Gelsomina
Lungo il
fiume Canne, che scorre ai piedi di S.
Teodoro, ci sono molte grotte, rifugi naturali delle fate che vivono nei boschi adiacenti a quel tratto di fiume.
Quando la notte è fonda e tutta la gente
dorme, le fate escono dai loro nascondigli per percorrere in lungo ed in largo
il corso del fiume in cerca di fiori ,
bacche e miele. Lo fanno di notte perché con la luce del sole perderebbero
tutti i loro magici poteri. Una notte di tantissimi anni addietro,
mentre erano intente a questa ricerca,
udirono improvvisamente un vagito che diventava sempre più flebile. Si fermarono per ascoltare
meglio e poi si diressero verso un cespuglio di bacche da dove proveniva il suono.
Trovarono una neonata avvolta in
panni di lino ormai umidi a causa della brina. La raccolsero e la portarono
nella grotta più grande; le cambiarono le fasce bagnate, la nutrirono e la
posero a dormire in una culla calda. La bimba si chiamava Gelsomina, così era
scritto in un bigliettino trovato tra le fasce. Nel biglietto si diceva anche
che chi l’avesse trovata avrebbe dovuto prendersene cura, perché la madre non
poteva farlo. Le fate decisero così di adottare la
bimba, che crebbe con loro sana e bella, acquistando le abitudini delle fate.
Di notte usciva con loro e di giorno giocava , dormiva ed ascoltava le fiabe raccontate dalla fata madrina. La sua vita
scorreva serena, anche se di tanto in tanto la bimba era afflitta da stati di
malinconia. Quando
ebbe raggiunto l’età di otto anni, espresse il desiderio di uscire di
giorno, per giocare con gli altri bambini; ma la fata madrina le fece capire
che non era possibile, perché nessuna di loro poteva accompagnarla. Trascorsero così altri dieci anni con le
fate, le quali fecero di tutto per
renderla felice, ma Gelsomina, allo scoccare del diciottesimo anno, espresse il
desiderio di vivere fra gli uomini. Le fate, seppure a malincuore, decisero di
assecondarla e la fata madrina, che ormai era legata a lei da amore materno,
decise di accompagnarla, consapevole che avrebbe perso i poteri di fata. Le due donne trovarono casa nel quartiere
di S. Teodoro e ai curiosi dicevano di essere madre e figlia, venute da lontano
e stabilitesi in quel luogo per la
salubrità dell’aria, di cui la giovane aveva bisogno. Gelsomina venne subito notata dai giovani
del luogo e tutti avrebbero voluto sposarla, ma lei respingeva tutti. La
fama della sua bellezza giunse alle orecchie del giovane Luigi d’Aquino ,
figlio del feudatario di Nicastro , che viveva nel grande castello normanno
sovrastante la città. Il giovane principe incontrò Gelsomina al
mercato delle erbe, si presentò alla donna, che arrossendo rispose declinando a
sua volta il proprio nome. I due giovani stettero a parlare sotto l’occhio
attento di quella che ormai tutti
ritenevano fosse la madre della
giovane. Non
sappiamo cosa si dissero ma è facile immaginarlo. Dopo
un mese i due si sposarono nella chiesa di S. Giovanni della Coltura. A
celebrare le nozze fu il Vescovo del tempo. Tutti gli abitanti del luogo
erano accorsi per vedere gli sposi e
non potendo entrare in chiesa, perché già piena dei parenti e degli amici del
principino, restarono ammassati davanti all’ingresso. All’uscita degli sposi la folla si divise
in due ali, gridando: “Evviva gli sposi!…” e nello stesso tempo una pioggia di fiori, di riso e grano
si abbatté sulla testa dei due giovani. Gelsomina trascorse i primi dieci anni del matrimonio in piena felicità. Amata dal marito e dai suoi quattro figli
che erano venuti al mondo e che lei allevava con grande cura, la giovane
principessa si prodigava anche per gli altri: aiutava con parole o con elargizioni la povera gente, la quale, con il
suo aiuto, trovava il modo di alleviare le tristi condizioni di vita. Col passare del tempo il marito
cambiò atteggiamento:
non le piaceva più che la moglie si dedicasse ai poveri e le
impose di non tenere più rapporti con persone che non fossero di rango. Gelsomina, pur volendo obbedire al marito,
non riusciva a negare il suo aiuto alla povera gente, che poneva in lei ogni
speranza di sopravvivenza. Perciò il Principe Luigi, che dopo la morte del
padre aveva ereditato il feudo ed il castello, Le fate seppero della difficile
situazione in cui si trovava la loro protetta ed una notte andarono a
trovarla. Per cinque anni, a turno, una di esse andava ogni notte a consolarla. Gelsomina comprese che il marito non
l’avrebbe più liberata e chiese di potere tornare a vivere con le fate. Queste
cercarono di dissuaderla, ma costatata la sua irremovibile decisione,
l’accontentarono. Con un incantesimo la trasformarono in fata e così Gelsomina
poté uscire attraverso le sbarre. Essa si recò dalla madrina, che, a causa
dello stesso sortilegio operato su Gelsomina, era ridiventata fata, ed insieme
andarono a vivere nella grotta dove aveva trascorso l’infanzia e la giovinezza. Gelsomina
vive ancora perché le fate sono immortali. Ogni notte, con le altre
fate, esce dalla grotta, ma mentre le altre vanno in cerca del cibo lungo il
fiume Canne, lei si aggira per le strade di
S. Teodoro, entra dal buco della serratura nelle case della gente e si
siede al capezzale dei bimbi ammalati, i quali ,il giorno appresso, si alzano
completamente guariti. I genitori non si meravigliano, sanno chi ha compiuto il
prodigio che essi stessi hanno sperato ed invocato. Si dice anche che solo chi ha animo buono
può vederla e qualcuno giura di averla vista, di notte, distribuire cibo e
acqua ai poveri animali randagi. Fine Credits La fiaba di Gelsomina è stata ripresa dall'opera di P.Bonacci, San Teodoro – Lamezia Terme 1984, pp.151-158,e modificata in qualche punto. L'immagine di Gelsomina, disegnata da Costanzo, è tratta dal libro di Bonacci |