Luciana Parlati Spinelli

  


1943


Il vivere quotidiano è, per tutti sempre più difficile, ma, soprattutto per le persone anziane,che assistono impotenti all'assottigliarsi lento e continuo del loro assegno vitalizio, lo è ancor di più. <<E ccunti supra cuntihamu di fhari e lli centesimi n’avimu ‘i ripassari>>, lamenta la poetessa con un coinvolgimento che forse non è solo di natura emotiva.

  Che fare allora:<<Ppi ttuttu chistu averamu ‘i ciangiri;/‘mbeci ni resta ssulu di ridiri,/e, ss’è ppossibili, puru ‘ncumpagnia,/ca tuttu si risorvi in allegria>>.

  La Parlati Spinelli, dunque, non si propone  di tramandare alle future generazioni  la lingua degli  antenati,  la quale già dagli anni Cinquanta in poi, a Nicastro, come altrove, è andata scomparendo, e pertanto non deve destare meraviglia il suo dialetto non propriamente ortodosso. Il suo è un dialetto in cui si trovano mischiati termini della lingua ufficiale con quelli propriamente dialettali, in una contaminazione  tendente all'imitazione della parlata popolaresca, qualeancora si registrava, ai tempi della sua giovinezza, sulla bocca delle pacchjane nicastresi.(A.Caruso)

 

 

 

 

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Critica


Il 27 febbraio 2011, nella sede dell' Uniter di Lamezia Terme si è svolto  l'evento culturale "Comunicare in dialetto, versi di Luciana Parlati'', brillantemente condotto dalla Prof.ssa Costanza Falvodurso, di cui si riporta fedelmente il discorso di presentazione, con l'inserimento dei testi delle poesie in esso citate e lette dall'autrice, Luciana Parlati:

Oggi per me e penso per tutti i presenti, che saluto e ringrazio per essere intervenuti, è un incontro diverso dai soliti, è quasi una festa, una festa che intendiamo dedicare a Luciana Parlati che, come in un recital, ci declamerà, nel modo che solo lei sa fare, alcune sue poesie in dialetto nicastrese, “immaginando, come scrive Felice Mastroianni nella sua noterella, che ci siano ad ascoltarla degli uditori che intendendo il dialetto, sorridano o si commuovano, si esaltino per una gioia schietta, come di famiglia, scoprendo che la loro parlata è capace del miracolo della poesia”.

Da parte mia nessun particolare studio critico sulla vasta produzione poetica in dialetto di Luciana, perché altri molto meglio di me e soprattutto profondi e attrezzati conoscitori lo faranno di sicuro e potranno dire se i suoi versi faranno parte della storia nazionale della poesia in vernacolo e in particolare della storia della poesia in dialetto calabrese. Io, da parte mia, continuerò a indicare la poesia di Luciana come poesia in dialetto e non come poesia dialettale, tenendo presente la distinzione che ne faceva il grande critico letterario Pietro Pancrazi che affermava che la poesia dialettale, è poesia di genere, più folclore che poesia, mentre la poesia in dialetto è parola dell’anima, è scrittura d’artista.

Dopo questa precisazione cercherò di segnalarvi alcune caratteristiche connotative della poetica e del linguaggio delle poesie di Luciana, incoraggiandola anche a continuare a verseggiare in dialetto come fa per realizzare il suo intimo bisogno di “canto”

Luciana possiede una  mente vivace, aperta e attenta ai problemi del mondo, ogni avvenimento più o meno significativo per gli altri, la coinvolge e la stimola perché il suo sguardo è capace di scorgere talvolta con sentimento, franco, schietto, gioioso o dolente,  talvolta con amara ironia o pungente sarcasmo la realtà circostante, i mali del tempo, i mali della società e li traduce in poesia, in versi liberi.

La sua poesia infatti colpisce per la naturalezza con cui comunica, tramite versi veri ed emozionanti, l’ambiente, la società, l’animo umano, l’anima delle persone, personaggi e paesaggi, ricordi vicini e lontani, affetti familiari,insomma  comunica il mondo che la circonda con minuziose descrizioni e lo fa in maniera confidenziale, quasi umile, nel suo particolare dialetto, talora con toni di rimpianto, o con toni salaci, scherzosi, buffi o moraleggianti, creando una poesia alternativa che però è sempre un tributo alla grande poesia.

