Pina Majone Mauro

  

 

"Le esperienze di vita, la tensione ideologica verso una società più equa e aperta ai cambiamenti imposti dalla modernità si coniugano strettamente in Pina con la concezione di una poesia che non può essere solo esternazione di buoni sentimenti o rivelazione al mondo della profondità del proprio sentire". Italo Leone in Cultura e letteratura nel Lametino vol.II pp.337,338 Lamezia Terme 2016

 

 

 

 

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Critica

 

UNA LUCE NELLA POESIA 


Studio e riflessione di 
Pasquale Funaro su "SPESSORI" -raccolta lirica di Pina Majone-

 

Premessa
La dilagante mediocrità della produzione poetica contemporanea stanca l'attenzione del lettore-amatore e lo spinge a disertare ogni iniziativa, a non avere speranza.
Si assiste ad una proliferazione cartacea che, per il suo nullismo contenutistico e le sue tante derive strutturali, porta inevitabilmente ad un vero e proprio naufragio letterario.
Nella pletora di sedicenti "poeti" si perde tempo a cercare talenti, che "non ci sono", e quel che mortifica di più è che qualcuno, forte della facile e compiacente pubblicazione su riviste e foglietti locali, si autoproclami unico erede di questa o quella corrente letteraria, di Leopardi o D'Annunzio, di Ungaretti o Montale, di Quasimodo o altri.
Alla fine si constata che non c'è vera sostanza, che il valore della poesia è scaduto di molto, che si scrive per edonismo, per presuntuosa ambizione, per restare nella "storia"; tutto è vanità, contingenza banale, quotidiano che dura fino a quando non si gira la pagina.

Una grande scoperta
Nella mattinata del 27 agosto 1995 ho avuto la fortunata occasione di visitare, nel rione di Sambiase di Lamezia Terme, il "Luogo della memoria" del carissimo amico professore Umberto Zaffina, uomo di valida attività intellettuale, che, con anni di certosino lavoro e personale impegno economico, ha regalato ai suoi compaesani questo museo di antiquariato locale, appunto un luogo della memoria.
Sul tavolo del suo ufficio, in bella mostra, era esposto il libro di Pina Maione "Spessori", pubblicato dalla Temesa Editrice nel 1987, ben otto anni prima, e del quale fino a quel momento non ero venuto a conoscenza.

Il fatto mi ha meravigliato e addolorato alquanto.
Questo è potuto accadere in parte per la mia lontananza dal paese natale, che non mi consente di conoscere con tempestività gli eventi artistici che in esso si verificano.
Sarà stato anche per l' "innato riserbo" dell'Autrice, per la scarsa o inadeguata pubblicizzazione dell'opera, ma temo che abbia influito maggiormente la mancanza di attenzione ad ogni fatto culturale da parte della cittadinanza, che, con le dovute eccezioni naturalmente, non ha mai brillato nella cultura in genere.
Per la verità questo è un fenomeno molto esteso a livello nazionale ma la cosa non mi conforta. A parte ogni rammarico per il tempo perduto, ora il libro di Pina Majone fa parte dei "classici" di cui mi "nutro" e con i quali riempio il mio "otium litteratum".
La definizione potrà sembrare esagerata; è un mio giudizio, il giudizio di un sincero ed onesto amatore dell'arte poetica, libero, nel senso più assoluto, da mode e traffici letterari e da interessi di qualsiasi genere.

Come tale mi riconosco il diritto di parlarne, dal momento che la mediocrità culturale di molti mezzi di comunicazione, in assenza di immediato confronto ed eventuale contestazione, presenta come oro colato anche gli escrementi di mucca.

 

Per l'Autrice
Questo lungo ma necessario preambolo affinchè l'Autrice, degna di quell'attenzione e quel rispetto dovuti ad una vera artista, non veda in questo scritto il critico ma solo un amatore sincero ed appassionato dell'opera poetica, un lettore attento e sensibile.
Fuori da pastoie scolastiche e da qualsiasi remora, questo scritto vuole essere una comprensione personale, libera e profonda dell'opera di Pina Majone; non un commento critico, dunque, ma una osservazione attenta, ravvicinata. una dilatazione dei momenti poetici per coglierne ogni cadenza, ogni significato, ogni eco dell'anima; per ritrovare conferma delle sue motivazioni e gustare il canto di un "essere" nella musicale, epifanica, suggestiva metamorfosi del suo "io", che, permeato dal respiro sacrale del cosmo, si dispiega, si estrinseca e si materializza, per motivi inspiegabili (o per un dono divino?), nella sua essenza poetica.
Anche se alla fine questa mia "lettura" risulterà inadeguata ed insufficiente alla comprensione reale dell'opera ed al suo giusto valore letterario, quale potrà essere quello dato con autorevolezza e legittimità dalla critica ufficiale.

 

La Poetica
Non intendo parlare della vita e della persona di Pina Majone; parlerò soltanto del suo libro, della sua poetica.
Per conoscenza personale, da concittadino e contemporaneo, so che è sempre stata una donna di eccezionale bontà d'animo, di naturale modestia e di grande bellezza.
Uno dei fiori più belli della sua (e nostra) amata terra di Calabria.
E la bellezza gioiosa della giovinezza è diventata bellezza pensosa della maturità.
Bellezza e bontà che si ritrovano interamente nella sua poetica: bellezza di una espressione, di un linguaggio lirico "classico", che si avvicina al meglio della poesia nazionale di questo secolo; bontà di un contenuto di sentimenti profondi e sereni, di una ricchezza di immagini e di memorie. E poichè le immagini ed i sentimenti sono gli elementi fondamentali dell'estetica (Croce), la sua è vera arte poetica.
Concordo in massima parte con la nota del frontespizio del libro e con "Una riflessione sulla poesia" dell'Autrice. Per la verità ho sempre considerato la definizione "intimistica" come la più importante delle catalogazioni della poesia, la più diffusa, quella che normalmente si definisce "lirica", rispetto a quella epica, sociale .... ed altre.
La poesia "intimistica", quando ha i requisiti della vera poesia, è sempre pregevole e di alto valore letterario, perchè è lirica, espressione soggettiva dei sentimenti del poeta, "essenza stessa del fatto poetico" (Croce); e, al di là di ogni contenzioso accademico, è sempre poesia "universale", senza "dove" nè "quando", senza distinzioni di spazio e tempo; anche se, quasi sempre, per ogni poeta, i sentimenti nascono e si consumano nel complesso di immagini del paesaggio dei luoghi della memoria, passata e presente, del paese dell'anima.
Quella di Pina Majone è poesia vera, al di là di ogni definizione o catalogazione letteraria. è poesia che brilla di luce propria, che non ha matrici.
Se pure si colloca, per la forma, nel grande filone della poesia nuova di questo secolo, quella detta "poesia pura" o più comunemente "ermetismo", parlare di stile ermetico è riduttivo ed impreciso. Nella sua poetica non c'è la rarefazione lirica dell'ermetismo, con la difficoltà di esprimere l'ineffabile; il sentimento, anzichè "accartocciarsi", "rattrappirsi", si effonde in un canto lirico puro, espresso in un lessico letterario alto ed incisivo, ricco di risonanze e coloriture scenografiche, che si spiega e si fa capire.
Il che diminuisce per il lettore la difficoltà di comprensione della poesia nuova.
Uno stile nuovo che coglie il meglio della poetica di Ungaretti, di Quasimodo, di Montale e di alcuni poeti orfici e crepuscolari; sintesi armonica di tutte le generazioni dell'ermetismo, dalle quali ha ereditato, superandole, le cose migliori: ricchezza di visioni, sublimità di stile, positività e luce dell'essere. .
Una poesia senza metrica ma in essa, in mancanza di un ritmo metrico o di una pur minima assonanza, si coglie parimenti una diffusa solennità musicale, data la cadenza moderata, "spondàica" dei versi. All'attento e beato lettore non sfugge altresì la musicalità interiore di ogni canto. E' una poesia che si legge, che avvince.
Nella profondità concettuale della lirica ermetica, l'Autrice ha saputo esprimere, con incisività e senza scorie, nella bellezza e nell'ordine classico, i tanti volti della sua anima, le pagine di una vita intensamente e coscientemente vissuta, riuscendo ad esprimere l'indicibile.
Nella sua poesia non c'è costruzione di partiture, ricercatezza o affinamento metrico. non ci sono trasgressioni o forzati accostamenti metaforici e analogici, la vicenda poetica si svolge, pur attraverso avvolgimenti ed involuzioni, con un largo respiro, in un limpido, raffinato linguaggio evocativo, metafisico, mitologico.
Le intuizioni e le percezioni si presentano in trasposizioni simboliche; le rarefatte immagini concettuali si trasformano in chiare pennellate colorate, incisive, plastiche.
La parola poetica di Pina Majone dà
 "forma ai pensieri, inventa scenari, dipinge le immagini"(Brecht).
Note brevi ed alte, dalle vibrazioni profonde, ed alla fine di ogni canto, di ogni fiore poetico, si coglie quasi un profumo delicatamente intenso e vivificante, che provoca nel lettore una profonda risonanza ed un continuo gradimento estetico.
Queste le "qualita letterarie", questo il quadro dei valori della poetica di Pina Majone, che considero un'isola felice della poesia contemporanea, una luce che illumina, un faro che guida. 
Finalmente!

