Salvatore Borelli

      

1930 - 2 004

 [...]per questo loro dispiegarsi secondo un registro linguistico che, particolarmente oggi, ha un forte valore identitario, (le sue poesie) si pongono globalmente come un atto di amore e, quindi, come celebrazione di vita [...] Luigi M. Lombardi Satriani

[...] Il rimpianto nostalgico, seppur poeticamente valido come tema, non appartiene né interessa al poeta Borelli che sceglie di essere "cicala fino alla morte", sceglie cioè la via del canto spiegato, della parola liberata che si fa voce e testimonianza di un presente. [...]+ Luigi Cantafora

[...] Son poesie vigorose queste poesie con le quali Salvatore Borelli si ripresenta al pubblico. Danno la prova provata, cioè testuale, di un cammino che congiunge al cuore antico il cuore presente. Offrono, una volta di più, il segno perspicuo di un Poeta alto, che continua a cercare dentro di sé e trova nella realtà la ininterrotta cicatrice di un peccato che non siamo riusciti ad espiare: il declino della Calabria.' [...]Pasquino Crupi

 

 

 

 

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Un orizzonte di fedeltà  di Luigi M. Lombardi Satriani

   Mali di tia non dissi / a mia dassami stari / non mi stari a frusciàri / chjiu accuntu... , così il "calabro dialetto" si rivolgeva alla lingua italiana, in un non sufficientemente oggi ricordato "contrasto" dell'abate Conia.

   È passato parecchio tempo da tale contrasto e il dialetto ha continuato la sua vita travagliata, caricandosi volta a volta di perentorie negazioni o di enfatiche esaltazioni; la difesa del dialetto, inoltre, ha assunto spesso connotazioni politiche di diverso segno.

   Infatti, se è vero che "a favore della conservazione dei vecchi dialetti nella loro integrità stavano (...) i borbonizzanti napoletani, gli aristocratici triestini" e i papalini romani, non e men vero che a favore di tale conservazione si schierarono "anche progressisti, anche uomini della sinistra politica, dal De Sanctis agli scrittori populisti del secondo dopo guerra" (T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Bari, 1972 III ed.).

   È indubbiamente errato identificare aprioristicamente uso del dialetto e classi subalterne, ma è ancora più errato ritenere che dialetto e lingua siano ugualmente diffusi e ugualmente fruibili prescindendo dalle differenziazioni di classe. Semmai, andrebbe approfondita la differenza tra uso del dialetto subito come unico registro linguistico e uso del dialetto scelto in una pluralità di registri linguistici ugualmente possibili.

   È da ricordare anche che esistono innumerevoli prodotti culturali esclusivi delle classi subalterne; mi riferisco ai canti, ai racconti, ai proverbi popolari, alla maggior parte, cioè, di quella cultura delle classi subalterne denominata - anche quando esaminata da diverse angolazioni teoriche e, conseguentemente, con una diversa delimitazione - folklore.

   Abbiamo assistito in Italia a una progressiva diminuzione delle testimonianze dialettali, sia come relativa scomparsa o sbiadimento della presenza dei canti, dei racconti, dei proverbi popolari nell'orizzonte culturale delle comunità, che come restrizione dell'uso del dialetto nella vita quotidiana e nei rapporti interpersonali (ovviamente, ciò è avvenuto molto più tra i giovani che tra gli anziani).

   I motivi di questa notevole diminuzione dell'uso del dialetto sono stati di diverso ordine: qui se ne può ricordare soltanto qualcuno.

   Sin dagli anni immediatamente post unitari agirono come fattori di unificazione linguistica la scuola, il cui ideale linguistico più diffuso era ed è ancora per lo più "l'antiparlato, in linea coerente con la tradizione meramente libresca ed accademica della scuola italiana; la burocrazia (particolarmente per le regioni meridionali, nelle quali, come è noto, l'ideale del "posto" sicuro ha fatto indirizzare verso la "carriera" amministrativa decine di migliaia di giovani"); l'esercito, data "l'efficacia del servizio militare nel creare una koinè popolare interdialettale" (T. De Mauro, op. cit.).

   Per i decenni successivi dovremo ricordare almeno la stampa (la cui efficacia al riguardo è stata molto relativa data l'alta percentuale di analfabetismo presso le classi subalterne); il cinema, ancor più la radio e la televisione; un numero infinitamente superiore rispetto al passato di spostamenti sul territorio nazionale connessi all'emigrazione interna e al turismo, l'intensificarsi dei contatti tra realtà locali e mondo circostante, e cosi via.

   Ognuno di questi fattori richiederebbe un'ampia analisi e la sua influenza sulla trasformazione della lingua e del dialetto e sulla loro reale diffusione nelle diverse località andrebbe documentata per ogni singola area.

