 1556)
In questa situazione, era conveniente per Carlo far finta di niente e continuare a tenere rinchiusa la madre, che non vedeva da più di dieci anni.
Il futuro imperatore era stato allevato da sua zia Margherita, la quale, fra l’altro, gli aveva inculcato l’idea della monarchia universale, che avrebbe dovuto riunire tutti i paesi civilizzati sotto un unico scettro, a difesa della cristianità contro gli infedeli e gli eretici.
Carlo, arrivato in Spagna nell’estate del 1917, andò a trovare la madre il 15 marzo 1518 e, pur rendendosi conto che ella non era affatto pazza – come gli avevano fatto intendere – non fece nulla per mutare il destino di quell’ infelice creatura.
Tuttavia, nel primo periodo del nuovo regno,
sembra esserci stato un po’ di sollievo per Giovanna, avendo il cardinale
Ximenes, viceré di Spagna, destituito il terribile carceriere Mosen Luis Ferrer,
che – con il suo trattamento – aveva messo in pericolo la vita e la salute della
regina. Il carceriere si era giustificato, dichiarando di non aver mai dato la cuerda6 alla regina,
se non su ordine del re Ferdinando. Ma il viceré era stato irremovibile e lo
aveva sostituito con un certo Estradas, persona di sua fiducia. 
Carlo V
Dopo la visita di Carlo, però, l’incarico di governatore, con poteri discrezionali sulla persona della regina e su tutto il personale, fu assegnato a don Bernardino de Sandoval y Rojas, marchese di Denia e conte di Lerna.
Da questo momento in poi la documentazione sulla prigioniera diventa più precisa e più abbon- dante, perché, oltre alla corrispondenza ufficiale, vi fu una seconda corrispondenza, che il marchese teneva segretamente, come gli era stato raccomandato da Carlo.
Il marchese svolgeva accuratamente questa sua mansione di informatore segreto del re, come testimonia anche la richiesta di un cifrario, per corrispondere in modo più sicuro.
Ebbene, questa corrispondenza, trovata da Bergenroth, dimostra, al di la di ogni dubbio, che si volevano tenere segrete le condizioni della regina, nel timore che qualcuno potesse avere dei sospetti sullo stato reale della sua salute
Nel 1520, iniziata la rivolta delle comunidades 7 contro la politica di Carlo, che assegnava gli incarichi più remunerativi e prestigiosi ai suoi amici fiamminghi, e contro la rapacità dei suoi esattori, si avverarono le previsioni del marchese Denia, il quale aveva avvertito il re che si sarebbe sfruttato contro di lui la popolarità della regina prigioniera.
Dal 24 agosto 1520, infatti, l’armata dei comuneros, al comando di Juan di Padilla, penetrò a Tordesillas, liberando la regina. I rivoltosi, appartenenti tutti alla borghesia, mandarono via il marchese Denia e tutte le donne di sorveglianza, eccetto una; poi aprirono un’inchiesta sullo stato mentale della prigioniera.
Le deposizioni rese dai testimoni furono distrutte dopo che la rivolta fu domata. Tuttavia di esse si trova traccia nei riassunti che Adriano di Utrecht, il futuro pontefice Adriano VI, allora cardinale e viceré di Spagna, trasmetteva al suo signore. “Quasi tutti i servitori e gli ufficiali della regina", scrive il 4 settembre 1520 , "dichiarano che sua altezza è stata trattata ingiustamente e trattenuta dalla forza per quattordici anni in questa fortezza, col pretesto che la sua ragione è sconvolta, mentre essa è sempre stata così ragionevole e di buon stato come all’inizio del suo matrimonio”.
I capi della rivolta, interessati a convincere tutti che la regina era perfettamente sana, chiamarono i medici del regno per costatare lo stato reale della donna. Perfino Adriano fu invitato a Tordesillas per convincersene personalmente. Naturalmente egli ignorò l’invito per non doversi arrendere all’evidenza.
Giovanna, durante i centotre giorni di libertà, diede prova, se non di molta decisione e accortezza politica, di molto buon senso. Non volle mai firmare documenti o dichiarazioni che potessero nuocere al figlio e non volle mettersi a capo della rivoltosi: questi, sebbene le loro ragioni fossero legittime, erano pur sempre dei ribelli borghesi, schierati contro i grandi e i nobili, che ella considerava leali servitori.
La regina chiedeva che i nobili fossero fatti entrare in città e che si prendessero accordi con loro, ma i comuneros si guardarono bene dal farlo. Così, il 5 dicembre 1520, l’armata reale fu obbligata ad assediare la fortezza ed ebbe facile successo sulle forze indisciplinate dei borghesi che si erano improvvisati soldati.
