Vincenzo Villella

  

1947

[...]Vincenzo Villella invita l'intellettuale a non stare chiuso nella sua torre perché l'isolamento è un mancamento e anche il silenzio ha i suoi echi. L'uomo qui proposto non è un essere astratto, il tomista, il puro cartesiano, ma quello che mantiene il profumo della memoria, della storia, del passato, dell'esperienza individuale, del vissuto con tutto il suo peso e il suo spessore. Dalla presentazione di  Camminare pregando a cura di Antonio Piromalli

 

 

 

 

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Critica

Presentazione di  Camminare pregando a cura di Antonio Piromalli

 

   Le parti di questo volumetto sono legate dal filo di un ideale itinerario quale può scaturire dal percorso di una vita, dalle riflessioni intorno all'itinerario stesso. Si tratta di una ricerca umana e artistica intorno al motivo centrale "de vera religione", quella interiore che accomuna gli uomini sia nell'immanenza che nella trascendenza .

   Le riflessioni sono l' humus della ricerca e i nostri indugi personali sono stati spesso intensi su scrittori e poeti del Novecento, i quali hanno manifestato una fede nella vita e nell'uomo. Pensiamo a Pignato, Rebora, Vann'Antò, Boine, ma anche Croce e, non poco, a innumerevoli solitari i quali hanno approfondito nella solitudine la loro vita. Parimenti ci siamo sentiti lontanissimi dai regolari osservanti, dai finti eretici, dai drammatizzanti che hanno dato spettacolo del loro strazio (Papini) e hanno invocato il bagno di sangue della guerra.

   Vincenzo Villella invita l'intellettuale a non stare chiuso nella sua torre perché l'isolamento è un mancamento e anche il silenzio ha i suoi echi. L'uomo qui proposto non è un essere astratto, il tomista, il puro cartesiano, ma quello che mantiene il profumo della memoria, della storia, del passato, dell'espe-rienza individuale, del vissuto con tutto il suo peso e il suo spessore. Il vissuto non è uguale per tutti e generazioni sterminate di uomini hanno dovuto vivere e vivono il riflesso della vita altrui, di coloro i quali li tengono lontani dalla cultura per perpetuarne la condizione subalterna.

   Questo elemento evangelico - la disuguaglianza reale - è il lievito del pensiero umano, è un dato necessario della vita cosmica e universale, ha mosso utopie religiose e laiche, filosofiche e poetiche, mistiche e guerresche. Il dato storico ha una sua sacralità perché i "perdenti della storia" sono stati sempre i miseri, i derelitti, coloro la cui voce è stata soffocata: la storia sarà veramente umana quando tutti saranno stati liberati e la filosofia della storia sarà stata mutata.                                            

   Il sogno gioachimita, l'utopia comunista miravano a questa meta.

   Il cammino storico è denso di sconfitte, ma Villella esalta l'utilità della passione umana anche se nel contingente "i poveri / sono gli unici / che vanno in carcere / condannati I/ prima del processo" e se la teologia puritana "ha concepito l'inferno" per gli esclusi dal banchetto.

   Le riflessioni fanno nascere dubbi su Provvidenza, redenzione quando si medita sulla vanità del presente, sulla condizione dell'uomo che viene ridotto nei suoi limiti più chiusi e non si offre alcuna attuazione alle potenzialità sconfinate della sua essenza. L'uomo non può vivere esiliato, compresso, diminuito, annichilito e inquietudine, tensione, miraggio servono a tenere desta l'ansia della realizzazione, non di quella impossibile, ma di quella che deriva dalla vita interna che adesso pare spenta. La società di massa spesso indica l'adeguamento mediocre; eppure è in questa società che bisogna operare perché il futuro avrà le facies che adesso si saranno cominciate a elaborare e che dovranno essere interiori, infinite. La metamorfosi non sarà innocua, nascerà dalla lotta contro la ciarla, la lalìa priva di pensiero, contro le apparenze dello spettacolo, contro l'inerzia dell'egoismo. Noi ripetiamo spesso ciò che scrisse Carlo Michelstaedter contro la scienza dei puri nomi, contro gli scienziati i quali non scrivono quello che sentono e non intendono quello che ascoltano. In questo dramma della fuga dall'autenticità si rischia l'insignificanza. Consistere in sé vuol dire ritrovare le radici dell'essere, le scaturigini della vita che è, come per Dante, "Vita intellettual piena d'amore, / amor di vero ben, pien di letizia, / letizia che trascende ogni dolzore".

