Raffaele Proto

  

Raffaele Proto 1941 - 1987

"Oggi, dopo tutte le rivoluzioni formali e l'avvento dell'essenzialità lirica, si possono scrivere sonetti solo con forte capacità di sintesi formale ed è quello che è riuscito a fare Proto che è ben lontano dal calligrafismo e lancia questi sonetti come strali animati da biblico vigore... La poesia di protesta di Proto è incentrata sulla figura del poeta che sente, riflette e pensa, sull'ethos della civiltà contadina plurimillenaria e che ha il suo monumento in Esiodo, la saggezza civile in Solone antibraminico e antipopulista, in Gioacchino da Fiore che presenta contro la «lussuria di palazzo», mistiche trame di ascese purificatrici." (Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini Ed 1996, pp. 252-253).

 

 

 

 

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Antonio Piromalli

Oggi, dopo tutte le rivoluzioni formali e l'avvento dell'essenzialità lirica, si possono scrivere sonetti solo con forte capacità di sintesi formale ed è quello che è riuscito a fare Proto che è ben lontano dal calligrafismo e lancia questi sonetti come strali animati da biblico vigore... La poesia di protesta di Proto è incentrata sulla figura del poeta che sente, riflette e pensa, sull'ethos della civiltà contadina plurimillenaria e che ha il suo monumento in Esiodo, la saggezza civile in Solone antibraminico e antipopulista, in Gioacchino da Fiore che presenta contro la «lussuria di palazzo», mistiche trame di ascese purificatrici." (Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini Ed 1996, pp. 252-253).


Soveria Mannelli e le scintille perpetue di Raffaele Proto

Raffaele Cardamone 29 Maggio 2015

in  ilReventino.it

<< Un poeta dalla vena innata e dalla rara armonia del verso […] ma anche, non dimentichiamolo, un bravo docente che vuole “insegnare il bello ed il vero”… >>. Così Domenico Teti presentava la figura di Raffaele Proto nella prefazione alla sua opera forse più matura: “Sicille. Quadretti poetici e lirici in vernacolo”, Rubbettino Editore, 1982.

Fin dalla dedica, si percepiscono alcuni tratti della sua personalità complessa ed estremamente  lucida nel saper leggere la realtà: << Alla mia Terra martirizzata e mercanteggiata oltre che dai Capitolini, anche da molti dei suoi figli. >>

E riprende, a conclusione della sua introduzione: << La mia Calabria è una terra dove la nequizia cerebrale si manifesta in tutte le sue sfaccettature. Fino a quando essa dovrà soffrire e scontare le conseguenze di un immobilismo verboso e mortificante? Se ritornasse in auge la migliore tempra della tradizione letteraria ed artistica ellenica, i Greci ci considererebbero barbari e non a torto. Senza voler fare retorica, è il caso di chiudere con uno sprazzo di eloquenza ciceroniana: “O tempora! O mores!” >>

Già, quindi, negli scritti prodromici all’opera in sé, Raffaele Proto dispiegava tutta la sua erudizione e il suo modo di esprimersi, impreziosito da un lessico ricercato e contraddistinto da una meticolosità estrema con cui costruiva la frase. Ma si percepisce forte anche la sua visione del mondo: una visione disincantata, di “sdegnosa sofferenza”, come afferma lui stesso sempre nell’introduzione, profondamente delusa da un “Uomo nel suo ruolo indiscusso di animatore ed attore della Commedia Umana”.

Però, non inganni questa tendenza al pessimismo, peraltro perfettamente giustificata dai suoi tempi così come dai nostri, che dimostrano solo quanto siamo stati incapaci di cambiare il nostro destino, ignorando proprio l’accorato appello che tra le righe Raffaele Proto rivolgeva ai suoi lettori con “i più fervidi auguri di una proficua rinascita”. La sua opera poetica è, infatti, perfettamente godibile, spaziando tra elegie dedicate alla figura femminile, principalmente proprio in Sicille che è un gioioso inno alla donna e all’amore, irresistibili ritratti di personaggi meschini messi per lo più alla berlina, quadri di vita semplice e agreste, sempre intessuti di suggerimenti morali e comportamentali più o meno espliciti, e intuizioni politiche sulla pochezza di alcuni personaggi cui abbiamo negli anni affidato le nostre sorti.