 

La Tematica
Per una migliore comprensione dell'opera è bene soffermarsi sull'analisi dei singoli componimenti, gustarne la bellezza artistica e rilevarne i contenuti tematici.
Temi esistenziali, naturalmente, che nel sublime canto lirico della Majone perdono la loro particolarità soggettiva, si amalgamano armoniosamente in un lento, scorrevole fiume di dorato e lucente magma di vita universale.
Un fiume poetico che scorre su un asse della memoria, le cui origini si perdono nella storia dell'Ellade, ed ancora più oltre.
Un'anima che spazia e scruta nella penombra dei millenni, aleggiando su mitici scenari d'altri mondi, di altre civiltà, di altre composizioni sociali; mondi che emanano musica e poesia e dei quali la Majone ha conservato una memoria ancestrale; mondi che rivivono in quadri intensi ed ordinati, in immagini nitide, cristallizzate, vive.
La millenaria, incantevole eco dell'Ellade, col suo grandioso scenario di bellezza, di pensiero e di ordine, e col quale la Poetessa sembra avere un nesso spirituale, trova miracolosamente ancora oggi, in questo mondo di plagio mediocre e di bruttezza, una sua risonanza nella voce di questa sublime sacerdotessa di Erato.
I suoi pensieri, sia che scaturiscano da motivi d'amore o da occasioni momentanee, sia motivati dalle sensazioni provocate da cose e luoghi, visti o rivisitati in momenti diversi, acquistano le splendide forme delle sue liriche, offrendo all'attento lettore, secondo i casi, conferme, piacere e conoscenza.
Si ha l'impressione che nel suo mondo poetico non ci siano stanze, non ci siano confini o punti di riferimento; i canti sembrano emessi in una immensa nuvola chiara, ovattata, in una continuità senza tempo. In questo limbo, distinta, incisiva e dolce, si ode la voce della Poetessa, in un canto sereno, che sembra sottintendere la speranza di un accadimento, di una risposta: una risposta che le riveli il vero significato delle cose e della esistenza, del tempo e dello spazio.
I temi della sua lirica sono tante monadi leibniziane, monadi leggere come bolle gassose saltellanti sulla superficie dell'acqua bollente, come ovuli serrati natanti sulle creste dell'onde marine, ovuli in cui si racchiude, in una armoniosa sintesi di percezioni, per trovare "sollievo dalle mille cure", alla ricerca di una serenità di giudizio che le permetta di superare ogni esperienza umana. Monadi che, presenti all'inizio come spinta emotiva nella loro integra unità, si dispiegano nel corso del canto, acquistando diverse spazialità e luminose e colorate figure. Ed i temi, come tanti "scogli" della vita vissuta, affiorano dall'immensità dell'oceano degli spazi infiniti: i figli, la madre, un amore che c'era, che c'è ma che è cambiato, qualche amico, le impressioni di viaggio in alcune città ........ e i luoghi dell'amata Calabria.
La testimonianza d'amore ai figli (...e si accese di luci il mio esilio.) e alla madre (Da quegli occhi di marine lontananze..), la commozione del tempo, quanto resta d'una stagione d'amore, lo scorrere dei treni, l'attesa "..insonne ai piedi di un faro..", "l'acqua che torna alle scogliere", il rimpianto delle cose belle vissute e passate, le speranze e gli ideali della giovinezza, la constatazione della realtà di oggi !
"….una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge." 
(Montale)
E tutto questo avviene con un canto pacato e sereno, alla luce d'una memoria storica ancestrale, che percepisce misteriosi mondi e civiltà scomparse e fa rivivere il paesaggio nelle sue varie fasi geologiche, come un susseguirsi di scene teatrali, tra improvvise apparizioni e lente evanescenze.
C'è in sottofondo la storia d'un amore perduto, deluso, un "leit-motiv" che si trascina, quasi come una sotterranea corrente vitale, dalla prima all'ultima composizione poetica.
Nello scorrere del libro, però, si coglie il passare del tempo che lenisce il dolore, anzichè acuirlo, ed in questo passaggio la Poetessa coglie il senso della natura e della storia, nella contemplazione cosciente delle cose dell'oggi e nel ricordo di quelle di ieri.
Ella si scruta intorno commossa, ma in piena lucidità di pensiero; la sua infinita riserva d'amore, la sua sensuale dolcezza per le cose, le persone ed i luoghi, le consentono momenti di intensa commozione, nei quali " riesce a cogliere gocce dell'universo ".
Gocce preziosissime, luminose, immortali, che rendono il suo amore più grandioso ed eterno. Viene quasi spontaneo di dire con Croce ("Ultimi saggi") che quella di Pina Majone è una poesia 
"....in cui la commozione
è serena e la serenità è commossa."

Il finale conclusivo, sintetico di ogni composizione si dispiega in un adagio lirico magistralmente indicativo della sua natura serena, pensosa .
Pina Majone, uno dei fiori più belli della Calabria, figlia di Calabria!
E la Calabria c'è tutta nella sua poesia: nella realtà, nei ricordi, nell'immaginazione (A Milano m'invento......). Ella la onora col suo amore, col suo attaccamento, con l'ostinazione di scoprirne (anche se invano......e d'altronde chi può riuscire a scoprirlo?) il nome, le origini, le forme (Pietre a Terina : "...a cercare - della mia terra il nome...").
E con l'invito, a chi l'abbandona, a restare, a non sognare partenze, a non soffrire di esilii, a non abbandonare le sue radici (Non salire sui treni dell'esilio); straziante per l'anima, ma meravigliosamente lirico e sublime, il finale di questa poesia: "....solo una fossa resterebbe - per il tuo tempo disabitato." .
La terra di Calabria, in un inesauribile scenario immaginativo, sentita come punto di arrivo, come proiezione, come base d'un cono d'ombra che parte dall'Ellade.
Su di essa si rifrange la meravigliosa e misteriosa bellezza dei mondi arcaici, percepiti nella memoria visiva in plastiche forme classiche, canoviane.
Il paesaggio si carica di significati, di valori metafisici: " Pietre a Terina", " Cetre sospese ed echi ", "Calabria ammarando una sera" :
" e storia di amori e di magie
di marinai stanchi e di fatali
sirene alle scogliere."

