Michele Pane


 

1876 - 1953



 "...Dall'esame dei suoi versi risulta evidente la vicinanza ai poeti simbolisti europei, soprattutto a Giovanni Pascoli. I temi sono quelli delle memorie infantili, dei bozzetti campestri descritti con un linguaggio ricco di onomatopee e di analogie, carico di significati simbolici, in un dialetto che non aveva tradizioni letterarie alle spalle" (Pasquale Tuscano)

 

 

 

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Critica

 

CONFERENZA SU MICHELE PANE1

tenutasi nell'aula magna della scuola Media di Decollatura il 24 novembre 1974 in occasione dell'intitolazione di quella scuola al Poeta di Adami


     GENTILI sIGNORE E SIGNORI

     «L’iniziativa d'intitolare la scuola media di Decollatura a Michele Pane, mi offre l'occasione di ritornare sul più caro e prestigioso cantore della nostra terra, di cui ho avuto il piacere di occuparmi anche in altre circostanze.

     Del resto la poesia quando è veramente tale, resiste al logorio del tempo e conserva intatta la sua freschezza anche quando di essa si fa uso frequente o addirittura abuso.

     Chi si sognerebbe infatti di considerare invecchiata o addirittura sorpassata la Silvia del Leopardi soltanto perché essa è riportata in ogni antologia e viene presentata allo studentello in ogni ciclo dei suoi studi? Nessuno certo. Anzi più essa si legge e più risplende, come la gemma che nelle mani de gioielliere diventa più luminosa quanto più egli la strofina e l'accarezza col panno morbido e delicato.

     La stessa cosa si può dire di certe liriche di Pane, divenute ormai popolari e note ad un largo strato di persone di ogni ceto sociale: Tora, Natale, i Tumbari, Maju, ‘a Zampugna; anche se lette e rilette esse non hanno perduto nulla del toro fascino e della loro freschezza e continuano ad essere considerate l’ espressione più alta e più felice della potenza creatrice del poeta.

     Anch'io certo sono dello stesso parere e tuttavia non di esse io intendo occuparmi nella odierna circostanza, bensì di altre liriche, che, sebbene meno note, non sono prive di pregi poetici ed esercitano sul lettore viva ed indiscussa suggestione.

     D'altra parte per avere un profilo completo della personalità di un poeta, occorre, possibilmente, spaziare in tutta la sua produzione che se pure non risplende sempre della stessa luce è pur sempre rivelatrice dei moti vari e complessi che son passati attraverso la sua coscienza, ne hanno sollecitato la fantasia, trasformandosi poi in suoni, ritmi che l'anima accarezzano e la portano a sognare.

     La prima lirica in cui ci si imbatte all'apertura del volume, fatto ristampare dai figli dei poeta e che porta il titolo di Musa Silvestre, è dedicata ad una donna rimasta attaccata al suo amante «comu ‘na pampina d'edara... all’arvule sfrundatu», ossia nonostante il tempo abbia mutato il giovane fiorente in cui «la vita ntinnavadi cum'arpa » in un vecchio, che ogni vigore ha perduto ed ogni fascino, ella è rimasta affezionata come un tempo.

     Domina in questa lirica un senso di stanchezza e di malinconica consapevolezza che la giovinezza passa e con essa vanno via i sogni e le speranze, che di solito danno un senso alla vita e alle sue cose. Tuttavia è di conforto al poeta la certezza che i sentimenti della donna sono rimasti immutati e a lei dedica gli accordi del suo cuore:


'Mperò, de l'arpa, amure mio, a 'ste pagine
haju ricuotu de tandu l'Accùordi;
e a tie, suorma 'e stu core, a tie le diedicu
pp'arricordare lu tiempu chi fu...                                                                                                                                                                              Tu chi sulilla, a mie, pàmpina d'edara,
riesti attaccata, tu chi t'arricuordi
de lu bene passatu, tu aggradiscili
'st'Accùordi d'autri tiempi sula tu!