   Ritenere che la perdita del dialetto per l'acquisizione al suo posto della lingua italiana sia stata indiscutibilmente un segno positivo, come si è sostenuto per lungo tempo, mi sembra una posizione estremamente generica e acritica.

   Per non cadere in un mito populistico del dialetto, si e rischiato di alimentare il mito di una lingua italiana automatica portatrice di coscienza critica. Non si è visto che quasi sempre la fuga delle classi dominate dal dialetto ha portato tali classi all'acquisizione di un italiano subalterno per cui non solo non si è giunti alla reale conquista di una pluralità di registri linguistici, ma si è stati sottoposti a un'opera di espropriazione delle proprie specificità culturali.

   In questo contesto economico e socioculturale, il giungere dal dialetto alle lingue non è stato per le classi subalterne un processo di crescita culturale, ma un fenomeno di perdita di identità, essendo connesso a una gigantesca acculturazione, densa di scontri, violenze, distruzione di peculiarità.

   Negli ultimi anni, però, si sono sviluppati processi in controtendenza, che hanno condotto a una diversa fase di diffusione del dialetto, di riassunzione consapevole di esso. Si pensi al fenomeno, dalle dimensioni sempre più vaste, dell'immigrazione, che vede gli appartenenti alle diverse etnie acquisire prevalentemente come strumento di comunicazione il dialetto delle diverse zone nelle quali si stabiliscono piuttosto che la lingua italiana. Si veda la reazione, particolarmente del mondo giovanile ma anche di aree di pensiero critico, al processo di omologazione culturale connesso a una globalizzazione assunta come indiscutibile rullo compressore di ogni diversità. Si veda, infine, il proliferare attuale della poesia dialettale.

   In tale contesto si colloca l'opera di Salvatore Borelli: le sue poesie costituisconono un atto di fedeltà a un universo culturale, a una terra.

   Esse modulano momenti di vita quotidiana, eventi di cronaca locale, episodi di vita paesana.

   Con attenzione alla storia culturale e sociale della regione, viene reso omaggio, riprendendo suggestive metafore, a figure emblematiche della diaspora calabrese quale quella di Franco Costabile, e a personaggi di rilevo delle comunità locali.

   Cosi come un omaggio viene reso al potere magico della natura, produttrice di bellezza e procuratrice di intense emozioni.

   Vengono poi ripresi, vivificati dalla propria esperienza esistenziale, antichi motivi della poesia popolare tradizionale, così come antichi proverbi vengono riproposti attraverso considerazioni relative a eventi contemporanei.

   In ogni caso, per questo loro dispiegarsi secondo un registro linguistico che, particolarmente oggi, ha un forte valore identitario, si pongono globalmente come un atto di amore e, quindi, come celebrazione di vita, essendo, come ci ha avvertito un mistico in anni ormai lontani, l'amore vita, il disamore morte.

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L'eredità delle radici come segno d'identità nel "testamento poetico" di Salvatore Borelli  di Luigi Cantafora, Vescovo Emerito della Diocesi di Lamezia Terme

   L'opera di Salvatore Borelli si inserisce a pieno titolo nel filone di quella poesia dialettale di livello che sceglie come tema lirico la "storia con la esse minuscola", cioè quella quotidiana liturgia esistenziale propria della gente umile di Calabria e riconducibile ad un passato ormai sbiadito.

   Non, dunque, i grandi eventi che fanno rumore o i grandi uomini interessano al poeta. Nelle "microstorie" liriche del Borelli si coglie l'eco degli avvenimenti importanti avvertiti certamente, se non subiti, dagli "umili" che ne sono gli unici protagonisti, spettatori indifesi, alle volte impotenti alle altre cristianamente rassegnati.

   Le "storie" a cui il poeta Borelli dà voce sono storie di un tempo in cui tutto era semplice e diretto, immediato e spontaneo, in cui la vita, vissuta all'interno della dimensione sociale ristretta del paese, aveva il sapore genuino e primigenio della consolante protezione ai mali della civiltà urbana circostante.

   Tutto dico aveva un senso e mi riferisco ai vari aspetti dell'esistenza che si presentava nella sua immediata, feconda spontaneità, nella saldezza di certi rapporti sociali come nella certezza derivante dalla religione delle piccole cose quotidiane, del sacrificio virile, del lavoro, della tradizione contadina, davanti alle quali il popolo degli umili non arretra mai, anzi s'inchina.