In ogni canto fanno da sfondo i luoghi dell'amata Calabria: Terina, Capo Suvero, il Faro, la statale 18, Parghelia, Rovaglioso, la Pietrosa di Palmi, Bagnara, Condofuri,.... ed altri che si percepiscono e si intravedono anche se non nominati.
La Poetessa rivive le immagini, i colori, gli odori della terra; il paesaggio fisico, percepito in tutta la sua eterna vitalità, è la cassa di risonanza della sua pacata malinconia ed in esso defluisce e si cristallizza la vita sotterranea della sua anima.
La descrizione dei luoghi, fatta con precisione e sinteticità dell'espressione verbale, è sempre nuova, espressa in diverse prospettive, con nuove angolazioni, con colori diversi; il lettore coglie l'impressione di spostarsi sempre, anche se i luoghi sono gli stessi.
In una alternanza di ricordi e di oblii, certi luoghi della memoria, i luoghi dell'oggi sono presenti nello scenario di alcuni canti. Sono i luoghi della " durata" .
I luoghi dell'infanzia, quelli dove visse le prime ansie d'amore, le prime gioie, sono quelli a cui ricorre per attingere forza nelle lotte quotidiane, per sciogliere e lenire i dolori del cuore, le amarezze del nuovo, dell'oggi. Ancora i luoghi della "durata".
L'eterna presenza del mare, che vide il passare di Ulisse ("...dove si fece mare - il destino d'Ulisse.."), il suo azzurro, il paesaggio costiero ("...dalla parte del cielo che fugge..."), gli anfratti, gli ulivi, i muschi, le alghe, i pini, i fichi d'india, le ginestre, i gerani,...; una continua successione d'immagini scenografiche, ricche di particolari, delle quali si percepisce quasi il suono ed il profumo.
La Majone ci incanta, ci ammalia, titilla il nostro animo d'amatori della poesia.

 

La Durata
Le visioni incantate, i sentimenti conservati nel cuore e nella memoria rendono sempre viva e presente l'intuizione lirica della Majone, che spazia nell'infinito e nel particolare, dalle stratificazioni dei cieli agli abissi profondi del mare, da "costellazioni perdute" ai ruderi di "templi sconfessati e dissepolte necropoli", dagli "anfratti del mito" ai "dirupi di lave antiche tra gli ulivi".
Una fugace sensazione, lo scorrere del tempo, il rapporto con gli altri, l'amore atteso e disatteso, un attimo del tempo eterno, un profumo, un colore, l'inarrestabile rivenire dell'onda, il ritorno di qualcosa che si percepisce in una sensazione diversa....!
Ella partecipa profondamente e pacatamente alle cose ed ai fatti evocati ma se ne distacca con un canto lirico che sopravvive e si vivifica sulle ceneri delle speranze e delle illusioni perdute; dall'accidentale all'assoluto, come per psico-sintesi, dal fatto, dalla cosa, dal paesaggio alla contemplazione, all'intuizione, all'eterno.
Da tutto questo deriva, indiscutibílmente, la consistenza, la validità, la durata della sua poesia.
" E' il senso stesso della poesia che nasce dalla durata: fedeltà al proprio cammino, alla presenza inconfondibile di ogni vita, alle cose e ai luoghi che ci osservano e attendono che qualcuno li nomini senza possederli." 
(Luigi Forte - da "La Stampa")
La voce, il canto, il grido di una esistenza emessi in un solo irripetibile momento e svaniti nell'infinito silenzio del tempo...; la Poetessa rivive quando ella stessa (e il lettore) capta l'eco di quella voce, di quel canto, di quel grido, rinnovandoli, rendendoli eterni.
E' ancora la "durata".
Il canto di Proserpina, rapita da Plutone lungo il litorale del golfo lametino (a me piace questa leggenda e non quella dei boschi di Enna in Sicilia), sembra ritrovare, dopo un indefinibile, improbabile tempo-spazio mitologico, una sua eco commossa nel canto appassionato di questa sensibile ninfa-dea del nostro tempo.
Un'ultima, fantastica prova della durata del canto poetico di Pina Majone.

 

Spessori
Spero che siano tanti i lettori capaci di intendere il significato del titolo del libro, il perchè di esso. lo credo di avere avuto una provvidenziale "epifania", quello "Spitzer-clic" (Joyce) che mi ha fatto raggiungere l'intuizione piena del testo, e di averne compreso il titolo, senza alcuna presunzione, o almeno di averne un significato.
Significato che preferisco tenere per me, per non togliere il piacere agli altri, per non cancellare l'atmosfera misteriosa e incantata del libro.
L'Autrice dirà che sono lontano "mille miglia" dal vero significato di "Spessori", e forse è vero. Ma proviamo ad esporre, qui di seguito, varie ipotesi di lettura del termine, così, per un gioco serio e intelligente, per stimolare almeno la curiosità di ogni bravo lettore.
Il titolo potrebbe riferirsi alla poesia di pagina 43, intitolata "Spessori"; in essa si accenna a "spessori d'acqua", essenza soprannaturale, linfa vitale proveniente dall'infinito, che ha generato il "calore dell'esistenza", la vita della Poetessa, come se ella non fosse nata da parto; si accenna a "spessore di niente", ad indicare l'insignificanza dell'uomo, che ignora il suo destino e imputridisce quale materia sulla materia, nella materia.
Facciamo altri tentativi.
Spessori: densità di una vita spirituale, della sua ricchezza di valori? Notevole pregnanza lirica e di alti significati e valori letterari? Notevole consistenza di motivi, compattezza e volume di pulsazioni, sentimenti e sensazioni vissute al quotidiano e di ricordi accumulati nella memoria?
Spessore e peso dell'esistere?
La concretezza invisibile dell'alone di foschia, di quell'aria-vetro che nasconde ed impedisce "l'altra parte del cielo"?
Spessore del nulla provocato dalla mancanza di freni e dai vuoti dell'anima?
Spessori in antitesi ai vuoti dell'anima?
Spessori di colpe commesse, che impediscono un ritorno conciliativo? 
Spessori di incomprensioni, di incomunicabilità?
Spessori di visioni mistiche?
Spessori che dividono le varie stanze del tempo? Spessori di differenze notevoli dagli altri?
Di barriere che non consentono la comprensione della poesia? 
Spessore del tempo trascorso tra fieri e l'oggi?
Spessori tra il visibile e l'invisibile, tra il concreto e l'astratto, tra il noto e l'ignoto, tra la vita e la morte?
Spessore del corpo che imprigiona e appesantisce l'anima?
Si potrebbe continuare ancora per molto, ma non avremmo la certezza di sapere il vero significato del termine. "Le risposte possono essere infinite"!
D'altronde lo scopo (almeno il mio) non è quello di "vivisezionare" l'anima di Pina Majone nè di cercare una determinata "chiave di lettura" della sua poetica, che ne potrebbe "sminuire significati e intenzioni". E' bene lasciare aperto il vastissimo campo delle interpretazioni della Poesia.
Ogni lettore "interroghi con la sua anima l'anima della Poetessa", prenda atto delle "infinite risposte" che ne riceve e ne accetti le migliori, le più consone alla propria natura, quelle che potranno illluminare meglio il proprio cammino terreno.
Avere trattato del titolo del libro è servito ancor più a spaziare nel mondo poetico dell'Autrice; è servito (mi auguro!) ad indicare quale lavoro, quale approfondimento deve fare ogni onesto amatore dell'opera poetica per sentirne la "magica fatica" e migliorare se stesso.

 

Conclusione
Non sappiamo con certezza quale fu l'aspetto fisico e la vera natura di Saffo, al di là di ogni deformazione che di lei si è avuta nel tempo, a noi piace ricordarla come la più grande poetessa del mondo greco e dell'antichità, creatrice della più bella lirica d'amore di tutti i tempi, simbolo puro dell'arte poetica.
Saffo di Lesbo, figlia di Clèide, madre di Clèide, cantò l'amore per le fanciulle del suo tíaso, cantò la loro bellezza, cantò le delusioni e le gioie dell'amore, la fine di un rapporto e la speranza di rinnovarlo.
Il suo canto, tuttavia, fu il canto d'un "io" solo, con un unico sentimento, espresso in una sola direzione; fu solo un canto di primavera.
Oggi, a distanza di ventisei secoli, Pina Majone, questa sublime e preziosa poetessa di fine millennio, canta il suo "io" in tutte le sfaccettature dell'esistenza: un canto per tutto il mondo, un canto di tutte le stagioni.
Personalmente, alla fine di ogni "rilettura" del libro, provo un'intensa commozione unitamente ad un senso di felicità e di elevazione spirituale.
E' questo l'effetto taumaturgico e miracoloso della "vera" poesia; con essa, pur nell'effimero soffio di un canto, si realizzano i sogni del cuore e, forse inconsciamente, l'anima si veste dei panni di future dimensioni in "improbabili cieli".
Pina Ma-ione ha scritto molto in poesia e nel prossimo futuro avremo modo di conoscere altre sue pubblicazioni; a noi, per conoscerla, apprezzarla, amarla spiritualmente, è bastato questo suo primo libro: "Spessori".
Con "Spessori" I' Autrice, oltre a farci gustare uno dei canti più alti della poesia di fine secolo e di fine millennio, pone fine ad un periodo di incertezza poetica, ristabilisce un certo ordine nella sostanza, nelle forme e nell'etica, superando nettamente ogni confusione, ogni crisi morale ed epistemologica, e costituisce una prova di ritorno ai valori, alla vera poesia.
Con "Spessori" ci aiuta a lenire i nostri dolori, propone nuovi significati, nuovi valori alle nostre esistenze ...... fabbricando miti" per noi.
Lei che, da "anomala creatura", da poetessa universale, ci ha regalato le sue "divine rifrangenze", queste plastiche stille del suo sublime sentire poetico, raccolte col cuore attraverso "tutte le stratificazioni dell'infinito", in una vita che ormai è tutta un profondo, luminoso pensare poetico