     La strofa con l'accostamento dei suoni in cui predomina la erre<< arpa, amure, accuordi, suorma, core, edara», produce davvero una musica d'arpa, che è poi la musica soave ed elegiaca che si sprigiona nel cuore del poeta ogni qual volta si abbandona sull'onda dei ricordi e che ha il potere di conquistare it lettore e sollevarlo nel cielo terso dette cose belle, dove, delle brutture del mondo non giunge l'eco, né sentore alcuno.

     È vero che oggi net campo della poesia predomina il verso duro, prosaico, non sempre caro all'orecchio e di non facile ed immediata intelligenza, però io rimango del parere che se la poesia è voce dell'anima che sogna e canta, anche il verso in cui quella voce si esprime deve tornare gradito all'orecchio del lettore.

     Del resto nel’Ellade antica, culla della poesia e dell'arte, avvolta ancora, dopo millenni, in un alone di fresca giovinezza, i componimenti poetici venivano recitati at suono det flauto e della cetra.

     Canto dunque può definirsi la poesia di Michele Pane, canto spontaneo e sincero, sgorgante da una sensibilità delicata e raffinata, pronta a vibrare dinanzi agli spettacoli della natura, ai paesaggi ammantati di verde, alle piccole cose di tutti i giorni, per cui giustamente un critico ha definito il poeta di Adani « l'usignuolo del Reventino>>. E canto d'usignuolo a me pare la lirica che presento alla vostra attenzione e che s'intitola « 'A menta>>


Io te dicia: pperchi si fatta lenta
e stai tu culerusa e cchiù nuncanti?
cchid'hai patutu, diceme, chi fu? —
Haiu adduratu a 'na troppa de menta,
l'ùomini 'nnamurati sû briganti,
ma 'u capu d'illi, crideme, si tu!

Ed io ridiendu rispundia: cchi cunti?
tu si lla malandrina chi nun sienti,
chi nun cridi 'e mie pene, oi Tiresù!
Tu chi pruminti sempre mari e munti
e allu stessu mumentu te ripienti,
'a brigantòla mia, cara, si tu!

E si lla maga chi 'stu core 'ncanta,
tu chi tieni l'adduru de la menta,
tuni chi mari e munti me pruminti
e quand'è ll'ura pue nun si mai pronta,
tuni chi sî lla luce de 'sta frunte
'a latra de lu core miu si tu;

Haiu adduratu a 'na troppa de menta,
'a brigantòla mia, cara, sî tu!

     Il tono della poesia, ora scanzonato, ora elegiaco, ha il sapore dei madrigali e delle ballate d'altri tempi e sembra collocarsi in una regione remota, addirittura fuori dello spazio e del tempo, dove un'umanità irreale ma eternamente presente nei sognatori di ogni epoca vive la sua perenne infanzia felice. Ed è proprio questo, a mio parere il pregio principale di Michele Pane: trasfigurare la realtà e avvolgerla in un alone di incanto e di sogno.

     Quasi sempre, infatti, egli muove nelle sue poesie da momenti di vita vissuta, da paesaggi e situazioni reali, eppure al tocco tnagico della sua arte tutto assume contorni e rilievi da fiaba, tutto si scioglie in una musica dolce, talora malinconica ma sempre fortemente suggestiva.

     Nella lirica 'A manganatrice, per esempio, pur cosi ricca di spunti realistici troviamo dei versi in cui la carica romantica del poeta si rivela in tutta ta sua forza prorompente.


Vòrra sapire s'addimandi all'ariu,
alla luna, alli stilli ed alli vienti
ccu' chilla vuce tua ch'èdi 'na musica:
'U 'nnammuratu mio moni duv'è?
Edi luntanu assai, ma sienti,cridilu:
sempre l'anima sua vicina t'è.

     Il tessuto connettivo delle poesie di Michele Pane come vedete è fatto quasi sempre delle stesse cose: ricordi di donne amate, rievocazioni di feste paesane, di usi, costumi e tradizioni, rimpianti per la giovinezza che passa, nostalgia struggente per i luoghi che furono teatro delle scorazzate e dei giuochi della sua infanzia spensierata e felice, eppure, ogni lirica ha un accento nuovo, una sua particolare originalità, che la distinguono dalle altre e le assegnano un posto tutto suo nel panorama poetico dell'autore.