   Le pagine di Vincenzo Villella hanno quest'ansia di vita co-smica di cui l'attuale mescolanza di razze, lingue, religioni è il segno più evidente.

 

Antonio Piromalli UNIVERSITA' DEGLI STUDI di CASSINO (settembre 1993)


POSTFAZIONE Camminare pregando a cura di Francesca Ferragine

 

SOCRATE: "Te lo spiegherà un Dio,

              se pure qualcuno degli Dei si

              degnerà di porgere ascolto

              alle mie preghiere".

PROTARCO: "Prega, dunque, rifletti".

SOCRATE:  "Rifletto; e mi pare,

               Protarco, che proprio ora

               qualcuno di loro ci sia

                       divenuto propizio".

                                           (Platone, Filebo, 25b)

 

   Il linguaggio poetico è, per suo carattere, un linguaggio implicito, a chiave, che necessita, per essere condiviso dal lettore, che si stabilisca una sintonia, grazie alla quale la metafora, il codice del poeta sveli al suo fruitore il significato ultimo dello scritto.

   Ma in alcuni casi, come quello di cui ora qui ci occupiamo, la tematica della poesia è di portata così universale, ed al tempo stesso così intima, da disvelarsi senza difficoltà, offrendosi come orchestrazione nuova di melodie custodite nel patrimonio di ciascuno di noi.

   La Fede, come faccia del complesso prisma del fenomeno uomo, è qui la materia prima del lavoro, l'essenza che impregna a fondo tutto il pensare e che con esso si plasma nei versi. Il rapporto con Dio, la convivenza quotidiana con il difficile e meravigliante Teorema dell'Onnipotente scorrono e serpeggiano, ora in superficie, ora sotterranei, in tutte le manifestazioni della vita: questo ci ricorda, ci stimola a comprendere la poesia di Villella.

   Con la stessa necessità con cui il singolo battito cardiaco, pur non percepito, innesca una macchina precisa e articolata, che ci garantisce la vita e ad ogni secondo si rinnova, così la presenza di Dio, insopprimibile anche quando nascosta, non ammessa, fornisce il senso e lo scopo all'affannarsi dei fatti e delle emozioni.

   E con pazienza ed insieme con speranza Villella ricerca questo motore interno e ne descrive i modi di esistere, di modellarsi sugli eventi quotidiani, sui caratteri delle persone, sui rapporti che si intessono e si lacerano.

   La scrittura lineare ed efficace, densa di armonie, trattiene ancorati la nostra partecipazione ed il nostro interesse, conducendoci nella profondità del mistero.

   Di tutto questo ci sentiamo di ringraziare Villella, di aver tradotto in una poesia lieve e pulita l'imprescindibile presenza divina; di averci dimostrato, in prima persona e con appassionato coinvolgimento, quanto Dio ci sia in ogni attimo, in ogni gesto, financo in quelli più umili e 'sporchi', dove dell'oro dei tabernacoli è davvero difficile trovare traccia.

 

UNIVERSITA' CATTOLICA SACRO CUORE, ROMA Agosto 1992


PRESENTAZIONE di Labirinti della vita Labirinti del Sacro a cura di Mons. Vincenzo Rimedio*

 

   Alcune impressioni in seguito alla lettura di "Labirinti della vita, labirinti del sacro" del prof. Vincenzo Villella.

   E' risultata interessante l'introduzione o premessa che ha come oggetto la fede, la sete dell'uomo verso l'eterno, l'incapacità umana di conoscere Dio.

   E' specificato l'itinerario dell'autore, fatto di ricerca nel silenzio e nella contemplazione, in una visione cosmoteandrica (cosmo-Dio-uomo).

   La contemplazione è trattata con accenti appropriati e significativi, come anche il silenzio.