[...]La poesia non può essere spiegata. Al massimo percepita, vissuta, con tutte le cose che hanno a che fare con i sentimenti. Ed è così che la poesia di Pina Majone Mauro tocca le corde dell’anima. I suoi versi diventano un tutt’uno con la sensibilità, l’umanità, la raffinatezza d’altri tempi della poetessa. “Pina Majone Mauro, sempre attiva nel dibattito culturale italiano come in quello calabrese, vicina a Costabile, Calogero, Alvaro – afferma Carmela Dromì – saggista, insegnante, donna, madre. Una figura di intellettuale a tutto tondo”. Pina Majone Mauro che stenta a parlare perché troppo emozionata o perché come tutte le grandi persone ama la semplicità. Non sopporta le celebrazioni e le autocelebrazioni. Fa bene Pina. La poesia è come una danza, una musica che inebria i cuori senza necessitare di altre parole. “Non è semplice accostarmi alla sua poesia – prosegue la Dromì – perché le sue opere si muovono all’interno di una personale geometria”. “Gli introvabili” – così aggiunge l’autrice.  “Accostarsi alla sua poesia è spalancare il cuore, nutrirsi senza mai saziarsi” – ancora la Dromì.  

Madre/matrigna/maga maliarda. Alcuni suoi versi. Nell’ultima raccolta di Pina Majone Mauro riaffiorano le gioie di un tempo passato, immagini nostalgiche, di stelle nel cielo, di estati passate sotto lo stesso portico, al faro, dove tutta la sua famiglia si riuniva. Ed erano racconti orali fino a tarda notte, era il tepore di una casa unita, erano risate, saluti, rimandi a spiagge mattutine, cornetti caldi o insalate di pomodori fresche. La poesia nel racconto di Pina Majone è piena d’amore, ricordi colmi di bellezza e colmi di dolore. Adesso che Carlo non c’è più, quale senso può dare alla vita una madre? “Col tempo tutte le cose belle finiscono – dice con voce lieve l’autrice – e sono belle perché finiscono, la passione più grande era il mare – dice ancora ricordando il figlio – era quella di spingersi sempre oltre, diceva sempre che gli squali quelli veri sono sulla terra e quelli del mare sono miti”[...].V.D.

Da il Lametino.it-Lamezia, inaugurata IX Fiera del libro calabrese con "Il portico della luna" di Pina Majone Mauro Giovedì, 11 Maggio 2017 

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Una poetessa calabrese al culmine del suo itinerario tra mito e storia: Pina Majone Mauro

Pina Majone Mauro fa il suo esordio nell’universo della poesia con Spessori (Temesa Editrice S.a.s., 1987). La silloge rivela subito al lettore colto e ai critici più attenti e meno prezzolati una poetessa di straordinaria sensibilità e intelligenza, di alto lirismo e di notevole forza espressiva. La lettura delle poesie fa scoprire un mondo permeato di cultura autoctona filtrata attraverso l’acquisizione della tradizione classica e l’eco si avverte nei richiami storico-mitologici delle sue liriche. La poetessa calabrese, nativa di una terra dove la cultura greca ha fatto germogliare i suoi semi e gli “echi/ dell’Ellade antica” ancora risuonano, ricca di testimonianze di una civiltà feconda per le lettere, la filosofia e l’arte, si colloca, a buon diritto, nel solco della poesia del Novecento. La sua poesia, dotta e profonda, è pervasa da sentimenti genuini che tendono verso la realizzazione della liberazione da una realtà cheama ma sente circoscritta. E’ una poesia che si snoda attraverso flash esistenziali che fissano uno stato d’animo particolare che cerca di sfuggire alle strettoie anguste del reale per proiettarsi con la fantasia verso un mondo ideale. L’esperienza esistenziale è filtrata da visioni naturalistiche o di sogno in cui talora si culla per trovare refrigerio all’ansia che attanaglia il suo animo. I versi di alcune liriche riecheggiano atteggiamenti proprio della poesia simbolista. Le poesie si rivestono di suggestioni, di impressioni destinate a penetrare il senso segreto delle cose e a rivelarne una precaria percezione di fragilità. La poesia di Pina Majone Mauro in questa raccolta trova la sua fonte d’ispirazione nel profondo dissidio tra la razionalità della persona colta, che si pone criticamente ad esaminare la realtà con la perizia dell’entomologo, e l’ispirazione poetica che la trasfigura attraverso il linguaggio metaforizzato, allusivo e analogico. Nel 1997, pubblica una seconda silloge: Diapason (Calabria Letteraria Editrice). Le tre sezioni del libro sono tre differenti finestre sul mondo. Nella prima con la forza icastica e dura dei versi denuncia la condizione dell’uomo di questo nuovo millennio affascinato dal progresso e incapace “di alcuna sincronia tra mente e cuore”. Nella seconda il discorso poetico si interiorizza, diventa vigile e dominato dalle sollecitazioni della sensibilità e della coscienza soggettiva. Ne consegue un’attenta riflessione sul suo mondo interiore e quello esterno e ne scaturisce un lacerante dissidio tra l’ “io” e il “non-io”, tra soggetto e oggetto. Nella terza il tema dominante della poesia è la Calabria che la Majone chiama “Calabria della mia speranza”. La scrittura poetica si trasforma in un itinerario di mito-storia nei termini di un rapporto presente-passato. La terza opera è La mia Isla Negra (Fermenti Editrice, 2000), finalista al Premio Nazionale “Anna Borra”. Il titolo si riallaccia idealmente a Pablo Neruda, di cui quest’anno ricorre il centenario della sua nascita, poeta civile di quella America povera e oppressa “dove il mio amico Pablo nel silenzio/ all’oceano cantò il suo canto ultimo”. La Majone traccia un percorso che dal mondo della memoria, dall’oggettivazione dei paesaggio, dall’angoscia di un universo umile e dignitoso, dal mito dell’Ellade, dalla storia del Sud approda alla visione drammatica di una deriva etico-politica. Essa è pervasa dalla stessa tensione civile che animavano i versi di Franco Fortini o quelli sferzanti di Pier Paolo Pasolini che denunciava come “Vox clamantis in deserto” la perdita di identità dell’io a motivo di un processo di “omologazione” culturale e “dell’ideologia edonistica”. E’ evidente la coscienza di un tempo vissuto stoicamente che solo nella poesia trova l’ancora salvifica. Nella silloge appare un io travagliato e tormentato da una impossibile coesistenza della voce del sogno e di quella empirica. L’indignatio si leva dal suo animo esplorando con intima sofferenza la condizione femminile che sfocia nel grido liberatorio: “Libera dalla colpa della mela. /Fiera di poter scavare /nel cuore del silenzio una fossa/ per seppellire Eva”. Dall’analisi della poesia di Pina Majone Mauro che non intende essere esaustiva, perché altri temi emergono e si propongono come oggetto di riflessione, si staglia la poetessa tetragona e cosciente della desertificazione morale del presente. Come novello Prometeo, che riscatta l’umanità dalla condizione subumana donandole il fuoco carpito aa Zeus; Lei offre la forza della poesia per sottrarre l’uomo, oppresso dalla realtà angosciosa in cui vive, e liberarlo dal male oscuro della perdita di fede in se stesso. La dimensione lirica e civile della poesia ne fanno, senza dubbio, una voce originale e significativa nel panorama poetico del nostro tempo.

