Un libro di Aristide Caruso sulla seta

 di

Vincenzo Villella

 

 

   Il periodico "Reportage" di Lamezia Terme, nel numero 16-30 giugno u.s., ha pubblicato un interessante articolo dello scrittore e storiografo calabrese Vincenzo Villella sul libro del nostro collaboratore Aristide Caruso, notissimo ai nostri lettori per le sue poesie, ricche di sentimento; libro dedicato alla tradizione dell'arte della seta in Calabria. A Villella abbiamo chiesto di parlare del libro di Caruso anche sul nostro giornale.

 

   Un altro importante tassello si aggiunge alla collana di microstoria calabrese della editrice inCalabria. Si tratta del saggio di Aristide Caruso intitolato "L' arte della seta in Calabria nel medioevo. Storia e storiografia ".

   Lo studioso, dopo aver sottolineato come l'industria serica abbia avuto

un importante ruolo economico nella Calabria del tempo, caratterizzata da

una generale depressione, passa innanzitutto in rassegna le varie ipotesi, teorie e tradizioni sull'origine della lavorazione della seta nella nostra regione: Ottone da Frisinga, Michele Vocino, il Marincola, il D' Amato, il Vivarelli e I'Alvisi, Tescione e altri.

   Confutando quelle impossibili da accettare per evidente incongruenza storica, Caruso afferma che "non ci sarebbe nessuna difficoltà ad affermare che furono i Saraceni ad introdurre della seta. Tuttavia si tratterebbe anche in questo caso di ipotesi non suffragate da documenti.

   Quel che è certo -scrive Caruso -è che "la bachicoltura e la trattura in Calabria, come in Campania e quasi certamente in Sicilia in un periodo anteriore a Ruggero II (1130-1154) e che sul finire del secolo XIII l'industria calabrese cominciò aguadagnare i mercati italiani.

   Infatti, "grandi protettori ne furono gli Angioini che, per quanto gravassero la seta col dazio di cinque grana a libbra, [...] tuttavia sgravarono l'industria manifatturiera e salvaguardarono con dazio protezionistico la produzione di seta indigena da quella importata".

   Lo sviluppo dell'arte della seta fu ancora maggiore in epoca aragonese in tutta la regione, ma soprattutto a Catanzaro, anche perché i sovrani protessero l'industria catanzarese con frequenti concessioni di privilegi richiesti dall'università (Alfonso I, Federico d'Aragona, Ferdinando il Cattolico). Secondo il Caruso, proprio il 519, anno della concessione degli statuti dell'industria serica alla città di Catanzaro, conclude meglio il periodo di sviluppo di questo importante settore dell'economia calabrese nel Medioevo".

   Catanzaro fu il centro più importante della produzione serica in Calabria tanto che proprio con diploma del 30 marzo 1519 fu concesso alla città il Consolato dell'arte della seta, il primo nel Regno dopo quello di Napoli fondato da Ferdinando nel 1465.

   Passando poi ad occuparsi delle forze economiche e del commercio della seta, Caruso si sofferma.giustamente sull' importantissimo ruolo avuto dagli ebrei non solo nella crescita economica generale della regione, ma "in particolare nello sviluppo dell'industria serica e della tintoria, dove investivano ingenti capitali traendone forti guadagni".

   Gli ebrei, come sappiamo, erano presenti in quasi tutti i paesi della Calabria e tutti i settori dell'economia "beneficiarono della loro alacre attività iprenditoriale: dalla lavorazione del ferro, del rame, del bronzo, all'oreficeria e all'argenteria; dalla concia delle pelli e dalla manifattura dei cappelli a cono, denominati a cervone, alla fabricazÌone dei pettini, del sapone, delle stoviglie". Ad essi, inoltre, era riservato il monopolio del credito sotto forma di usura.

   Proprio in riferimento agli ebrei e alla loro importanza non solo nella produzione e nel commercio della seta, ma anche nel ruolo avuto come animatori della la vita economica calabrese. Caruso conclude il suo lavoro sostenendo che proprio alla scomparsa dell'elemento ebraico bisogna collegare la crisi e la decadenza dell'economia calabrese.

   Infatti, con l'estromissione degli Ebrei e dei loro capitali - sostiene Caruso -"molte industrie e molte attività commerciali cessarono di esistere: le fiere persero la loro animazione, il costo del denaro salì di cinque fino a dieci volte su quello corrente; il pubblico erario fu intaccato profondamente per le difficoltà incontrate nell'esigere tasse".

   Anche se fu permesso ai mercanti ebrei di continuare a partecipare alle fiere, essi non avevano ormai più la funzione imprenditoriale che avevano avuto in passato. Così, proprio a causa del ridimensionamento del loro ruolo economico, ''le fiere calabresi andarono sempre più decadendo e con esse l'arte della seta che aveva rappresentato il settore più dinamico e produttivo della pur non fiorentissima economia calabrese".

dal Corriere di S. Floro e della Calabria n.1- luglio - agosto -settembre 2007