   E' fatto un accenno a P. David Maria Turoldo come punto di riferimento e a Pier Paolo Pasolini come testimone del Vangelo di Matteo e con un'esistenza tormentata.

   Il volume del prof. Vincenzo Villella è un saggio con taglio esistenziale, problematico, teologico-cristologico.

   Nelle liriche "Il viaggio", "Viandante", "Poeta errante", "L'enigma della verità" si coglie la tensione verso una meta valoriale, verso l'irraggiungibile, verso l'apertura metafisica dell'essere, verso la ricerca della verità.

   Il taglio problematico è dato da alcune liriche come "Il labirinto della vita" (o "realtà enigmatica della vita"), da "Schiavi contadini", da "Ascoltare il dolore".

   A proposito di "Il dramma è anche di Dio" e "Perché dormi, Signore" e di altri riferimenti come sul "silenzio di Dio", sulla delega della sua potenza divina all'uomo nella tragedia atomica verificatasi in Giappone ad opera dell'America (USA) e inoltre su "Auschwitz", depravazione umana, propongo una mia breve riflessione. Non possiamo comprendere Dio; se lo comprendessimo nel suo trascendente modo di essere e di agire, non sarebbe più Dio, cioè il "Totalmente Altro".

   Anche la sofferenza degli innocenti (bambini, giovani, adulti) occorre collocarla nel mistero del Crocifisso che è la sintesi di ogni liberazione dal peccato e di assunzione di ogni sofferenza. che prepara la risurrezione di Cristo stesso e dei suoi fratelli, piccoli e grandi.

   Dio è onnipotente — afferma S. Agostino — e dal male, dal dolore trarrà il bene.

Significativa la poesia "Abitare nel deserto" "luogo e tempo privilegiato della libertà, dell'incontro con il Dio liberatore, che chiama dal suo deserto perché si faccia deserto in noi". Mentre si caratterizza di nichilismo precisamente la "Coscienza del nulla", "di una vita ridotta a squallida avventura". "L'ultima incognita" dopo "La favola americana", cioè l'avvento della fine su questa terra, conclude la parte dal taglio problematico.

   Il taglio teologico-cristologico comprende "Cristo: la luce", il Sole sorto sopra tutte le tenebre della storia (Benedetto XVI, Spe salvi), ancora Cristo, volto umano di Dio, "La Parola che si è fatta carne" e "si fa intendere davanti alle povere parole dell'uomo con una ricchezza illimitata e infinita"; comprende ancora "Il lascito di Gesù", "testimone perfetto, profeta per eccellenza, predicatore della liberazione totale dell'uomo, punto d'incontro tra umano e divino, il vincitore della morte".

   Mi congratulo con il prof. Vincenzo Villella per la vastità culturale dei temi trattati, per il linguaggio poetico con cui sono stati espressi, per la messe di citazioni che dimostrano un lettore assiduo e attento, per l'intellettuale, insonne ricercatore.

   Personalmente l'amico Vincenzo Villella - credente - deve fare una scelta di campo davanti al bivio delle opzioni: essere per Cristo, Verità e Vita, aiutando altri verso questa direzione. In verità "L'approdo" è su questa linea.

 

*Vincenzo Rimedio, vescovo emerito di Lamezia Terme.


PREFAZIONE di Mons. Armando Augello a Labirinti della vita Lbirinti del Sacro

 

   Con "Labirinti della vita Labirinti del sacro" Vincenzo Villella riprende in edizione ancor più problematica e puntuale la precedente sua opera "Camminare pregando".

   Già questa lasciava intravedere insieme la gioia e la fatica di assumere la complessa esistenza storica secondo il simbolo suo reale del "fare strada" (= camminare, un susseguirsi di passi), ma cogliendone in un continuo atteggiamento interiore l'ultimo significato e fine nella viva relazione con Dio (= pregando, gerundio), laddove il "pregare" riconosce e accetta tutta la libertà di Dio nella sua differenza.

   Ora questa seconda opera considera come il camminare si snodi nella complessità e difficoltà di "labirinti" vuoi della "vita" vuoi del "sacro".