     La poesia intitolata « Ss'occhiuzzi» può considerarsi un inno alla bellezza degli occhi neri della donna amata, colti nelle varie espressioni che essi assumono nelle diverse ore della giornata.


Ss'occhiuzzi nìuri tui sû strallucienti,
spierti all'amure e all'arte de li 'ncanti;
hannu la calamita dei serpienti,
sû malandrini cchiù dde li briganti;
ss'occhiuzzi niuri tui sû strallucienti.
Chini de sùonnu l'hai tu la matina
e all'arva, spalancandu lu barcùne,
si guardi fore asciutta ll'acquazzina
e spannizza lla neglia d'u vallùne;
chini de sùonnu l'hai tu la matina

..................................................

     In quel diminuitivo << occhiuzzi » è condensata una certa carica di tenerezza, che poi si espande su tutta lirica e ne costituisce la corda principale. La mattina all'alba, quegli pur essendo ancora pieni di sonno, hanno il potere di asciugare la rugiada dei prati e di dissipare la nebbia delle valli, nell'ora della prima colazione mandano scintille come una pietra focaia, ardono come braci dell'inferno a mezzogiorno, splendono come la costellazione delle pleiadi verso sera, brillano come lucciole di notte.

    Il punto però in cui il pathos del poeta si effonde in tutta la sua potenza è costituito dalle ultime strofe in cui quegli occhi son detti le finestrelle dei cuore della donna amata, attraverso le quali l'afflitto poeta vorrebbe entrare, ma esse son troppe piccole ed egli è costretto a rimanere fuori, tuttavia spera di avere la fortuna d'incontrarla sola, di strapparle quegli occhi, rnetterli in una bottiglia e conservarli come brillanti preziosi, ma la parafrasi sciupa la poesia, sciupa le immagini per cui voglio rileggervi le ultime strofe nella speranza di farvele meglio gustare ed apprezzare.


Sunu le finestrelle de ssu core
dduve l'affrittu 'e mie' vorra trasire: —
ma sû picciule ed io riestu de fore
e tu ssu core nu' Ilu vue aperire;
sunu le finestrelle de ssu core.

Ma s' 'un trasu a ssu core ti le scippu —
— s'haiu 'a furtuna mu sula te 'ncappu —
e dintra 'na buttiglia pue le'ntippu,
dicu ca su brillanti e fazzu u guappu:
crideme, ncunu jurnu, ti le scippu!

    A questo punto più che mia scialba parola sarebbe opportuna l'opera di un musicista; soltanto la musica infatti avrebbe il potere di cogliere e tradurre in note la suggestione che si sprigiona dagli ultimi versi che si chiudono tutti con Io stesso raggruppamento di suoni: scippu, ncappu, ntippu, guappu e poi di nuoto scippu.

  Il proposito però di presentare una scelta quanto più possibile varia delle poesie di Michele Pane mi sollecita a passare oltre. M'imbatto in una serie di liriche che per un motivo o per un altro meriterebbero d'esser lette e commentate, ma non un'ora, bensì intere giornate dovrei avere a mia disposizione.

  Palumba janca, U cuculu, Secreta, Appuntamintu, E rose, U dobotte, U vullu sono poesie in cui la nostalgia del poeta si effonde in un canto soffuso di tenera malinconia che tocca l'animo del lettore e lo porta inconsapevolmente a partecipare al complesso mondo spirituale del poeta.

  Spulcio qua e là qualche verso di queste liriche perdimostrare la grande capacità del poeta nel comunicare pathos alle creature della sua fantasia.

In Palumba ianca il poeta si rivolge ad una colornba e la prega di volare sulla casa della donna amata, portarle il suo saluto, rubarle una fronda di malvarosa:

Palumba janca ianca chi te puosi
ogni matina all'urmu de 1a gghiesa,
si volandu tu passi d' 'a sua casa,
salutamilla tantu tuni a Lisa
arrùbale 'na frunda 'e marvarosa
Cà illa è bona e nun te fadi offesa.

