Luciana Parlati Spinelli

  

 1943

 

Il vivere quotidiano è, per tutti sempre più difficile, ma, soprattutto per le persone anziane, che assistono impotenti all'assottigliarsi lento e continuo del loro assegno vitalizio, lo è ancor di più. <<E ccunti supra cunti hamu di fhari e lli centesimi n’avimu ‘i ripassari>>, lamenta la poetessa con un coinvolgimento che forse non è solo di natura emotiva.

 Che fare allora:<<Ppi ttuttu chistu averamu ‘i ciangiri;/‘mbeci ni resta ssulu di ridiri,/e, ss’è ppossibili, puru ‘ncumpagnia,/ca tuttu si risorvi in allegria>>. 

 La Parlati Spinelli, dunque, non si propone di tramandare alle future generazioni la lingua degli antenati, la quale già dagli anni Cinquanta in poi, a Nicastro, come altrove, è andata scomparendo, e pertanto non deve destare meraviglia il suo dialetto non propriamente ortodosso. Il suo è un dialetto in cui si trovano mischiati termini della lingua ufficiale con quelli propriamente dialettali, in una contaminazione tendente all'imitazione della parlata popolaresca, quale ancora si registrava, ai tempi della sua giovinezza, sulla bocca delle pacchjane nicastresi.(A.Caruso)

 

 

 

 

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Cenni storici

 

La seduta del 18 ottobre 1967, la I Commissione permanente (Affari della Presidenza del Consiglio e dell'Interno) del Senato della Repubblica, approva la "Costituzione del Comune di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro", grazie alla proposta di legge dell'On. Foderaro, congiunta a quella di iniziativa del Sen. Arturo Perugini.

L'art. 1 della proposta di legge dice testualmente: "I comuni di Nicastro, Sambiase e Santa Eufemia Lamezia in provincia di Catanzaro sono riuniti in un unico comune con  la denominazione di Lamezia Terme".

Il decreto di attuazione della legge istitutiva del nuovo comune previde la nomina di un commissario prefettizio e il 15 novembre 1968 i sindaci dei tre comuni operarono le consegne al rappresentante dello Stato alla guida della Città.

Il suo mandato avrebbe dovuto durare solo per un semestre, ma si protrasse fino alla primavera del 1970, poiché il Governo decise che le prime elezioni del nuovo comune si sarebbero dovute tenere nella tornata elettorale nazionale del giugno 1970, quando per la prima volta si sarebbero anche tenute le elezioni per la Regione Calabria, istituita in quel periodo. Il primo Sindaco di Lamezia Terme fu Arturo Perugini che si insediò il 28 settembre 1970.

 

Nicastro

 

Racconta Francois Lenormant:..."Vi sono poche città in Calabria per le quali, se si voglia narrare la loro storia, non si sia innanzitutto obbligati, per stabilire l'epoca della loro origine, a sgombrare il terreno di una folta vegetazione di favole accolte con una singolare credulità o anche inventate di sana pianta dagli scrittori indigeni del XVI e XVII secolo e poscia ripetute come parole di evangelo, ma in nessuna parte, forse, noi incontriamo più favole di questo genere e falsificazioni di ogni natura che a Nicastro".

Intorno alle origini di questa Città, c'è, dunque, tutta una fioritura di leggende, di tradizioni e di congetture più o meno attendibili. Studiosi locali e storici di riguardo, l'hanno fatta sorgere ora a colonia ellenistica, ora a colonia etrusca, ausonia, enotria, se non addirittura a Città fondata nel 33 dell'era cristiana col nome di Lissania. L'etimologia della parola Nicastro sta a dimostrare che la Città dovette essere davvero un nuovo abitato, con un chiaro riferimento ad una Città antica da cui è derivata.

Il Lenormant, traduce Neocastrum in Castelnuovo, appartenente alla grecità bizantina. Del resto è certo che, se Nicastro è una Città di fondazione bizantina, è fra queste una delle più antiche della Calabria.

Essa già esisteva nell' VIII secolo, poiché la Novella di Leone l'Isaurico, che pone i vescovi della estremità meridionale d'Italia sotto la giurisdizione del patriarca di Costantinopoli, annovera il vescovo di Nèocastrum tra i suffraganei dell'arcivescovo di Reggio. La successione dei vescovi di Nicastro, tuttavia, non è conosciuta che dal 1094. Comunque sia, soltanto coi Normanni, comincia Nicastro ad avere un posto nella storia generale.
La sua fortezza era allora una delle chiavi della Calabria meridionale; da lì passava la strada che conduceva verso Reggio da Cosenza e da tutto il Vallo di Crati.

Già nel 1059, Roberto il Guiscardo, muovendo dall'assedio di Reggio, ancora in mano ai Bizantini, aveva occupato Martirano, Nicastro, che gli aveva opposto qualche resistenza, e Maida. E, nell'infeduare l'Abbazia Benedettina di Sant'Eufemia, da lui fatta sorgere là dove era stata l'antica Lametia (o Terina, come sostiene qualche illustre storico), le assegnò anche una parte della Città di Nicastro, compreso il Castello.