   Da subito notiamo la formulazione del titolo al plurale "Labirinti", ripetuto davanti a "...della vita... del sacro" senza congiunzione alcuna, per cui sono possibili tutte le ipotesi: labirinti coincidenti o distinti? Configurazione di "labirinto" della vita dovuta alla realtà complessa della vita in se stessa o alla sua relazione col sacro? E, anche per la sua relazione col sacro, come è inteso il sacro e come la stessa relazione? O invece il sacro niente altro sarebbe che la vita nell'assolutezza del suo valore e nel componimento del suo ultimo fine con vittoria sulla morte, per cui sarebbe la vita la ragione della sua sacralità, senza necessità del valore ad essa aggiunto del sacro quale che sia?

   Rileviamo comunque alcuni dati: da una parte percepiamo il dato dell'autoaffermazione della vita come tale con carattere di immediata assolutezza; dall'altra avvertiamo anche il dato altrettanto immediato del suo rinvio oltre se stessa, non solo per la compresenza tra il sussistere e il mutare-rinnovarsi e il decadere, ma molto più per la differenza che al suo interno rivela la sfera della coscienza, la quale a sua volta rinvia anch'essa oltre se stessa.

   Nei termini classici, il problema è l'esigenza della trascendenza e dei rapporti che essa intrattiene con l'immanenza: la prima assorbita nella seconda, quasi una sua espressione? O separazione totale e insuperabile tra esse per cui l'immanenza sarebbe in definitiva votata al nulla? O relazione, e di che genere tra le due? O trascendenza anche in senso di Soggetto personale (Dio), e con quale volto, con quali relazioni con la nostra soggettività?

   Certo ci rendiamo conto che il Soggetto personale trascendente non può essere diluito nella ragione storica dei diversi secoli della umanità e neanche nella permanente riflessione religiosa delle varie religioni.

   Nasce anzi l'interrogativo se, nella sua differente entità, si riveli di sua iniziativa e in quale modalità e a quale fine. Così la fede ebraico-cristiana accoglie una rivelazione che non è di sola gnosi del mistero e della sola volontà e provvidenza o del solo giudizio del trascendente divino, e simili, ma che è anzitutto di presenza e comunione nel dono che Dio Padre fa di sé nel Figlio suo e nel comune Spirito di amore e di vita.

   Tale problematica non nasce artificiosamente a tavolino, ma nella passione tragica di un vissuto di cui si avverte la potenziale bellezza e gioia, messa però continuamente alle sbarre. È da esse che la storia cerca di uscire con la poesia.

   La poesia di Vincenzo Villella, sia come tale che nei suoi contenuti, per nulla è o intende essere evasione o illusione; essa al contrario è voce del desiderio e della speranza, talvolta anche dell'attesa e della certezza che il volto trascendente della immanenza sia costituito dal suo intimo legame col Trascendente, libero di rivelarsi e donarsi.

   Villella rileva in merito la decisiva importanza sia della ricerca sulla vita nel suo valore, sia del fatto che essa avvenga in "labirinti", connessa la problematica se la ricerca nel labirinto sia dovuta alla vita in sé o ai limiti della natura umana nel comprenderla, o al suo rinvio ad altro-ALTRO, o a tali fattori insieme.

   Se di per sé e a prima vista il labirinto sconcerta, tuttavia si rivela un dato positivo perché rivelatore della grandezza della vita e delle persone alle quali è dato viverla: è esso stesso manifestazione della identità dell'essere, da capire, assumere e valorizzare, lungi da quelli che sono i veri atteggiamenti nocivi alla vita quale la pretesa di possedere tutto, anche l'eventuale SOGGETTO TRASCENDENTE, nei nostri concetti e nelle nostre varie forme di potere. Da qui l'obbligo e l'onestà del "silenzio" quale fondamentale saggia ermeneutica per accogliere primariamente l'armonia come dato e la sua eventuale inerente sapienza e bontà. È sul rispetto di essa che la nostra libertà è chiamata a costruire le nostre innovative armonie, evitando di rendere deserto l'Eden originario che ci fu dato in cura: il "deserto" va abitato come simbolo reale del nostro essere deserto dell'altro-ALTRO che si manifesta e dona, anziché deserto come distruzione di quanto ci è stato affidato.