Nel cuculo egli riprende una credenza popolare secondo ta quale quest'uccello avrebbe doti divinatorie, per cui a lui egli si rivolge ed accorato gli chiede:


Fàllu ppe' carità, biellu cucùlu,
(suspirandu le dissi l'àutra sira)
'sta vita amara, dimme, ancora tira?
muoru ccud'illa, o sulu sulu sulu?
Rispose: — Priestu, allèstate le cira!
cucù, cucù, cucù
sulu ha 'e murire, 'un c'è echi fare cchiù! —

………………………………...

    Degna di particolare menzione mi pare inoltre la prima strofa delta poesia <<E rosa» nella quale il poeta rivolgendosi alla donna amata la prega di trapiantare sulla sua fossa nel camposanto le rose det suo orto:


Sienti le troppe 'e rose
ch'àju chiantatu all'uortu,
doppu chi sugnu muortu,
tuni l'hai de scippare,
e l'hai de richiantare
propu supra la fossa,
dduve pòsanu 'st'ossa,
tu I'ài de richiantare.


   Come vedete, Signori, leggere Michele Pane significa trovarsi sempre di fronte a situazioni nuove e originati anche se il motivo che corre in tutta l'opera come in un'unica grande elegia è quasi sempre lo stesso: nostalgico ripiegamento dell'animo verso un mondo che il tempo e la lontananza rendono ancora più suggestivi ed affascinante.

Orbene, accanto a Tora, Natale, i Tumbari, Vijila, il componimento in cui questo motivo è particolarmente vivo è quello intitolato 'U focularu di cui vi faccio sentire la prima parte:

'U FOCULARU


T'haiu sempre davanti allu pensieru
a tie 'nzò dduve vaju, o focularu,
cà sidi lu cchiù amicu mio sinceru,
lu cchiù gentile, affezionatu e caru;
tu me ricùordi a mie de zu Saveru,
de l'autri vecchiarelli chi m'amarû;
si l'ornamientu de la casa mia,
'mperò te scrivu chista puisia.

………………………………..

   Fra le tante poesie evocatrici del passato nessun'altra al pari di questa ha il potere di suscitare nel cuore del lettore una sensazione di amoroso rimpianto per un mondo che malinconicamente scompare sotto l'incalzare incessante e prepotente del progresso. I giovani di oggi abituati a sedere, spesso distrattamente e senza interesse, a meno che non si tratti di partite di calcio, dinanzi all'apparecchio televisivo, non possono certo capire la poesia del focolare, un tempo centro spirituale della famiglia e addirittura forza di coesione fra gli stessi membri di essa.

  Ma per il poeta di Adami, sbalzato in una grande e caotica città d'America, dal suo paesetto montano, non ancora toccato e contaminato dal progresso, esso continua a simboleggiare gli affetti domestici, la vita patriarcale tramandatosi di generazione in generazione.

  Bisognerebbe essere proprio sordi alla poesia dell'intimità familiare per non sentire il calore umano che si sprigiona dalla strofa che vi faccio risentire:


E Ilà, seduta sutt' 'a ciminera
fulijnùsa, io me sentia scialàre
Ilu viernu, quandu cc'era la nivèra
fore, e llu vientu se sentia fiscare;
alla giàlina luce d' 'a lumera
mamma mia bella stàvadi a filare,
e patremma ccu ll'àutri vecchiarielli
                                                                                                                                                                        me cuntàvanu tanti fattarielli."

   È un quadro, signori miei, che s'imprime nella mente del lettore, passando però attraverso il cuore e lasciando in esso un profumo di cose semplici, di consuetudini sane, di sentimenti nobili e puri. Chi potrebbe infatti dimenticare quella mamma buona e bella che alla pallida luce della lampada è tutta intenta a filare, quel padre che con gli altri vecchietti gode nel raccontare romanze di maghi e di fate, mentre il poeta fanciulletto seduto sul suo « cippariellu 'ch'era n'ugna cchiù rande de nu ruallu » sutta a ci minera fulijnusa si sentiva scialare: fuori nevica e fischia il vento.