Giovanna andò incontro ai vincitori piena di gioia; organizzò un ricevimento, usando parole gentili con tutti. Si illudeva che i nobili le avessero conservato la libertà.
Quando si decise la sua sorte, l’ammiraglio Fadrique Henriquez dichiarò che la regina era nel possesso delle sue facoltà mentali; ma, purtroppo, prevalse la tesi del commendador mayor Vega, secondo la quale non era possibile che in Spagna vi fossero due sovrani (8 dicembre 1520).
Giovanna fu così rinchiusa e questa seconda prigionia fu ancora più dura della prima, perché Denia, ristabilito nelle sue funzioni, si vendicò sulla prigioniera per gli insulti subiti durante quei tre mesi.
Lentamente, dopo una serie infinita di piccole e grandi angherie, la donna fu ridotta ad uno stato bestiale, da cui solo la morte, avvenuta il 12 aprile 1555, poté liberarla.
Giovanna fu sepolta nella cappella reale della cattedrale di Granada, insieme al marito e ai Re Cattolici.
Quanto si è scritto rappresenta tutto quel
che si conosce al momento su questa sfortuna regina.
Tuttavia cercherebbe invano, chi volesse trovare nei nostri testi di storia o anche nelle enciclopedie - a partire dalla Treccani- la verità sulle vicende di Giovanna; vi troverebbe ancora la versione della follia
Un destino
oltremodo beffardo quello di questa donna; un destino che continua a
perseguitarla ancora, nascondendo la verità ed impedendo che le sia resa
finalmente giustizia. Persino Hillebrand, che pure ne ha ricostruito
puntualmente le vicende, finisce per diventare inconsapevole strumento di
questo destino di nascondimento, intitolando la sua opera Une ènigme de l’histoire.
2
Karl
Hillebrand –
Un enigma della storia , Palermo, 1986 (Traduzione italiana a cura di Jole
Calapso.
3 I pretendenti non mancavano
e fra essi figuravano Gastone di Foix ed Enrico VII d’Inghilterra, che - si sa
- amava il denaro e non era spaventato dalla follia di Giovanna, perché l’aveva
vista poco prima.
4 Maqueraux, ufficiale della
casa di Fiandra, testimone della morte del suo signore, che descrisse a lungo
nel suo Trattato e raccolta della casa di Borgogna, non dice una
parola sulla follia di Giovanna; Jean de los, abate di Saint Laurent , vicino
Liegi, parla della follia di Filippo, non di quella della regina; Pierre Martyr
parla di eccentricità.
5 E’ nella storia di Carlo V
di Sandoval, scrtta agli inizi del XVII sec. che troviamo la prima menzione
della pazzia di Giovanna.
6 Se vostra maestà volesse impiegare contro di lei la tortura, sarebbe sotto molti riguardi rendere un servizio a Dio e nello stesso tempo fare opera buona verso la stessa regina Le persone delle sue tendenze hanno bisogno di quella, e la regina, vostra nonna, puniva e trattava sua figlia, la regina nostra signora sovrana, nella stessa maniera. Karl Hillebrand, ibidem, pag..26
7La cuerda consisteva
nel sospendere la vittima per le braccia e nell’attaccarle ai piedi dei grossi
pesi, che finivano per disarticolare le membra.
8Da tempo serpeggiava in
Castiglia un forte risentimento contro Carlo ed i fiamminghi del suo seguito
per la rapacità con cui esercitavano il potere e per averne monopolizzato quasi
tutte le leve. A ciò si aggiungeva il fatto che Carlo si sarebbe dovuto
allontanare per cingere la corona imperiale cui era pervenuto dopo la morte del
nonno Massimiliano in seguito a una confusa serie di intrighi ed immense somme
di danaro spese per comprare i voti necessari all'elezione. In effetti Carlo
partì il 20 maggio 1520 lasciando come suo reggente l'odiato fiammingo Adriano
di Utrecht, futuro papa Adriano VI.Alla fine del maggio 1520 scoppiò la
cosiddetta rivolta dei Comuneros, con carattere prevalentemente antifiammingo,
a capo della quale emerse Juan de Padilla.La rivolta venne repressa con la
battaglia finale di Villalar, il 23 aprile 1521 ed i suoi capi furono
giustiziati.
18/09/2007
Aristide Caruso
* Pubblicato sul quindicinale reportage, Anno 46° N. 19/20 1 -31 ottobre 2007 e N. 1 - 15 novembre 2007.