E al poetare, con il suo atteggiamento da studioso della lingua italiana e del vernacolo, Raffaele Proto è stato capace di aggiungere in “Sicille”, per chi invece il dialetto non lo conosce a sufficienza, un lavoro certosino di esplicazione dei versi, con una serie di strumenti di interpretazione del testo che testimoniano la sua immensa attenzione per il lettore. In calce ad ogni poesia egli, infatti, si preoccupava di inserire: l’indicazione del “metro”, questo forse più per gli addetti ai lavori; una “annotazione”, che riporta il significato complessivo della stessa; una “parafrasi orientativa in lingua”, con la spiegazione verso per verso, scritta in un bell’italiano che aggiunge significati e conferma la vena poetica dell’autore; infine, un “proverbio” (un “dittéru suveritànu”) che si ricollega al tema trattato nella poesia. Una ricchezza inarrivabile di stimoli e di insegnamenti, che forse unicamente un professore come lui poteva essere in grado anche solo di pensare.

Raffaele Proto, ad essere onesti, non fu compreso immediatamente e completamente dai suoi conterranei e forse neppure dal mondo della cosiddetta cultura. Le mode dell’epoca non lo aiutarono: scrivere in versi, e per di più in vernacolo, nei rutilanti anni ottanta, quelli dell’edonismo e del particolarismo, che egli coglie perfettamente come elemento negativo e inquinante della società, era una scelta coraggiosa e controcorrente.

Ma siamo in tempo per rivalutare ancora di più la sua figura, che sta in effetti riprendendo piede anche tra quei giovani che non lo hanno mai conosciuto: che si ispirano magari ai suoi versi per comporre una canzone o che semplicemente provano a rileggere la sua opera, apprezzandola come lui avrebbe certamente sperato


Vincenzo Villellla

in ilReventino.it

Il monte Reventino: la ricerca dell’assoluto e il mistero dell’ultima luce nei poeti lametini

---Una lingua armoniosa caratterizza anche le liriche di Raffaele Proto al quale va il merito di aver elevato (come ha scritto Peppino Scalzo nel suo saggio I poeti dialettali del Reventino a strumento letterario il dialetto di Soveria.


PREFAZIONE  a Mamma Adelina

di Natale Colafati

   Pur conoscendo da tempo la vena poetica di Raffaele Proto, avendo io pubblicato agli inizi degli anni settanta sul periodico « Eco Giovanile » alcuni suoi « Quadretti in vernacolo », anche per me questa raccolta di poesie, che egli mi ha dato l'onore di presentare ai lettori, è stata una lieta sorpresa ed una scoperta entusiasmante: sorpresa, perché allora ritenevo che per il Proto la poesia fosse un hobby, per quanto piacevole, estemporaneo, ed ora l'ho scoperto cultore appassionato della poesia; entusiasmante, perché la sua poe-sia sgorga come fonte cristallina e trasporta il lettore in un mondo autenticamente ed intensamente umano, elevandolo, attraverso la trasfigurazione poetica, alle più sublimi vette dell'arte.

   E' una poesia che nasce dalla capacità di guardare gli eventi con stupore che suscita in noi capacità di meraviglia che mette in crisi nella nostra esperienza culturale, con domande radicali, le nuove superstizioni. Viene, così, messa a nudo l'angosciosa situazio-ne dell'uomo d'oggi, la coscienza sempre più profonda dei suoi limiti e della sua miseria, ma, allo stesso tempo, la presenza di un bisogno inesauribile di vita e di certezza.

   Dalla lettura attenta di questo corpo poetico nasce spontaneo il bisogno di una catarsi, come purificazione elevante, che libera dal-l'abbrutimento nell'egoismo gretto e nelle passioni degradanti, da cui, con la copertura di un'ipocrisia despota e saccente, dietro una facciata falsamente benevola ed accattivante, nasce il marciume di un mondo realmente discriminante ed opprimente. In questo consiste il valore profondamente morale e lo spirito altamente pedagogico della poesia del Proto. Basta citare, solo a modo di esempio, Squazunariellu:

« Squazunariellu ténnaru e zzirrùsu,

te raghi 'ncùollu 'a 'nzunza d'u paìse.

Si' ssempre spagnatìzzu e llimarrùsu,

ma ste labbrùzze tue su' ggrise grise.

................................................

e pparri de carizze ccu llu cane.

...............................................

Nu stentiniellu 'nzìpitu e zzìllùsu

te passa dde vicinu e tte scurrìde.

De fore è 'ncipratìzzu e mmuttettùsu,

ma dintra cc'è lla surra e nnu lla vide.

.................................................

Chillu è fazànu cumu 'na succànna,

tu si' mpastàtu 'e luce! Sì... nna stellal... »

                               Da « Squazunariellu »

   Vi è inoltre chiara la consapevolezza del rapporto ambiguo di emarginazione-assorbimento da parte della cultura dominante nei confronti della cultura popolare emergente e di contestazione-assimilazione da parte di questa nei confronti di quella, di cui si avvertono il fascino ammaliante e la carica disgregante e distruggente.