Francesco Dell’Apa Lettere Calabresi.Anno 1 - n. 1 - Trimestrale Ottobre / Novembre / Dicembre 2004


Pina Majone Mauro

E’ responsabilità della società far sì che un poeta sia un poeta”[1]


“…Vanto e vergogna della nostra storia

il Sud è una ferita insoluta

nella carne segnata di sconfitte

di Sud potremo vivere o morire[…]”


“… Quaggiù la vita è un’isobara causale[…]

dove ardenti, nel cono allusivo

d’una luna bugiarda

planano i venti dai tropici del mito[…]


“ … sfuggito di mano al Creatore

Questo lembo di terra indeciso

se appartenere all’Africa o all’Europa

Tra l’una e l’altra

libero d’essere marocchino o norvegese

restò sospeso come una frontiera

salino, inamovibile diaframma[…]


***

Pina Majone Mauro, ha scritto questi versi. A lei che è poeta, radici e appartenenza hanno affidato la responsabilità di farsene depositaria e messaggera, e di vivere del ricordo, del dolore e del canto .

Il poeta è testimone e anticipatore della storia, della propria e di quella della sua terra. Nella crisi del cambiamento della funzione sociale del poeta stesso, egli da eroe-guida, diviene coprotagonista della storia comune e ne risponde in quanto coscienza narrante. La narrazione in versi di una Calabria verso la quale vale l’affermazione di Giuseppe Berto riguardo la predisposizione a capirla, pena la mancata coscienza dei suoi mali e soprattutto la mancata empatia e commozione con la sua stessa anima, diventa in Pina Majone amore e compassione.

Sappiamo bene come la poesia che quei mali ha rappresentato, si sia guadagnata i soli meriti legati alla narrazione e al canto di una storia di sudditanza e di dolore e di una costante, quanto inesaudita voglia di riscatto. Da sempre, non poesia di letteratura ma poesia minore di un’identità sottoposta senza fine all’insulto di una Storia altra. Inchiodata ai principali temi sociali, culturali e storici del nostro Meridione, conclusa e costretta nei confini geografici e ideali che per destino o per volontà le sono stati assegnati non avrebbe conosciuto niente altro che un rassegnato ripiegamento su se stessa.

Pina Majone Mauro, come pochi altri autori del Mezzogiorno, si è sottratta a questo destino di emarginazione. Si avverte, in lei poeta, la stessa sofferenza, in comunione d’animo, delle contrade, dei luoghi, degli uomini. Sofferenza di ricordi laceranti e mai sconfessati a sé e nello stesso tempo mai del tutto confessati. Al punto che dolore e dolore si incrociano, si riconoscono si fanno unico canto, di sé e della propria terra-

[…] questo mare canterà la sua canzone/colonna sonora forse un po’ stonata/al film muto dell’ultima carezza/alla provvisorietà del nostro addio[…]-”

“…forse la fame, forse un sogno antico/ti portarono lontano da te stesso/da me che ancora avevo/tante cose da dirti[…] tra noi si fecero muro di dolore/[…]chiamo la notte a testimone/ che ogni tua partenza ogni mio addio altro non erano per noi che l’anagramma/di ogni sicuro ritorno”-

***

In quanto poeta, Pina Majone, è sapiente. Per questo, si lega al viaggio profondo, dove riposano le coincidenze tra i sentimenti e gli eventi del passato e quelli che si rinnovano nello svolgersi inarrestabile dei giorni, nella dinamica sempre inconclusa del fare esperienza.

In quanto poeta, Pina Majone è responsabile del canto della vita. E’ la vita che le interessa. Che sia scacco o sofferenza, interpreta, interiorizza, rappresenta l’Odissea magnifica e terribile di ogni uomo. Non le è dato evitare l’appuntamento con la vita, mancare all’appello che l’attende nei luoghi vivi della sua presenza nell’esistere. Nell’affermazione di Aristotele, sui primi filosofi greci i quali, “poeticamente” pensavano, lavora la vicinanza innegabile tra filosofia e poesia. Nel corso del tempo sembra che le loro strade, in molti momenti vicini, si siano allontanate, ciascuna a raggiungere mete estranee l’una all’altra. La conoscenza, filosofia e poesia, attraversa i territori di tutti i saperi e , in una “soggettività nomade” com’è quella della Majone, esponente dell’intellettualità femminile che si è costruita anno dopo anno, si sono create connessioni e vicinanze tra le proprie sofferte esperienze e quelle che dall’esterno dissolvevano certezze, avanzavano dubbi, segnavano la crisi irreversibile di idee e sentimenti-

[…] come petali fra pagine ingiallite/cibo per i lepismi che divorano/con la follia dei poeti/le nostre storie inedite/ che quando si mutarono in poesia,/ non furono più lette da nessuno”[…]-

Ed è qui che Majone misura le cose con lo sguardo di uno “che sa” e nello stesso tempo “non sa” e apprende che “tutto ciò che è vero è altro da sé ”. Si inoltra, allora, in un tentativo né facile, né dagli esiti scontati. Indagare il mistero che è dentro alla sua terra, alla sua storia, dentro di sé-

“…non è dall’altra parte/ dell’Universo la terra promessa/dalla tua nuova patria forestiera[….] e mi riprendo quel cielo di mezzo/ che in quella nostra notte mai vissuta/ precipitò sul prato[…]-

Non il Fenomeno ma il Noumeno è il suo traguardo.

Rendere credibile il mistero dell’esistenza, senza la quale la poesia fallirebbe il suo compito, ridotta a non avere contenuti, a privarsi di ogni senso possibile. La sua poesia, metafora o puntuale descrizione, è quella dell’uomo che attende una rivelazione sull’esistenza. Della sua terra, di sé. Lo sguardo, su tutto ciò che nella sua anima o nel mondo si muove, è quello di chi non vuole ridurre a qualcos’altro ciò che sente, ciò che vede, ma di chi continua, con minuziosa dedizione, a fare del proprio destino un destino di poesia. Anche il Cosmo, infinitamente lontano, nello svolgersi quasi metafisico del verso, è chiamato in causa dalla creatura che chiede complicità e ammissione -

[…] nel silenzio delle zolle dove invano/cercasti la supernova che una notte/calda d’Agosto puntava su di noi/astigmatica astrale previsione/per sigillare quel falso giuramento/fatto a dita incrociate sulla bocca”-

Majone, nella mappa delle proprie smarrite geografie interiori, nel fiume carsico dei suoi giorni, ricerca ciò che visibilmente possa riabilitare a sé i luoghi della sua anima, ciò che possa farle toccare le sponde della sua patria più intima. Dopo il troppo andare verso mete di solitudine e di dolore, di irriconoscente rifiuto-

[…] quando il tempo del sogno è compiuto/ quando siamo rimasti in pochi/ ostinati a rincorrere/ un cielo che si è sempre negato/alla nostra orgogliosa pochezza…/ Gli anni sono corsi via come il Libeccio/ma la partita non è ancora chiusa/forse è ancora possibile fermarli/ascoltare la voce del Poeta” -

E’ in questo ascoltare che si avverte come il poeta diventi poeta impegnato. Sottilissimo il confine tra poesia lirica e poesia sociale. Se il poeta denuncia un disagio personale, racconta implicitamente il suo tempo, la sua appartenenza ad una storia, ad una terra, alla nostra storia, alla nostra terra e inizia così la ricerca, la denuncia. Comincia il canto. Ed è canto d’amore. Strumento in grado di affermarne identità e coscienza non solo di questa storia e di questa terra ma diogni storia di ogni terra alla quale, in qualsiasi latitudine, siano toccati in sorte il dolore, la sottomissione, l’offesa.