Tramite la parlata locale Luciana traduce in versi ciò che pensa, espone i suoi componimenti in piena libertà formale, confermando cosi anche il detto che la scrittura è una grande forma di libertà.

La poesia, infatti, l’aiuta ad esternare quello che sente, a scavare dentro, ad alleggerire i suoi pensieri e a superare momenti difficili, in dialetto, perché il dialetto è di certo la forma più spontanea e diretta per comunicare vicissitudini, gioie, drammi; per raccontare, in sintesi, la vita.

Il dialetto è un linguaggio che vuole essere assaporato, accarezzato (afferma Felice Mastroianni), è un bene linguistico che non va dimenticato anzi va divulgato e Luciana riesce anche a valorizzarlo creando di volta in volta un dialetto nuovo, un dialetto che muta nel tempo, un dialetto che è in via di trasformazione, certo più lontano da quello antico, come lei stessa afferma, perché è dinamico, come del resto lo è anche la nostra lingua nazionale. Non è il dialetto stretto dei nostri genitori né tanto meno dei nostri nonni perché anche il dialetto come l’ italiano si è evoluto con la crescita culturale dei popoli. Non è nemmeno il dialetto dei nostri poeti dialettali, no, perché il dialetto di Luciana è diverso.

E’ diverso perché nasce nell’era del grande progresso scientifico, tecnologico,nell’era delle grandi comunicazioni, dei massmedia, della televisione presente in tutte le case ricche e povere, nasce nel tempo dell’istruzione obbligatoria,del moltiplicarsi delle università, nel mondo della globalizzazione, dei grandi mercati, di internet, del web; è, secondo me, un “neodialetto”, spigliato ed espressivo.

Ora Luciana reciterà alcune sue poesie che abbiamo raggruppato  per argomenti, quest’ordine può sembrare una scelta di carattere quasi didattico ma secondo me ci consente di gustare e assaporare meglio i suoi versi e di comprenderne le tematiche.

Iniziamo appunto con una poesia intitolata <<Sti quattru versi>>, poesia che esprime con arguto scetticismo il significato del suo poetare.

Di seguito ascolteremo: <<Caru corsu mio>>, una composizione dal tono di pensoso rimpianto per una Nicastro che non c’è più,  e << ‘U marciappiadi du ‘u Scolastico>>, dal tono di denuncia umoristico-satirico. Al corso Numistrano Luciana ha dedicato precedentemente altri versi dal tono nostalgico-sentimentale.

Il tema della denuncia, una denuncia caratterizzata da toni bonari che diventa con una finzione letteraria “lamento” è presente in altre poesie, sono i lamenti delle antiche fontane, ma anche delle nuove, dei monumenti storici abbandonati,delle ville e dei posti caratteristici ormai lasciati alle ortiche.

Ascolteremo poesie di carattere sociale in cui Luciana esterna le proprie convinzioni e la propria visione del mondo, sono invettive che diventano dolenti meditazioni avvolte da un senso di mestizia per la consapevolezza che nulla ormai si può fare per migliorare il modo di vivere di oggi, le poesie sono: <<Povera Italia>> e <<L’ura di mangiari ‘i ‘na vota>>.  

Amara constatazione del malcostume politico dilagante è il tono dominante di alcuni componimenti: ‘A poltrona (ovvero <<‘u putiri>>) metafora del potere, <<‘A sistemazione>>, e io aggiungerei <<I bamboccioni>>, perché questo status di bamboccioni, che certamente è una realtà dei nostri tempi, è generata dalla cattiva politica che non crea lavoro, occupazione per i giovani.      

 

<<Sulu ‘a parola>> ci resta, dice Luciana, per gridare contro il malaffare e la corruzione politica che riesce finanche a distrarci dai problemi contingenti creando <<‘U spostariallu>>.

Ora lasciamoci alle spalle questi argomenti di scottante attualità politica e entriamo in altre atmosfere su cui Luciana posa il suo sguardo pensoso, evocando situazioni reali con le voci profonde del sentimento, facendo diventare il dialetto “lingua della poesia”, come definiva il dialetto Virgilio Giotti, poeta triestino, tra i maggiori poeti in dialetto del Novecento: ‘A vita po’ ccontinuari, ‘U mistiari da ‘ mamma, ‘Sti nonni.