   Ed il poeta, "cicala fino alla morte", ne canta la memoria in un mondo che tutto travolge e consuma, in un tempo che ogni cosa fagocita e divora; lo fa senza pudore e falsa retorica ma con vigorosa fermezza quasi a cercare uno scontro speculare di immagini che riflettono parallelamente su due orizzonti temporali: come eravamo e come siamo diventati rinnegando quella stessa nostra identità morale e culturale.

   La semplicità e la povertà materiale degli umili popolani del Borelli si traduce - agli occhi attenti di chi vede il mondo odierno dirigersi verso una deriva all'apparenza progressista e modernista, ma nei fatti pericolosamente alienante - in una profonda ricchezza morale e materiale, in una spiritualità fatta di gesti significanti della cristiana rassegnazione di una terra, la nostra, troppo avvezza alle perdite ("Quandu fhiciru 'a guerra') e alle diaspore ("U pueta Custabali"), all'indifferenza dei tanti ed al sopruso arrogante di quan-ti l'hanno "violata" nella natura ("U Jummi Canta Galli") e nella genuinità di certi valori autentici.

   La poesia di ogni tempo è voce di denuncia morale e memoriale: dunque anche qui, diviene eco vigorosa di un ricordo che non vorrà perire nel vortismo frenetico delle nostre esistenze degenerantesi in una superficialità raggelante ed impersonale.

   Ed il Borelli, poeta-cicala, dà voce e canto alla purezza di quel passato vissuto e vivente, all'incanto di quei piccoli, quotidiani, significanti gesti, religiosi e puri, che l'odierna umanità ha seppellito avvertendo nei confronti essi un profondo senso di vergogna e di disagio di fronte al richiamo dei meccanismi del fallace progresso.

   Nella voce del poeta si avverte con urgenza la richiesta di ritorno vigoroso a quei valori che non possiamo ignorare se desideriamo gettare un saldo ponte verso un avvenire che ne sia geloso ed avveduto custode.

   Farsi testimone di un tempo lontano non vuol dire incarnare un atteggiamento nostalgicamente passivo, perché l'esempio dei nostri padri, della religione della terra, del lavoro, della spontaneità degli affetti e della tradizione devono farsi "timone" nell'approdare ad un avvenire sano nei principi e morale nelle scelte.

   Il rimpianto nostalgico, seppur poeticamente valido come tema, non appartiene né interessa al poeta Borelli che sceglie di essere "cicala fino alla morte", sceglie cioè la via del canto spiegato, della parola liberata che si fa voce e testimonianza di un presente troppo impersonale rispetto ad un passato potente, granitico, forte e virile, prepotentemente vero, vivo e presente nelle coscienze di chi lo ha vissuto.

   Alla luce di questa memoria noi analizziamo il nostro tempo che sbiadisce nella sua vacua inconsistenza morale attraverso il ricordo di cose che abbiamo voluto far scomparire con spietata consapevolezza, decretandone la fine solo perché troppo "fuori moda", seppellendo l'identità nostra e della stessa terra che ci ha educati a perseguire certi valori.

   Molto polisemico è il senso della poesia di Salvatore Borelli che ci offre nelle sue raccolte una dimensione regionale senza essere provinciale.

   All'interno delle sue storie fatte di gesti umili, ma fertili, popolate di uomini "piccoli", ma giganteschi nella loro prepotente autenticità, si colgono gli echi violenti della storia e dellavita presente, quella degli affetti, che ci annebbia i ricordi, che ci travolge e ci umilia spersonalizzandoci.

    La memoria della guerra divoratrice di uomini, dei giochi infantili, della giovanissima maestra che ama il suo lavoro tanto da percorrere chilometri di strade impervie e da superare la povertà dei mezzi e dei tempi, eroina ed al tempo stesso semplice icona di un'abnegazione in nome del lavoro, oggi troppo costosa in termini di sacrificio, insieme all'eredità dei legami affettivi  della nostra gente, al ricordo dei luoghi e delle tradizioni, al sapore genuino delle festività vissute nell'attesa febbrile di adulti e bambini e nella partecipazione preparatoria ad una religiosissima "novena" che demolisce l'odierno consumismo con prepotente semplicità, dovranno, per noi uomini di questa terra, essere simbolo di radici forti e d'identità da recuperare, semenza da nutrire, far germogliare e non disperdere.