E’ un impegno ineludibile, a cui la Majone nega la dimensione del vittimismo, di ogni passiva rassegnazione che sola porterebbe a limiti angusti e chiuderebbe inevitabilmente orizzonti dovuti al salvataggio di un tesoro nascosto nelle profondità del mito-

[…] La nostra verità non fu la storia/ a raccontarla ma il mito che va/sulle scorciatoie del vento[…]

“… con Efesto dio zoppo e deforme/ che fece di un cratere la sua reggia/ed Eolo che abitò l’ isole dolci / fummo signori dei fuochi e di venti[…]

[…]scende Selene ad ogni plenilunio/a contemplare Endimione dormiente/nell’antro dell’eterna giovinezza”-

Né evita , poiché la sua è voce di donna, i meandri, più ardui da definire ma pulsanti di eguale forza, del ricordo. “Proustiana ” memoria dell’intelligenza”, è rivivere, ripetere con l’anima le esperienze -

“…né puoi avere scordato/ che da bambino scalavi le stelle/e sognando di giorno progettavi/castelli di sabbia in riva al mare[…]”-

Proprio perché voce di donna, in un’epoca di parole liquide, oziose, buone per tutti gli usi, parole che immiseriscono il pensiero, che ammalano di insensatezza il linguaggio, la voce della Majone, è voce della chiarezza, dello svelamento della realtà, del disincanto.

Senonché il destino della voce che si fa parole di poesia, è quello che conduce, quasi inavvertitamente, o come scelta voluta dalla coscienza del poeta, verso i territori dell’indeterminatezza, verso lo sfumare di linee precise a favore di uno sguardo più penetrante. E’ allora che l’andamento dei versi della Majone raffigura quasi un muoversi di interminabile bellezza e terrore nella profondità, categoria assoluta, questa sì, delle viscere di quella terra che tutta contiene, madre dolorosa e paziente, uomini, storie, e i loro dolori e le loro speranze.

[…] Così questa voce che viene/dall’involucro uterino della terra/scivola sul pendìo[…]”

La Natura, quella della sua terra, mare o cielo, profondità o altezza si svela all’autrice che nella verticalità del verso, acquista vibrazioni di musica-


“…per scalare il cielo impossibile/di questa terra bestemmiata e persa/leghiamoci in cordata /legata al filo, potrei recuperare/dagli arditi dirupi di granito[…] la visuale a oltranza di un negato infinito[…]”-

[…] umile e preziosa cresce l’erica/ alla carezza del vento/ai bordi di un cielo promesso/scie di comete già passate”-

Ogni immagine di lontananza si muove intorno a due fuochi. La parola e il ritmo. E’ questa rotazione, questa ellissi che avvicina o allontana, volta per volta il dolore, la nostalgia, la perdita.

Facile sarebbe, perciò parlare di musicalità nei versi della Majone. Facile ma non vero per i suoi versi. Ciò a cui lei obbedisce è il pulsare di sensibilità e ragione che non confliggono, ma si organizzano in una sintassi dagli echi leopardiani e meglio ancora montaliani, per cui il messaggio è reso più intenso e le atmosfere più lontane e quasi incantate.

“…il tempo allineò le nostre notti/alla voce del mare/ alla fase calante della luna/al lume pietoso delle stelle/e le infilò come perle bucate al nostro sogno assurdo e ricorrente[…]”

Viene chiesto molto alla parola nelle poesie della Majone, caricata com’è di un’ulteriore responsabilità, quella di viaggiare entro confini e limiti ma ancor più di cercare orizzonti nuovi alla sua stessa parola di donna poeta. Parola materica e parola, nello stesso tempo, sopravvissuta al sogno e all’urto col reale, parola di cose e di suoni che le rinnovano e perciò stesso affrancata dalla necessità di essere disciplinata dalla punteggiatura-

[…] è nero il nostro pane ma è dolce/caldo di forno, acceso con l’amore/né azzimo, né sciocco scrocchia in bocca/generoso e gentile/ tenera la mollica, aspra la crosta[…]”-

[…] s’ammiela lo zibibbo/ di ambrosia serotina/ s’arrubbizza l’uva marcigliana/dolcissima e sanguigna[…]”

Il reale è reso nel suo respirare, poiché la realtà è visionata a fondo e perciò stesso è visione d’oltre da sé stessa. Pina Majone ha abitato l’eco del mondo, del proprio e di quello della propria terra, e lo ha tramutato in un in-cantato universo poetico.

[…]questa da cui ti guardo/è una notte d’Agosto che ci attende/ è una stellata pensile sull’acqua/ è l’astro bugiardo che mai cadde/ nel prato dei nostri desideri[…]

La sua, ne siamo certi, è voce che viene da lontano e porta lontano, poiché condividiamo la verità di Marina Cvetaeva - Il poeta da lontano conduce la parola- la parola conduce il poeta lontano-

[1] Questa e altre indicazioni, che in verità suonano come precetti, sono contenute negli atti della Conferenza delle Riviste Americane sulla Responsabilità Sociale della Poesia e degli Scrittori del 1984. L’autrice è Grace Paley, scrittrice, poetessa e attivista americana di origini russe.

Dal Blog di Anna Stella Scerbo 29 Novembre 2016


Mito e mediterraneità nell'ultima poesia di Pina Majone Mauro

“Sola per vocazione / perdente per distrazione / poeta per caso”

Mito e mediterraneità nell’ultima poesia di Pina Majone Mauro

C’è una Calabria fisica dipinta come su una tela realistica di Corot nell’ultimo libro di poesie di Pina Majone Mauro, Frontiera, Novanta canzoni d’amore alla Calabria, Calabria Letteraria Editrice, 2012. Un’ incredibile terra, una Calabria tipica circondata da terra e mare, fatta di fichi d’india, ortiche, rose, gerani, cardi, acanti, agavi, gelsomini pallidi e lunari, ginestre, profumate zagare, maestosi pini loricati, odorosi mirti, disseminata di torri saracene alte nel cielo, di panorami dei graniti delle vette dell’Aspromonte, dell’ipotesi lunare che straluna da Reventino.

Ma in queste lettere d’amore, come Pina stessa le chiama, emerge una Calabria anche disperatamente amata, cercata, sempre fiera della sua storia di leggende sotterrate e del suo passato glorioso. Orgogliosa della sua ricca mitologia: la nostra verità non fu la storia/a raccontarla ma il mito che va/ sulle scorciatoie del vento…Si legga il riassunto di tutte le Calabrie alle pagine 89-92. La nostra Poetessa si immedesima totalmente e sensualmente con la sua terra, scandagliandone con passione ogni angolo, ogni bellezza.