Nessun volo di fantasia nelle poesie di Luciana ma tutto vero, presentato con semplicità e naturalezza come nei due quadretti coloriti, scorci vivaci e macchiettistici con spunti comici dal titolo <<‘U vecchjariallu ‘nnammuratu>> e <<La cartella pazza>>.

Infine  una poesia scherzosa e godibile su una situazione che ha dell’incredibile ma pure è così vera: <<La gatta di suarma>>.

Nota del webmaster

Le posie sopra citate, per motivi di opportunità, sono presentate nella sezione Poesie di questo sito


 


Nella produzione poetica vernacolare della Parlati Spinelli c'è di tutto edi più, dalla satira politica e di costume all'invettiva, dall'idillio al grottesco, dal comico al tragico, dal tema religioso a quello moraleggiante e pedagogico.
Non mancano qua e là i toni lirici nella rievocazione nostalgica del passato soprattutto quando tratta il tema degli affetti familiari,della famiglia di un tempo, che era unita e raccolta intorno al focolare domestico, o quando medita sulla morte con animo mesto, pronta ad accettare il comune destino degli uomini come in questa breve componimento dal titolo  Campu e 'un campu: Campu e 'un campu, sta pioggia chi vatti/mi vatti ‘ntr’u cori, e 'un tiagnu scampu./Cchi ffari? Aspittari ‘sta scura signora /chi di luntanu stà ppi bbiniri,/o è ccà bbicinu e ‘un mi vò ddiri/‘u juarnu e ll’ura, 'i quandu partiri?/Ma iu già da tiampu pronta mi tiagnu,/nu pocu – è bberu – mi spagnu, /ma fhorza mi dugnu /e sserena l’aspiattu, l’aspiattu.

Così pure non manca il lamento funebre, molto diffuso un tempo nel popolo, che la Nostra, con animo commosso e sincero, dispiega a conforto di una madre addolorata: Tutti ‘i mammi ham' ‘i ciangiri/ ppi ‘stu fhigghju sbinturatu/ di Pasquali e ddi Ninnuzza/ ca nua puru avimu amatu./ Era brunu, biallu e rridenti:/ chisà cchi ssuanni avia dintr' 'u cori e ddintra ‘a‘menti!.... (da Tutti i mammi hamu 'i ciangiri. vv 1-6); o anche il pianto, questa volta più diretto, per la barbara uccisione di una adolescente: Ohi Sarah, fhigghjicella,/ ancora nninna,/ ancora guagghjunella,/ ma cumu pô ‘sta mamma tua sumpurtari/ stu randi duluri, e ancora guardari/ u suli , ‘a matina spuntari,/ e lli stilli  ‘ncialu, 'a sira, ad una ad una cuntari? (da Per Sarah vv.1-6)

In breve, la Parlati Spinelli rivisita tutti i temi cari alla poesia popolare non trascurando certamente quello che è il tema centrale di tanta poesia popolaresca, quello per intenderci sintetizzato nel famoso ritornello chi vuole esser lieto sia di doman non c'è certezza in Il Trionfo di Bacco ed Arianna o nell'ancor più famoso Carpe diem

Il vivere quotidiano è, per tutti sempre più difficile, ma, soprattutto per le persone anziane, che assistono impotenti all'assottigliarsi lento e continuo del loro assegno vitalizio, lo è ancor di più: E cunti supra cunti hamu di fhari - lamenta la poetessa con un coinvolgimento che forse non è solo di natura emotiva e continua- Ppi tuttu chistu averamu ‘i ciangiri;/ ‘mbeci ni resta sulu di ridiri,/ e, s’è possibili,puru ‘ncumpagnia,/ca tuttu si risorvi in allegria>>.