   II termine scialare non ha nella lingua italiana un termine corrispettivo per indicare l’abbandono ad un godiimento completo dell'animo e del corpo e la stessa cosa si potrebbe dire di tante altre voci che tradotte nella lingua nazionale perdono efficacia e potenza espressiva.

   Un'altra lirica in cui si coglie il palpito sincero det poeta, e nella quale il motivo nostalgico si scioglie in un canto pastorale flebile e sospiroso è quella intitolata «A zumbettana », il rustico strumento musicale che fin dai tempi di Titiro e Melibeo ha sempre dilettato l'umile pastore.

'A ZUMBETTANA


Quandu sientu sonare 'a zumbettana
dintra 'nu vùoscu, o dintra 'nu cavùne,
te dicu 'a verità, sientu ca 'u bene
crisce ppe' tie, nun sacciu cumu va!
Piensica è Ilu suspiru chi me vene
'ntra chillu suonu, 'e tie chi si luntana,
e benedicu 'u poveru guagliune
chi, sonandu, pensare a tie me fa!

.............................................

   Potenza suggestiva della poesia che l'anima rapisce e la porta sulle soglie di un mondo che sfuma nell'oceano del tempo senza confini.

   Quel di zumbettana « dintra ‘nu vuascu e dintra ìnu cavùne non è collocabile in uno spazio di tempo e di luogo determinato, bensi rimane vago ed indefinito e si mescola e si confonde con Io stesso respiro della natura intesa alla maniera lucreziana di rerum mcgna parens. Eppure in quella cornice di paesaggio dai contorni sfumati, da cui proviene come da regioni remote il suono flebile come un sospiro di quella zumbettana un rilievo particolarmente suggestivo assume la scena realistica dell'abbraccio con la fanciulla amata.

“ e m'arricorda dde chilla matina
chi n'abbrazzamme; — fodi 'ntra 'na cona,
e Il'uocchi bielli tui parìanu lune
sutta chilla figura de Gesù! "

   E qui potrei chiudere con la lettura dei versi e portare il discorso sulla vicenda umana di Michele Pane, ma la presenza in questa sala di Libertà Pane, figlia dilettissima del poeta, oggi signora De Pascalis, mi pone l'obbligo di soffermarmi su qualcuna delle liriche a lei dedicata; Ninna - Nanna e A mia figlia Libertà, entrambe vibranti di paterno affetto.

  Nella prima il poeta inguaribilmente ammalato di nostalgia immagina che la zia Marianna, chiamato a sé il sonno che secondo la sbrigliata fantasia di Michele Pane non ha sede, come voleva l'antica mitologia nell'Erebo profondo, ma nei boschi verdi di Decollatura o tutt’al più nelle grotte del Reventino, e lo prega di correre in America ed avvolgere nella sua saporifera coltre la piccola Libertà, teneramente abbandonata nelle braccia del papà

  Esso però deve prima passare dal Camposanto, dove da tanto tempo dorme all'ombra di un cupo cipresso la nonna della piccola Libertà, cogliere il misterioso afflato d'amore che si sprigiona da quella tomba e portarlo alla nipotina lontana insieme con la frescura dei faggi del Reventino, lo splendore della luna, i fiori della lontananza ed il profumo di tante piccole cose, che attraverso la fantasia assumono fascinose trasparenze di sogno. Ma se vogliamo sentire tutto l'incanto delta lirica, che, col suo ritmo lento e riposante sembra riprodurre alla perfezione il dondolio della ninna nanna, dobbiamo accostarci ad essa.

NINNA - NANNA


Lu suonnu s'è partutu de l'Addame
—- cà 'u manda apposta a tie za Marianna —
passa d' 'u campusantu, duv'è Nanna
chi dorme a tantu tiempu e nun te sa…
Lu suonnu nun vò minna, 'un sente fame,
fa ninna - nonna, o cara Libertà!