Una Calabria percorsa in lungo e in largo, che ha come sottofondo una voce, quella dell’acqua (noi nascemmo dall’acqua salata), dell’acqua della fontana, quella al Muraglione, per esempio, che rotola il pianto inascoltato, quella del fiume che penetra la pietra millenaria, delle fiumare, del torrente che ridiventa mare. Ecco che l’acqua diventa, metaforicamente parlando, quella del fiume della vita e poi si fa pianto – caldo e salato pianto -, si fa lacrime come quelle di Niobe che, tramutata in sorgiva rugiada di dolore, piange i figli. Amiamo l’acqua solo se è salata/salata come il pianto/quando secca sul viso alla calura…Acqua anche del mare di Calabria (unico punto di forza; incrocio d’acque rabbiose; noi del sud siamo gente di mare; noi del sud nascemmo alle marine; è sempre il mare / che ci richiama), mare ovunque presente e dai molteplici significati. E’metafora della vita con le sue risacche ed i suoi detriti, mare navigato della vita dice Pina stessa. Afferma il narratore Ishmael in Moby Dick (1851): “Sono tormentato da un’ansia continua di cose lontane. Mi piace navigare su mari proibiti e approdare su coste barbare”. Il mare, dice nelle primissime pagine del libro, ” è l’immagine del fantasma inafferrabile della vita”. Il mare è ancora fonte di luce, di vita, mezzo di purificazione, centro di rigenerazione. Si legga la dedica al figlio Carlo: …a Carlo/la più felice delle mie intuizioni/acqua della mia sete/sale dei miei pensieri/fondale inesplorato della vita…e tutta la sezione dedicata al mare: …il tempo allineò le nostre notti/alla voce del mare… Il mare è libertà – mare pulito della libertà, dice Pina e, come insegna Charles Baudelaire: Sempre il mare, uomo libero, amerai! perché il mare è il tuo specchio (I Fiori del male, L’uomo e il mare). E’ infinito – questo balcone sul mare/che ci propone ancora l’infinito -, è l’ignoto, limite degli incontri, tra la pace e la burrasca. Si legga ancora l’inno al mare. Due simboli forti legati al tema dell’acqua sono quello del faro e della conchiglia. Il faro rafforza il concetto espresso dal mare, è anch’esso metafora esistenziale con il suo movimento a intermittenze: la lanterna lampeggia parole per affermare infine che la vita non è che una lanterna appesa/che s’accende e si spegne al primo vento/intermittenza feroce e regolare/che di giorno ti arruggina nel cuore/e nella notte prova a decodificare/l’enigma dell’alba successiva/ che allo zenith incrocia un altro esilio. Il concetto di “intermittenza” ritorna spesso: cono di luce di un faro/che con la sua ostinata intermittenza/interferiva irridente e lascivo/con le mie notti disabitate…E ancora: …torna all’asprezza del nostro promontorio/che ci consente ardite prospettive/sul mare navigato della vita/quando il faro segmenta preciso/lo spazio della notte scoscesa/scala l’abisso della lontananza…E’ il discontinuo splendore dei giorni/ intermittenti come la nostalgia, è la saltuarietà tra cielo e mare, tra ragione e cuore, con l’anima a metà. Faro, luogo privilegiato dell’anima della Poetessa che ha una bellissima villa al Faro di Capo Suvero da cui sta aspettando: la nave che riporterà le nostre vite/all’acqua verdeblù della speranza…La conchiglia evoca l’acqua in cui si forma e partecipa del simbolismo della fecondità, prosperità e fortuna proprie dell’acqua:

richiamo a spirale/di una vuota conchiglia/che la tempesta sputò sul litorale. E torna insistentemente l’immagine della spirale: segreto amore intrappolato/in una vuota spirale di conchiglia oppure: gusci a spirale di morte conchiglie/dove il mare si ostina a cantare/musiche senza parole e senza note. La spirale evoca l’evoluzione di una forza, di uno stato: che sia quella del nulla, del labirinto che talvolta sembra trascinare via le vite di chi vive al Sud? Oppure il suo movimento infinito simboleggia l’emanazione, l’estensione, lo sviluppo, la continuità ciclica in progresso? Insomma, un’altra intermittenza…Poi quel quadro piano piano si anima di emigranti, giovani, anziani, di chi sale sui treni dell’esilio, di chi se ne va alla ventura, di chi volta le spalle a un’esistenza/grama elargita a rate/carne tre volte all’anno e pane scuro/scaraventata da eolici furori, di chi attende in una sala d’aspetto. Termini come “estremità”, “confine” (inossidabile), “frontiera” (fatale…frontiera senza vedette…/senza torri né filo spinato; frontiera terra ultima e fatale; frontiera tra ciò che è bene e ciò che è male – ), “diaframma” (tra ciò che vive sotto la terra/e ciò che muore sopra), “margine”, come partire e tornare (ogni ritorno era un addio / ogni partenza era un ritorno), aspettare, ricordare e dimenticare, vivere e morire, accendersi e spegnersi (come abbiamo visto prima) riprendersi la vita e regalarla indicano le “intermittenze” della vita, il continuo ondeggiare fra la ragione e il cuore, l’infinita ricerca di sé, di un senso; il bisogno di trovare la rotta giusta; la dicotomia dello stato d’animo della poetessa divisa tra la terra amata e il senso del nulla che la domina, con la consapevolezza di essere separata dal resto del mondo, dilaniata, consapevole dell’odio e dell’amore, della luce e della penombra che la legano alla sua terra, tra il bisogno di rimanere e vivere e il sogno di ripartire per morire altrove, tra la necessità di lasciare miseria e povertà, di cambiare la propria sorte e quello di tornare non solamente per morire, ma soprattutto per amore: intermittenze per risolvere l’irrisolta ambivalenza. Pina Majone Mauro è felice di tornare alla sua tana, alla sua casa, di seminare parole tra le pietre, di tornare per ritrovare ciò che fu lasciato: Vita Amore Bellezza/e per sentirci vivi anche nel dolore…: …bastano cuore e mente in sintonia/per un vero ritorno. Su tutto il libro aleggiano un dolente pessimismo, ma soprattutto l’amore struggente di Pina per il “suo” Sud: la mia terra è un dolore conficcato/lama sottile nella roccia dura. Amore nostalgico e orgoglioso che più si manifesta nel tema dell’esilio: la malasorte ci segnò d’esilio/come il gran Padre “ghibellin fuggiasco” Esilio che tuttavia è l’unico luogo di felicità, ultimo approdo, incapacità di dimenticare.

Fausta Genziana Le Piane

Pina Majone Mauro, Frontiera, Novanta canzoni d’amore alla Calabria, Calabria Letteraria Editrice, 2012


Il nostos e l'algos del poema epico lirico e narrativo

Le poesie (di Frontiera) di Pina Majone Mauro sono un unico poema epico lirico e narrativo con il nostos come affascinante e accattivante motivo unificante[...]

 Il nostos di Pina Majone non è ritorno all'indietro, a larghi orizzonti, con un continuo attraversare la terra, nel tempo e nello spazio, con un percorso che è insieme lineare e circolare. Esso porta ad amare la terra, scrutata, capita, decifrata, nelle sue bellezze e nelle sue maledizioni, mettendone in risalto la bellezza e a nudo la "maledizione": Sant'Irene alle divine sabbie / a Tropea blasonata di bellezza/ a Capo Vaticano all'arditezza /del suo faro in perenne soliloquio.

In tal modo Pina Majone Mauro abbraccia canti d'amore e zolla scura, la voce dell'acqua alla fontana / romanza antica che arpeggia sulla pietra / in la minore l'antico madrigale e restituisce memoria e vita ai palazzi e i tuguri per l'erta ostile / lastricata di parole / lunga via crucis al Poeta / che contò le ombre sui muri dei ragazzi che partivano per il Venezuela.[...]

Il nostos di Pina Majone Mauro non è separabile dall'algos[...] dolore della restanza (cito un termine adoperato nel mio recente Pietre di pane)[...]

Nostos ha a che fare con la partenza e anche con il ritorno, ma anche con il restare, come scrive la Poetessa, in versi che, per una strana coincidenza, incontrano la mia antropologia del restare.Si può partire anche se si resta, anzi il restare può essere più devastante, dolente e perturbante della partenza. E si può tornare anche senza partire...srive la Majone: Così ritorniamo anche noi che non partimmo mai... Forse il ritorno è più difficile, perché presuppone un viaggio dentro sé, nelle ombre e nell'oscurità, nelle luci e nel cielo. Perché il viaggio più faticoso e dolente è quello che compiamo dentro di noi e perché come ricordano altri scrittori (da Borges a Kavafis, da Baudelaire a Benjamin), il mondo che cercavamo era quello che abitvamo e dovevamo abitare in altro modo, quasi come esuli e pellegrini. Si vedano i bellissimi versi:

... è stato lungo il tempo dell'esilio / una vita in affanno a inseguire / nei deserti del mondo la fortuna / oggi tiri le somme / fai consuntivi ma non torna il conto / lasciasti la tua ruga ma forse / era lì che dovevi cercare...

Un viaggio, allora, quello dell'autrice,nella profondità, nelle grotte e nelle viscere della terra, per poi rivedere il sole e le nuvole. Ed ecco che la nostalgia non è vuoto, mancanza, sterile rimpianto di paradisi perduti, ma è strada, terapia, sogno, costruzione di una nuova identità. Diventa la pasoliniana nostalgia come critica del presente o quella di uns tradizione magnogreca e calabrese nostalgia-utopia (Pitagora e Gioacchino da Fiore, Campanella e Alvaro). Non uno sterile e impossibile ritorno all'indietro, ma una ricerca di altrove, di altro luogo, di altre storie, di altri sensi.