A Nicastro, effettivamente, soggiornò l'Imperatore e Re Enrico VI; si ha di lui un diploma datato da questa Città in favore del monastero di San Giovanni in Fiore nella Sila. La sua vedova Costanza fece riparare il Castello di Nicastro durante la minore età di Federico II. E proprio sotto questo Principe, la Città raggiunse il culmine della sua prosperità.
Fu Federico II, nella sua lungimiranza politica che, nel 1240, volle il riscatto della Città intera, compreso il Castello. Nicastro, diventò così, Città di Regio Demanio e Federico ne fece anche dimora imperiale di lunghi mesi. Qualche tempo dopo, proprio nel Castello di NIcastro, doveva l'Imperatore Federico rinchiudere il figlio ribelle Enrico, affidandolo alla custodia del castellano Martino D'Ippolito, della Casa D'Ippolito, oriunda di Mantova e trapiantata in Calabria ed in Sicilia.

Rimase Nicastro Città Regia fino al 1471 (o 1419), quando la Regina Giovanna I, la concesse in feudo al suo favorito Ottino Caracciolo, ma la concessione venne revocata dal Re Ferrante I d'Aragona, che levò Nicastro a Contea e la diede al suo secondo genito Federico, quando passò a nozze con Isabella del Balzo. E Federico, giunto nel 1946 al trono, volle gratificare il suo fido Marcantonio Caracciolo e lo investì del feudo di detta Città, alla quale erano state aggiunte dal padre suo Ferrante anche le terre di Sambiase, Zangarona, Feroleto e Maida. Nel 1535, reduce da Tunisi, sostò a Nicastro Carlo V.

Nel 1595, Tommaso Campanella lottò a favore del Vescovo contro gli Spagnoli.

Nel 1608, il feudo intero, venne venduto per 138.500 ducati, ai D'Aquino, principi di Castiglione, che lo tennero fino al 1799, quando morta l'ultima discendente, Vincenzina Maria D'Aquino Pico, senza eredi, Nicastro rientrò nel Regio Demanio.

Nel 1638 Nicastro, come altre Città della Calabria, fu distrutta dal terremoto che uccise gli Ottimati, raccolti nella Chiesa di San Francesco, per la celebrazione della vigilia delle Palme. Altri gravi danni ebbe a soffrire la Città nel 1727 e nel 1782, per le alluvioni del torrente Piazza, che fece anche numerose vittime, e per il terremoto del 1873. Due Vescovi di NIcastro ascesero al Pontificato: Marcello Corvino di Montepulciano e Giovanni Antonio Facchinetto, col nome rispettivamente di Papa Marcello II e Papa Innocenzo IX. I Normanni, e propriamente dalla Contessa Amburga o Eremburga, nipote di Ruggiero, vi fecero edificare La Cattedrale, nel 110°, già distrutta dai Saraceni nel 1089.

Nel 1550, Ferdinando Caracciolo, fondò il monastero dei Padri Cappuccini, sotto il titolo della Madonna dell'Assunta e degli Angeli ed i monaci vi passarono da uno ospizio che tenevano dietro la chiesa della Vetrana o Veterana, la più antica chiesa di Nicastro, come attesta lo stesso nome. Il monastero, non ebbe a soffrire danni dal terremoto del 1638 e ciò fu attribuito a miracolo di Sant'Antonio, la cui immagine si venerava su un altare della chiesa. Crebbe tanto la devozione per questo Santo, ci dice il Muraca, che vi si fece apposita cappella adorna di tredici lampade d'argento e di numerosi altri voti di valore, ed il superiore dei Cappuccini, ottenne dal Vicerè di Napoli, apposito diploma, che dichiarava Cappella Regia quella di Sant'Antonio di Nicastro. Nel 1746, Carlo Borbone, confermò la concessione e dichiarò il Santo, protettore della Città.

Nel 1799, Nicastro aderì al governo repubblicano di Napoli e fece sorgere nella piazza del mercato, l'albero della libertà. Ma, all'annunzio dello sbarco del Cardinale Ruffo, la plebe, che non aveva mai visto di buon occhio i Francesi, abbattè l'albero e malmenò il vescovo ed altri del ceto elevato.

Nel 1806, è ancora la plebe che partecipa all'insurrezione contro i Francesi di Giuseppe Buonaparte e, successivamente di Murat, in favore dei Borboni. Ma nel 1848 è la parte più eletta della cittadinanza che partecipa ai moti insurrezionali contro i Borboni, specie ad opera di Francesco Stocco, che riportò l'unico successo della infelice rivoluzione calabrese, nel fatto d'armi dell'Angitola. E nel 1860, doveva proprio Francesco Stocco, capitanare attraverso la nostra regione, le schiere vittoriose delle Camicie Rosse Calabresi, accorse a liberare il Regno di Napoli dal giogo Borbonico.

 

 Aggiornato  11 - 11 - 2018

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