Lu suonnu s'è 'mbarcatu supra mare,
ma ppe' venire cce vò tiempu ancore;
le piccirille a 'st'ura 'un vannu fore,
ma dòrmenu alle vrazza de papà
— supra lu core chi nun sa 'ngannare —
fa ninna - nonna, o cara Libertà!

…………………………………….

   Per quanto riguarda la seconda lirica mi rifaccio a quanto da me precedentemente scritto. Essa può considerarsi un messaggio d'amore che il poeta affida alla figlia in viaggio per l'Italia. A lei, dunque, il poeta si rivolge e la prega di portare il suo saluto alla verde conca di Decollatura, ricca di fontane, di boschi fitti, di prati verdi, oasi di pace e di tranquillità.

Quand'arrivi alla colla d'Acquavona
quante funtane truovi: chilla' 'e Giallu,
de Surruscu e tant'autre... 'ntra la valla
l'acqua d'ille, calandu, ohi cumu sona!
vuòscura 'ncutti, dilizia de friscura,
pratura virdi,.. 'na tranquillità:
chilla è la conca de Dicollatura,
e tu salutamilla, o Libertà!

   Poi passa in rassegna le località che formano il Comune:

Sutta de Riventinu, lu paisiellu
primu chi truovi ha nume Tumaini
(parrocchia 'e S. Bennardu) ed ha vicini
lu Canciellu, 'u Passaggiu, 'u Praticiellu,
Rumanu, e doppu sû le Casenove,
li Cerrisi e l'Addame de papà:
(l'Addame, chi d' 'u core sue 'un se smove
ppe' tiernpu e luntananza, o Libertà!)


   Ma senza dubbio la strofa più ricca di pathos è quella in cui egli invita la figlia a fermarsi accanto al camposanto e portare il suo pianto ai cari seppelliti laggiù.


Andandu, si tu passi ppe' lu chianu
d' 'u Praticiellu, truovi 'u campusantu:
Ilà fermate a portare lu mio chjantu
alli cari chi sutta terra stanu..
Cà, ccu tuttu ca si' ' 'furesterella"
e nullu d'illi te canusce e sa,
la tua visita, o figliama mia bella
ad illi de rifriscu le sarà.

 

   Altri versi in cui la carica sentimentale del poeta si effonde in una nota delicata e suggestiva, sono quelli in cui egli prega la figlia di baciare le mura delta sua vecchia casa, «u cippariellu d'u focularu» e la esorta a balzare dal letto allo squillo del mattutino, spalancare il balcone e salutare per lui il sole che si alza maestoso verso i! cielo turchino

.                            

Vasa ppe' mie d' 'a vecchia casa 'e mura lu
" cippariellu" mio d' 'u focularu,

………………………………………..

Quantu sienti sanare matutinu,
zumpa d'u liettu, spalanca 'u barcune,
saluta 'u sule chi d' 'u Carigliune
s'auza maestusu allu cielu turchinu.
Oh quànte vote l'àdi salutatu,
quand'era virde... (ma... quant'anni fa?)
papà tuo ch'è 'mbecchiatu, no' cangiatu
e resta " calavrise o "Libertà.

   Quanta tenerezza in quell'invito a baciare le vecchie mura detta sua casa e quanta forza espressiva in quel «zumpa d'u liettu, spalanca 'u barcune>>! La visione del sole che si alza maestoso per il cielo turchino è veramente una pennellata degna di un grande pittore, per cui richiama alla nostra mente « l'arcana armoniosa melodia pittorica» che il Foscolo si propone di realizzare nel poemetto delle Grazie.