Frontiera: linea invisibile tra mondi separati che tendono a unirsi. Frontiera: linea tra terra emare, in un luogo di passaggi, transiti, arrivi e fughe. Frontiera: luogo di sospensione, a mezz'aria, a mezza parete (come scrivevano Michele Risso e Delia Frigessi Castelnuovo nel loro libro sulla nostlgia), in bilico, come gli erranti,come gli emigranti, come gli immigrati. Line d'ombra sottile tra perdizione e speranza, dannazione e salvezza. Basta poco per essere da una parte o dall'altra. Ci vuole poco perché gli angeli diventino demoni e perché il paradiso diventi un inferno.

La terra e il mare, l'elemento della solidità e quello della mobilità, che abbiamo abitato e che ci hanno abitato, narrano separazioni più che unioni, distanze più che vicinanze.Terra e mare, tra terra e mare, di terra e di mare, hanno raccontato una filosofia dell'essere l'uno contdei nostri paesi, separero l'altro più che non assieme all'altro. Il conflitto sembra un aspetto insuperabile della nostra tradizione, della nostra storia, dei nostri paesi separati per zone, famiglie, appartenenze. Anche perché da noi il mare è stato sempre lontano, irrangiuggibile, luogo della malaria e dell'arrivo degli stranieri, ela terra non è stata mai fino in fondo soltanto "radicamento", con il suo essere ballerina e mobile come le popolazioni che l'hanno abitata e popolata.

Sembreremmo, allora, condannati per geografia, storia, antropologia, tradizioni, alla scissione e all separazione, che riguarda noi e gli altri e che riguarda noi stessi, ognuno di noi. E scissi, separati, lontani anche a noi stessi, lo siamo stati. ognuno di noi si presenta scisso, lacerato, incerto, qui e altrove, senza possibilita di conciliazione (con gli altri e con se stesso) e di pacificazione. Condannati all'esilio e all'inquietitudine, sia che parta sia che si resti, sia che s'immagini di partire sia che s'immagini di restare. Tutti, Ulissi senza patria come dicono i versi di "Frontiera"

Sempre altrove, che è una condizione che presenta la sua bellezza e anche i suoi vantaggi, purchè non diventi compiacimento e retorica, purché se ne abbia consapevolezza e purché l'altrove e il qi diventano abitabili. C'è bisogno di un nuovo appaesamento, di un altro senso dell'abitare, dell'esserci, che recuperi storie frammentate e separate, schegge di un universo esploso..

Mare e terra, tesi e antitesi, e poi c'è l'anima, che in qualche modo afferma un bisogno di sintesi e di pacificazione. Questo, come dicono i versi di Pina Majione Mauro, significa che bisogna prensere cosciena di una ferita mai rimarginata, di una indiscussa e precaria appartenenza, di una discutibile speranza. Non mi sembra un caso che sia una donna, una donna poeta, una donna aedo, con un singolare recupero-rovesciamento della Penelope che attende, ma anche dell'Ulisse che ritarda il ritorno, a segnalarci che, rispetto a una visione maschile e patriarcale, guerriera, che appartiene alla nostra tradizione, bisogna privilegiare, cercare, quel lato femminile, que lato insieme oscuro e luminoso, che ha la libertà e la forza di parlare di passione, amore e speranza. Parole di un nuovo discorso amoroso per la nostra terra, ma anche per una nuova antrapologia. Una poesia e anche un'antropologia declinate al femminile. La donna di Majone non è Penelope che attende, e che con la sua attesa rende possibile il viaggio e il  ritorno dell'uomo; non è nemmeno Ulisse che torna per consumare vendette e per ubbidire al fato.E' la donna che si è messa in viaggio, è partita, che magarisi è fatta attendere e che torna con la dolente, ma alla fine salvifica, consapevolezza che non si può tornare,che forse non si è mai partiti.Torna non per trovare il paradiso, ma per abitare un mondo che guarda con dolore, con pietas, con amore

Il poema di Majone incominciano con i versi ... la prima cosa che mi torna in mente / è la voce dell'acqua alla fontana... Si chiude con altri versi che tornano all'acqua: l'ANIMA d'acqua di terra di fuoco / piena di voci di vento di collina / anima che s'incurva alla tua piena... Mi vengono in mente storie di sete e di alluvioni, di ricerca spsmodica di acqua per bere e per irrigare, di inondazioni che provocano distruzioni. Acqua che salva e acqua che può distruggere. L'altra grande scissione che dobbiamo assumerci:l'altra ambigutà che ci abita e che dobbiamo conoscere come accade con l'Ombra che è un altro ternine per indicare l'anima. Mi viene in mente l'Alvaro che narra della religione dell'acqua e dei calabresi che cercano mondo per l'acqua e dell'acqua che scorre ed è metafora di un popolo migrante. Acqua, morte e vita, partenza e ritorno, memoria e dimenticanza, perdizione o rischio di perdersi e rinascita, vorrei dire resurrezione. Tutto questo leggo nel poema di Pina Majone Mauro, nei suoi versi parlati e musicali, epici e lirici, amari e struggenti, lenti e pressanti, come le figure,, gli erranti,i paesaggi della nostra terra. Un nostos vissuto, raccontato, musicato dauna donna. Rispetto a una tradizione letteraria, poetica, culturale -anche nobile e alta- che ha visto sempre ritorni o non ritorni, fugghe e impossibilità di uomini, e sempre narrati da autori maschili, il poema di Pina Majone Mauro, dove le ragioni dei luoghi, della terra e del mare, vengono abbracciate dall'anima, da un vissuto femminile, con ferite che ancora sanguinano, ma cercano e intravedono una guarigione nell'amore e con l'amore, mi sembra anche una bella e felice novità letteraria sulla quale vale la pena indugiare e meditare.

Dalla prefazione di Vito Teti.


 

 

La poetica di Frontiera  

 

Frontiera, Novanta canzoni d’amore alla Calabria, Calabria Letteraria Editrice, 2012 di Pina Majone Mauro è una silloge che deve essere letta come un poema unitario in più scene, novanta liriche in cui il tema comune è l'amore per la propria terra, la Calabria con i suoi contrasti di antica civiltà e di nuova barbarie di tradizione culturale ricchissima e di miseria morale attuale. Contrasti ricalcati geograficamente su quelle alte montagne che si tuffano a picco sul mare, con quei paesaggi incantati descritti da tanti viaggiatori che dal Cinquecento in poi hanno attraversato la Calabria[...]

In una serie di splendide immagini si snoda la storia della Calabria del secolo scorso, fondendosi con l'atemporalità dei miti greci che plasmarono l'immaginario dei popoli che abitavano questa terra. A volte emerge il legame ideale tra i poeti di oggi e quelli di ieri. Magia della poesia che per parlare ha bisogno anche delle parole degli altri, rivissute in un discorso nuovo ed eterno allo stesso tempo

Poesia raffinata quella di pina, che richiede lettori dalle orecchie attente e memori della letteratura contemporanea e del passato, poesie che riesce a fare di novanta liriche un tutt'uno non solo per l'unitarietà tematica ma anche per lo stile e la metrica.

Uno stile alto che risente di tutta quanta la tradizione dal Virgilio delle Georgiche a Dante, dal classicismo di Foscolo e Quasimodo, da Costabile a Mastroianni, mantenendo tuttavia una voce inconfondibile che è quella di Pina Majone, una metrica che recupera il ritmo della tradizione nell'uso severo dell'endecasillabo e del settenario.

Come è inconfondibile quella abolizione totale di ogni segno dell'interpunzione, con quei solo puntini sospensivi alla fine e all'inizio di ogni lirica, che sono il chiaro segno di un discorso che continua dal passato ed è proiettato in avanti verso il futuro, una poesia in fieri, come è nel carattere aperto di Pina, una poesia che s'abbandona ai ritmi del cuore e lascia che le immagini sgorghino l'una dop o l'altra ininterrotte come se si temesse, nel contenerle, di perderne qualche parte.

Italo Leone in Cultura  letteratura nel Lametino, Lamezia Terme 2016  vol.II pp.341-342,

 

 Aggiornato il 07 - 10 - 2018

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