Pina Maione Mauro

  

 

"Le esperienze di vita, la tensione ideologica verso una società più equa e aperta ai cambiamenti imposti dalla modernità si coniugano strettamente in Pina con la concezione di una poesia che non può essere solo esternazione di buoni sentimenti o rivelazione al mondo della profondità del proprio sentire". Italo Leone in Cultura e letteratura nel Lametino vol.II pp.337,338 Lamezia Terme 2016

 

 

 

 

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Poesie

 

Controcanto

La vita accadde, invano noi tentammo

di convogliarne il senso

sul palingenetico progetto

della fratellanza universale.

 

La vita accadde, noi restammo indietro

rispetto ai suoi tempi inafferrabili

ai suoi spazi presidiati dal caso.

 

La vita accadde, resta solamente

 il suo controcanto nella sera.

 

da La mia Isla Negra

 

 

 

 

 

 

 

Nuova Mesopotamia

TRA REBECCA

biblica e attuale sotto l'arco

della porta di Harran

che danza mentre attinge

l'acqua della magia

ritmando flessuosa il desiderio

della Terra Promessa e d'Isacco

sulla fatica dolce dell'amore

E NORA

nel suo ignaro trasgredire

per un amore senz'ali

nell'esistere eroico e banale

verso la perfezione in solitudine

bambola d'oro trafitta d'inganni

SI COLLOCA L'ANIMA MIA.

Nuova mesopotamia di passaggio

tra l'attesa e la caduta dei sogni

 

da La mia Isla Negra

Qui non passò nesuno

Scivola l'onda e plana

da chissà quali uragani

nella rena  intatta

e risaccando scarica

lontananze senza ritorni

e remoti naufragi stellari

e cose udite mai

e suoni d'altri lidi e d'altre vite.

 

Nessun'orma.

Qui non passò nessuno

dall'ultima apocalisse

 

da La mia Isla Negra

 

 

 ...la prima cosa che mi torna in mente

è la voce dell'acqua alla fontana

romanza antica che arpeggia sulla pietra

in la minore l'antico madrigale

e rintrona nell'orcio d'argilla

di notte al fresco sopra il davanzale

fonte inesausta dolce alla mia sete

al mio cuore disperso chissà dove

che nel vespro languida si offre

con le sue semicrome a semicerchio

alla mia voglia di appartenenza

canto d'amore che si contorcr e strugge

e quel lunare afflato della notte

segmento sospeso nel silenzio

sull'asimmetria di quella piazza

dove una sera s'incrociarono

per puro caso le strade della vita

cantò alla zolla scura

di sangue e sudore raggrumati

dove la rosa per non farsi cogliere

s'inguatta fra le ortiche

canto alla " 'mpitrata" che s'inerpica

a riagguantare l'ora che dilegua

fra i palazzi e i tuguri

per l'erta ostile lastricata di parole

lunga via crucis al poeta ¹

che cantò l'ombre scritte lungo i muri

di "quei ragazzi andati in Venezuela"

per scordarsi dei vicoli bevendo

coca e birra nei pubs di Daisy Street 

canto alla meridiana sulla torre

appendice del sole fino a sera

all'antica campana che chiamava al vespro

con la voce di Dio... oggi al suo posto

un timer un elettronico congegno

rompe i timpani blasfemo e irriverente

canto alla scala di pietra reventina

sessantotto gradini al piano nobile

altri ventuno al tavolato

eterno su e giù delle generazioni

sotto le volte a croce bizantina

dell'austero palazzo balconato

di muffite memorie

dove anch'io vissi il mio bel tempo ignaro

senza avere il coraggio

di scendere a patti col destino

sul loggiato patrizio da centanni

un geranio un poco al giorno muore

è un mistero o la forza della vita

se ad ogni primavera mette un fiore

 

             ma questo lo sa solo il campanile...

 

1)Franco Costabile da "La rosa nel bicchiere

 

Iª canzone alla Calabria da Frontiera uno - la terra  pp.31-32

 

...breve è il mare tra Kroton e Ogigia

dove Calipso la dolce

con gli occhi della notte

di sovi lacci t'ammaliò la mente

fuggì dal sogno e in avarie di vele

azzarda un ancoraggio di fortuna

con la tua polena dilaniata

dall'ra del Dio che si negava

alla Siblla che ti abitò il cuore

antro muschioso ai suoi oracoli bugiardi

e mostri scatenò sulle scogliere

l'uno difronte all'altro e in mezzo al mare

ninfe squamate figlie dell'abisso

perché nessuno potesse trovare

vie di fuga ai tranelli del fato

stretto dalle sartie

all'albero protervo di maestra

con la randa raminga che si attorce

alla sua verde chioma

il dio degli emigranti che ci vide

nuovi ulissi senza ceri negli orecchi

felici e inconsapevoli

con miraggi e lusinghe di morgane

ci aggredì alle spalle e traghettò

da una morte all'altra il nostro cuore

per incontrare ancora la tua notte

terra dal nome tenero e rugoso

come il granito delle tue scogliere

torno alla nudità delle lampare

al mio verso che scivola sull'acqua

qundo distilla ambrosia

l'anima scampata all'uragano

disseccata di immemore emigranza

ironica la luna del solistizio

ogni volta si nega fraseggiando

con la notte alla Locride straziata

dove tra un novilunio e l'altro

cominciò e si concluse la mia storia

che non fi solo mia

nè fu solo d'amore

una storia non scritta che il silenzio

trasversale all'assoluto dell'acqua

nell'onda lunga senza pace inghiotte

 

          poi da sé svaporando per magia

          sottovoce nel blù della notte

          si racconta alle stelle...

 

 

Iª canzone alla Calabria da Frontiera due - il mare

pp.101-102

 

 

...tutto il sud del mondo è una finestra

che si affaccia sul canyon della vita

fossa profonda di acque impraticabili

da lì ci rema contro come sempre

il dio dei fiumi dio delle cascate

e "le stelle vaghe dell'orsa"

che il Poeta chiamava a testimoni

della sua morte consapevole

stanno a guardare ambivalenti e infami

chi senza bussola e bugiardi lunari

un dì partì ma come me ancora

non è arrivato da nessuna parte

lasciandoci alle spalle l'arditezza

di un ponte soltanto immaginato

beffa oltraggiosa a una storia comune

tra l'isola scalena

e noi del continente

da sempre traghettati

da una nave che a bocca spalancata

inghiotte treni e sogni

ci piace andare da una sponda all'altra

dalla tolda sull'acqua perigliosa

guardare l'onda cupa dello Stretto

e immaginare nel cuore frastagliato

di partenze e ritorni

oltre Capo San Vito un altro mare

così ci ostiniamo da secoli a partire

"dilettanti allo sbaraglio"

che contenti di niente per sbaglio

attraversammo specchi deformanti

frontiere di mostri montagne di rifiuti

alla ricerca della formula esatta

per poterci chiamare ancora uomini

molto più in là della tua anima

c'è una fonte d'acqua cristallina

dove puoi scaricare il tuo rimpianto

lasciare alle ortiche la tua seconda pelle

alzare la testa guardare nel sole

 

           e finalmenre cogliere

           dall'arnia il miele sacro della vita...

 

 

 

 

 

 

Iª canzone alla Calabria da Frontiera tre - l'anima

pp.171-172

 

 

 

 

 

 

 

 

 Aggiornato il 07 - 10 - 2018

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