  A proposito del viaggio compiuto da Libertà Pane, che aveva ispirato al padre la poesia da noi letta, non si può passare sotto silenzio il bellissimo componimento scritto dall'altro grande poeta del Reventino, Vittorio Butera, e riportato nella raccolta di liriche «prima cantu e doppu cuntu col titolo «a staffetta

  Il poeta di Conflenti, legato a Michele Pane da grande e sincera amicizia, con quella delicatezza che è tra le note più costanti del suo canto, compone intorno alla incantevole avventura vissuta dalla figlia del poeta di Adami una serie di quadretti, che hanno il sapore di romanze popolari, calate in una lingua viva, spontanea, fortemente espressiva.

  Data l’ampiezza del componimento non mi pare opportuno in questa sede leggerlo per intero; mi limito soltanto alle prime strofe, sufficienti, a mio parere, a farci sentire il profumo di un'arte, che, sbocciata genuina nel cuore di un uomo, la cui attività professionale era così lontana dalla letteratura, rimane fuori d'ogni schema e d'ogni corrente e conserva un volto tutto suo, originale, inconfondibile.

'A STAFFETTA

A MMICHELE PANE

— Va! — le disse ru patre — E 'nnu salutu
Porta a ra terra dduve sugnu natu;
Dìcele quantu bbene l'ha bbulutu
'Stu patre tue, ramingu e spurtunatu.
M’è dde granne cumpùortu a ra spintura
Si va' vidi ppe' mmie Dicollatura.

Vàsame e bba'! Saluta Rivintinu,
De tìcini ammantatu e dde castagne;
Saluta i campi simminati a Ilinu,
I cavùni saluta e re muntagne.
Saluta Carriciellu, 'a casa mia,
E dde l'Addame 'e petre d'ogne bbia—

…………………………………..


   Le sorgenti d'ispirazione dei due poeti sono identiche, ma la vena di nostalgica malinconia nel poeta di Adami è più marcata; effetto senza dubbio della lontananza che ha il potere di abbellire, attraverso il ricordo, vicende e cose del nostro passato. Leggere Michele Pane pertanto significa tuffarsi in un mondo in cui la realtà si tinge dei colori fascinosi del sogno ed il sogno assume i contorni e le parvenze del reale; significa immergere l'anima in un bagno di primigenia schiettezza e semplicità. Ecco perché ritengo doveroso esortare gli insegnanti delle scuote primarie e secondarie della Calabria ed in particolar modo di Decollatura, a fare accostare i loro allievi al mondo poetico di Michele Pane, che i costumi dei padri e le bellezze del paesaggio ha saputo così magistralmente ritrarre. Però soprattutto gli insegnanti di questa scuola, che da oggi in poi si chiama scuola media « Michele Pane» dovranno sentire l'obbligo morale di far conoscere e studiare le più belle poesie del poeta di Adami.

  Alternare, a mio parere, la lettura dei passi riportati sulla antologia con le poesie più belle di Michele Pane e degli altri poeti calabresi in vernacolo e nella lingua nazionale, concorre a suscitare nei giovani interessi nuovi, a rafforzare in essi l'amore per la propria terra, da questi scrittori celebrata nelle sue bellezze naturali, nelle sue ataviche tradizioni, nelle lotte secolari che essa ha dovuto sostenere e sostiene ancora per mettersi al passo con le altre regioni della penisola.

  Perché, se è vero che colpa dell'arretratezza nel campo economico-sociale della nostra regione ricade sugli uomini politici, che dal 1860 in poi si sono alternati nel governo della cosa pubblica, è pur vero che la scarsa valorizzazione della produzione artistica calabrese è dovuta in parte agli uomini di cultura della stessa Calabria, che hanno lasciato nell'ombra e nella polvere opere, che meriterebbero migliore fortuna, se non altro perché in esse palpita l'anima millenaria della nostra gente.

  Ed ora mi avvio alla conclusione, tralasciando di accennare alle date più salienti delta vita di Michele Pane, alle molte opere da Lui scritte, agli studiosi, in gran numero, che di lui si sono occupati, convinto che le date, gli elenchi, i nomi dicono ben poco della figura umana di questo personaggio che doti naturali e vicende esterne hanno collocato nell'Olimpo delle creature privilegiate" .