«Te si' ntanatu cumu nu remìta e...,

ppe nna carta russa, si"nciotàtu!

I sordi su' llu tuossicu d'a vita,

ma, 'ntra sta crozza tua. cc'è... nnu mercàtu! ».

                               Da «'U remìta »

   In questo sta il valore sociale della poesia del Proto che non è sociologo e, tanto meno, politico, ma è e vuole essere poeta. Dalla non soluzione di quelle tensioni e contraddizioni nasce e prende corpo l'esaltazione di usi e costumi popolari, che non è una semplice evocazione storica, ma, quasi, realizzazione mistica nella celebrazione di un mistero come partecipazione panica ed inno alla Vita, che arriva, a volte, ad elevarsi alla trascendenza tramite il mistero di Cristo.

Ne sono esempio tipico « 'A fòcara 'e Natale » (che ha vinto il I Premio, Sezione Poesia, del Concorso Nazionale « Vincenzo Chiefari » e di cui alleghiamo l'attestato in questa pubblicazione) e tutte le poesie dove si celebra « 'u vinu ».

« 'A fòcara 'e Natale è nna ricchìzza.

................................................

'Na troppa de sicìlle fa dde stella

e si 'nde porta trìvuli e sperànze.

...............................................

Te 'nzérta 'ntra lu core 'na gulìa

de sienzi, de ricuordi e dde murriàna ».

                           Da « 'A fòcara 'e Natàle »

   Anche qui l'animo del poeta si esalta e si sublima, ma non si acquieta. E riprende l'inquieto, eterno cammino della sua solitudine errante tra mille richiami.

«Un' ppiglju mai riciettu a nullu pizzu

e, 'ntra le vene, cc'è llu scurrubbàndu!

S'a vampa scillichìja, mi l'attizzu

e lla ventùra vaju 'ndiminàndu... »

                             Da «'U scurrubbàndu »

   E non avrà pace, finché, dallo stupore e dall'ammirazione estatica per la bellezza femminile, l'uomo grintoso non trapassa nel bambino docile che si abbandona fiducioso all'affetto materno. Ma, ancora una volta, il padre, lo sposo ed il figlio convivono nella stessa persona in un equilibrio instabile che, alla fine, ci fa scoprire il senso profondo e caldo della femminilità nella sua consumazione e perfezione materna: alvo che si apre nel dono della vita, rifugio a cui si ritorna nella stanchezza. Su tutto aleggia un velo di tristezza, come consapevolezza della provvisorietà di tale rifugio, poiché fin là risuonano l'eco della lotta della vita ed il suo imperioso richiamo alla realtà prosaica e spesso frustrante di tutti i giorni.

« Jurìllu suspirùsu e 'nduleràtu,

ccu nn'acu 'ntirillàtu 'ntra lu piettu,

ricòrdate d'i juri d'u passàtu

e 'ntra lu core tròvacce riciettu ».

                            Da « Jurìllu suspirùsu »

   Le poesie sono accompagnate da un glossario prezioso e ben documentato e da alcune delucidazioni. Queste ultime sono a volte delle premesse necessarie alla retta comprensione delle poesie; altre volte sono delle razionalizzazioni di quanto il poeta, che è essenzialmente un intuitivo ed un sensitivo, sente con immediatezza; altre volte ancora sono una giustificazione che, quasi col pudore e la timidezza di un adolescente spaventato di aver rivelato il suo mondo interiore, egli porta per proteggere da possibili profanazioni ciò che ha rivelato.

   Solo in rare circostanze l'impulso tradisce la trasfigurazione poetica e qualche volta il ritmo metrico è sacrificato alla ricchezza dell'ispirazione.

   Lo stile è affascinante ed incisivo. Le immagini scaturiscono l'una dall'altra e si intrecciano e si susseguono in un'armonia che incanta.

   Ho diviso le poesie in tre parti a seconda del prevalere del contenuto e dello stile e ad ognuna di esse ho premesso un breve com-mento. L'appendice contiene quattro poesie in lingua ed il glossario.

PARTE PRIMA:

RASCUNATE SUVERITANE;

PARTE SECONDA:

STILLUZZE DE RICUORDI E DDE SUSPIRI;

PARTE TERZA:

PULLULE 'NZUCCARATE DE LU CORE E PPAMPINE 'NZURCATE DE SAPURE;

APPENDICE: SPIGOLATURE AFFETTIVE E ROMANTICHE.

                                                       NATALE COLAFATI

 

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 Aggiornato il 27 . 01 - 2017

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