 

Aprile - 2005

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Introduzione  a Quandu canta lla cicala

   Salvatore Borelli si era affacciato alla poesia, che non gli fece il viso delle armi, nel 1986 con la raccolta "Duci e Amàru". Raccolta che lo faceva già poeta maturo e nella quale egli era venuto definendo, una volta per tutte, ma senza cristallizzarlo, il suo mondo poetico: il microcosmo paesano. Che non è una ubbia eufemistica nella quale si occulta il piccolo paese, marginale e marginalizzato, periferico e periferizzato, municipale e municipalizzato, provinciale e provincializzato. Insomma, un mucchio di storie, che la cronaca si mette dietro le spalle e la storia neppure sfiora. Microcosmo, dunque, come mondo su scala ridotta dagli occhi geografici degl'intellettuali impellicciati, e, comunque, sempre mondo in cui si riflette, si specchia e finge di non riconoscersi la più larga vicenda umana.

   II paese di Salvatore Borelli non è puramente e semplicemente un luogo storico-geografico. Anche questo. È soprattutto l'angolo visuale da cui si osserva, e la si preleva per versi intonati da un magistrale e austero dialetto, I 'altro mondo, che è fuori di Sambiase e fuori dalla Calabria, non infrequentemente contro Sambiase e contro la Calabria. E non si può dire davvero che il poeta si sia fatto intimidire e abbia deciso di cambiare strada. Salvatore Borelli, come tutti i grandi poeti dialettali, sa di non potersi staccare dal popolo suo. Per nulla. Ha, perciò, proseguito il suo cammino sullo stesso terreno e sullo stesso territorio con la seconda raccolta, edita nel 1995, "Cumu nu sùannu", più insistita - rispetto a "Duci e Amàru" - sul paese come centro di gravità delle ore, dei giorni, delle opere del paese e dei paesani. Ciò che emerge nitidamente e nettamente in "'A Chj'azza", poemetto e, perché no?, poema al popolo in 22 composizioni a cui bisognerà sempre ritornare se si vuole entrare nella vita intima della nostra gente, nella sua vita morale, nei suoi rapporti circonferenziali con la realtà circostante. Né solo. Con questo poema Salvatore Borelli dà alla letteratura dialettale calabrese di tutti i tempi il tema che le mancava e la storce da letteratura della campagna a letteratura del centro paesano urbano. Il poeta, poi, fa un altro passo ancora. Non solo soltanto, poeta della piazza in cui vaga e si raccoglie il popolo nella totalità delle sue manifestazioni storiche. Si trasforma in poeta in piazza, come lo fu il più grande poeta della poesia dialettale del novecento, il siciliano di Bagheria, Ignzio Buttitta.

    Non so se Salvatore Borelli, come altro grande poeta siciliano, Salvatore Quasimodo, abbia appeso la cetra, non potendosi più cantare: lì per il piede straniero sopra il cuore, qui per l'accerchiamento totale della civiltà cittadina alla civiltà contadina. So, però, che questo importante poeta dialettale scrive quando sente di avere qualcosa da esprimere, quando il pensiero chiede la necessità di farsi parola. Lunghi, conseguentemente, si sono rivelati gli intervalli di tempo da una raccolta all'altra, e a queste poesie, che si affrettano ora a vedere la luce. E il tempo, che è galantuomo, gli ha dato ragione.

   Son poesie vigorose queste poesie con le quali Salvatore Borelli si ripresenta al pubblico. Danno la prova provata, cioè testuale, di un cammino che congiunge al cuore antico il cuore presente. Offrono, una volta di più, il segno perspicuo di un Poeta alto, che continua a cercare dentro di sé e trova nella realtà la ininterrotta cicatrice di un peccato che non siamo riusciti ad espiare: il declino della Calabria. Solo baluardo verso la discesa negli inferi è il muro della memoria, e la memoriale poesia di Salvatore Borelli non è avara in questa direzione e su questo tema. Senza, tuttavia, scivolare nella nostalgia regressiva, che strapiomba nel passato, vale a dire che quello che non c'è più, e senza stupidamente lanciarsi nel futuro, che non c'è ancora. Salvatore Borelli è poeta contemporaneo all'epoca sua, ossia poeta che sta con tutto se stesso dentro il presente, unico ponte tra il passato, che rivive in noi, e il futuro, che stiamo già costruendo: "Chini 'un pensa alla vita passata.../ lci-cha... 'un ha futuru". Spiace, però, solo che l'erto poeta di Sambiase ce lo ricordi solo a tappe, forzate dal tempo. Ci ricordi, cioè, la nostalgia difficile di una umanità migliore di cui è capace unicamente il poeta, qual egli è solidariamente, della nostalgia virile. Il poeta della fedeltà e della bellezza la quale coincide con l'espressione compiuta di un pensiero poetico in continua evoluzione nella costanza del tema. Esclusivamente, quando la ruota ritorna dal punto da cui si era smossa, resta la traccia. Tale è la poesia circolare di Salvatore Borelli.

Pasqualino Crupi

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 Aggiornato il 27 . 01 - 2017

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