  Vi dico soltanto che egli era dotato di una carica di umanità così intensa, che affascinava chiunque aveva la fortuna di avvicinarlo.

  Dopo la prima giovinezza, vissuto quasi sempre in America, col cuore rimase sempre attaccato alle persone, ai luoghi, alle cose care lasciate netta terra natale.

  Don Luigi Costanzo (altra nobile e bella figura di uomo e di studioso della nostra terra, e del quale spero di potermi presto occupare ampiamente e degnamente) nella nota biografica al suo libretto delta poesia di Michele Pane ha scritto di lui:« Ebbe maestra la vita, ricca di esperienze non liete; ma sopportò dignitosamente i colpi dell'avversa fortuna. Fedele e tenerissimo con gli amici, seppe bollare i vili e i traditori. Sua grande ricchezza e sua confortevole difesa fu la sua poesia

  Ed è appunto attraverso la poesia che noi dobbiamo crearci il personaggio « Michele Pane» e tramandarlo alle future generazioni, le quali dovranno vedere in lui il simbolo dell'emigrante, che pur avendo raggiunto una discreta agiatezza in terre straniere, guarda col cuore straziato alla patria lontana, che pure non è stata in grado di assicurargli un'esistenza tranquilla e serena.

  Il dramma umano di Michele Pane, dunque, sta appunto nella amara beffa del destino che lo costrinse a vivere in un mondo che non era il suo; un mondo che se pure offriva lavoro e ricchezza, non riusciva certo ad appagare i desideri infiniti che si trovavano in ogni atomo della sua materia, in ogni angolo del suo cuore, costantemente proteso verso un mondo, che alla luce della sua accesa fantasia si trasfigurava, si idealizzava, assumendo i contorni fascinosi del mondo irreale delle fiabe e delle leggende.

Se si vuole, dunque accogliere uno dei desideri costanti del poeta in vita, occorre promuovere l'iniziativa tendente ad ottenere la traslazione dei suoi resti mortali dalla città di Chicago, dove ora è sepolto, nel piccolo camposanto di Decollatura

“ Piccirilluzzu, ma mperodi biellu
ccu tuttu ch'adi rustiche le mura
supra lu chianu de lu Praticiellu “.

   Si realizzerebbe così it suo sogno di dormire il sonno eterno accanto alle persone care

"E forradi cuntientu mu restera
friddu ntra chillu virde d'e chianura
ccussi vicinu a patremma dormera”

  Oggi non soltanto il padre, ma anche la madre, i congiunti, gli amici più cari, le donne amate troverebbe nel piccolo cimitero, sicché il suo spirito potrebbe errare di tomba in tomba, ristabilire i rapporti d'un tempo, suscitare un mondo scomparso, mentre tutto intorno la natura diffonde un alito di fresca primavera.


Cinque o sei piedi de cipressi scuri
cce sunu dintra, e fare due filari
de chiuppi e ntuornu e mura ruvettari,
dduve li vriscignuoli fan ll'amuri".

   Inoltre si troverebbe certamente anche qualche anima pia disposta a piantare sulla sua fossa una «troppa di rose » secondo il suo desiderio, simbolo di quella celeste corrispondenza di amorosi sensi,che secondo il poeta di Zante è la funzione più alta e nobile della tomba. 

  Si accolga dunque al più presto la voce implorante che si leva da una tomba di Chicago e si innalzi un tumulò degno di lui a questo grande figlio di Decollatura, che tanto lustro ha arrecato alla sua terra natale e alla Calabria tutta.

Prof. Peppino Scalzo


1) La Scuola Media di Decollatura è intitolata al Poeta Michele Pane per decisione del Consiglio Comunale che all'epoca organizzò una importante manifestazione.Il Professore Peppino Scalzo, studioso della poesia del Poeta nonchè illustre decollaturese, ebbe l'incarico di illustrare la figura di Michele Pane con una relazione che fu letta nel corso della cerimonia e successivamente pubblicata nel volume Decollatura e Motta Santa Lucia.

 Aggiornato il 29 - 03 - 2019

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