La sua ispirazione è sempre occasionale e le sue composizioni fluiscono di getto a rasserenare, quasi come una medicina, il cuore e la mente:.., Mi siantu cumu una ch’è spagnata./ Mi guardu ‘i tuttu, sempri cchjù ppruvata/ di tanti azioni chi mi fhanu mali/ Ma 'nu modu ppi ddaveru haju ‘i truvari/ mu ‘nu pocu mi siantu sullivari./ Sulu scriviandu fhorzi puazzu aviri nu pocu di ristoru ppi viviri.(Da tiagnu 'nu male vv.12-18)

Per sua lilbera scelta la Poetessa scrive in un dialetto non sempre rigoroso1, perché mescolato a termini della lingua nazionale o anche a termini dialettali italianizzati.D'altronde è proprio questa mescolanza di linguaggi che costituisce oggi, per lo più, la parlata delle nuove generazioni nel nostro territorio.

(Aristide Caruso)



1Con il termine dialetto si intende il sistema linguistico con cui si dialoga, cioè si parla, si comunica in una determinata città o regione, in contrapposizione alla lingua nazionale.

Per quelli come me che hanno una certa età, il dialetto è una lingua che ci accompagna fin dalla primissima infanzia: lalingua familiare, privata − direi del cuore − una lingua che parliamo sempre meno, ma che abbiamo dentro e che fa parte del nostro DNA, del nostro passato, delle nostre radici.

Usare il dialetto, pertanto, è un nostos alla terra dei padri; è un tepo nel quale ogni tanto affondare per sentirsene riscaldati nel cuore e nella mente, avvertendo quel senso di appartenenza alla nostra terra, con i suoi odori, i suoi sapori di salato, di miele, di piccante,di mare, di terra, di fuoco che non ci abbandonano mai, anche se ci troviamo lontano, in terra sconosciuta.

Tutto questo, nel bene e nel male, è ciò che possiamo definire la nostra calabresità, la filigrana che ci connota nel nostro essere uomini e persone, appartenenti ad una comune terra d’origine; e il dialetto è appunto il mezzo che ci dà quell’unicum, cioè quella specificità che ci distingue dagli altri.

Il dialetto calabrese, ma ancor più quello nicastrese, è una lingua aspra, dura e difficile, che rinvia a un mondo contrassegnato da inenarrabili sacrifici e da una dura lotta per la sopravvivenza in un territorio, qual era in passato quello calabrese, perennemente afflitto dalle calamità naturali (intemperie climatiche, dissesti idro-geologici) dalla malaria endemica e in alcuni momenti anche dalle frequenti incursioni saracene, con saccheggi, stupri, violenze di ogni genere.

Le consonanti doppie − pronunciate con veemenza − le aspirate, le vocali aperte, i suoni gutturali particolari, che caratterizzano questo dialetto, cosa indicano, se non una appartenenza a quel mondo, una segretezza, una complicità,  le quali ti fanno riconoscere, tra mille, uno della tua terra, del tuo paese e che solo per questo te lo fanno amare, abbracciare e soccorrere nel bisogno?  E la durezza delle parole, il suono battente, acuto, stridulo, cosa può essere se non l’espressione di un carattere forgiatosi attraverso mille difficoltà e perciò forte nella sua tenacia, talora aggressivo, ma di adamantino spessore nel gridare le ingiustizie, le prevaricazioni, le miserie ed insieme la nobiltà dell’essere umano?  

Questa è la forza del dialetto, e sarebbe davvero una colpa − nella consapevolezza che questa nostra lingua nativa potrebbe irrimediabilmente essere persa, per la crescente diminuzione dei parlanti − non adoperarsi affinché anche le nuove generazioni vi si accostino, accogliendola come patrimonio culturale da preservare e custodire.

Dopo queste brevi annotazioni, con le quali ho cercato di delineare, seppure brevemente, il valore culturale e antropologico del dialetto, nonché della sua valenza sentimentale − indubbiamente soggettiva, quest’ultima,  ma per me determinante per comunicare ed esprimere stati d’animo legati a particolari momenti della mia vita o a situazioni di forte impatto emotivo − devo precisare che il dialetto nel quale scrivo non è certo quello dei nostri padri, che è una lingua ormai in declino, ma un dialetto vivificato e rinnovato  mediante l’inserimento di termini nuovi,  già accolti nella lingua ufficiale. Questi, ovviamente, non  hanno i termini corrispondenti nel dialetto e perciò ho dovuto crearli operando delle forzature, creando neologismi, o facendo ricorso a parole che nella pronunzia riflettono i suoni del dialetto (parole omòfone), ma che nel lessico sono completamente inventate. (Luciana Parlati Spinelli)  Il webmaster