   In tale visuale anche il limite e perfino il dolore riscoprono il loro aspetto positivo in quanto finestra e appello che siamo chiamati ad impegnare. Individuare, mirare e valorizzare il nostro originale "esserci" diviene determinante: esso è costituito dalla libertà e dagli interventi liberi di ognuno col volto della più autentica novità creativa, la creatività cioè della libertà di amare o di negare la vita, di crederla o di sfiduciarla, di farla fruttificare o di frustrarla.

   La nostra libertà dovunque esercitata, fosse anche nella più solitaria delle immanenze, o nel vuoto che attende e nel grido che dispera, costituisce sempre un novum originario: essa smuove le libertà altrui e orienta alla trascendenza la stessa immanenza. E, quand'anche la fede sembrasse ripiegarsi e risolversi in se stessa, non sarebbe tautologica perché in sé crede il novum che si attende da sé e dagli altri.

   Nessun limite, neanche la morte fuori di noi, può fermare la nostra libertà; neanche il labirinto che di limite in limite diviene luogo di più affermata libertà. Tanto meno la libertà di uno può fermare quella di un altro la cui sorgente è indisponibile: essa con l'amore e il dono di sé può operare anche nel nulla e nel rifiuto.

   La vera ricerca è della libertà nel labirinto dell'incontro-scontro delle innumerevoli libertà; e il limite più limitato è la scarsa coscienza della trascendenza della nostra libertà sorgiva pura che è quella di amare; è il bisogno-desiderio di essa che in verità qualifica la ricerca e solo essa libera dal labirinto pur rimanendo nel labirinto della vita.

   È tipico e solo della trascendenza della pura libertà saper vivere l'immanenza anche la più attanagliata e schiva, come è tipico della luce affrontare le tenebre.

   Vincenzo Villella sarebbe potuto rimanere il noto storico di eventi umani, non certo solo documentario di essi. Egli, infatti, è sempre attento a interrogarsi sul dramma della libertà umana che in essi si consuma tra infinita sua apertura e amare delusioni, tra meravigliose possibilità di scelta e impensate fragilità e contraddizioni.

   Senonché, attraverso la poesia, di questa stessa storia si incarica di discernere e decodificare le istanze e le potenzialità inar-restabili degli spiriti liberi, nella coscienza che il loro partner vero non può essere la decadenza o il nulla, ma necessariamente un SOGGETTO TRASCENDENTE PERSONALE comunemente denominato Dio.

   La poesia in fondo è fede e preghiera, quand'anche la si voglia dire laica rispetto a quella confessionale. Su questo terreno Villella si riscopre compagno di labirinto di ogni uomo che ha a cuore se stesso e di Chiunque e del Tutto con cui gli è dato di relazionarsi in libertà d'amore.

   Non solo. Se si colgono il sottofondo e gli orizzonti che nutrono la sua opera, ci si accorge ben presto che la sua poesia non è solo proiezione della potente libertà dell'uomo alla porta dell'AMORE, ma anche speranza che l'Amore, pur nel labirinto, ci raggiungerà. Egli lascia trapelare la sua formazione alla sorgente della FEDE RIVELATA cristiana, secondo cui è l'AMORE che cerca e raggiunge noi.

   A definire tale fede rivelata è appunto il fatto che l'AMORE ci raggiunge e vive con noi nei labirinti della vita già sacri e che egli rende sacri della sua santità. La fede dei cristiani è nella rivelazione del SOGGETTO TRASCENDENTE incarnato nel labirinto della vita quale reale labirinto del sacro, nel quale egli stesso accetta di essere limite sino alla morte, anche con scandalo della ragione.

   In tal senso davvero non esiste spartitraffico tra autentici credenti e non credenti: gli autentici credenti sanno che la loro fede è sempre a rischio, come gli autentici non credenti sanno che la possibilità di credere è insita nel loro stesso continuo decidere. Il problema è restare nel labirinto, il procedere tra limite e limite quale che sia, scoprendone la metafisica valenza di apertura dell'amore all'AMORE, della libertà alla libertà sino alla Libertà pura dell'Amore puro.

   L'autentica libertà anzitutto del SOGGETTO TRASCENDENTE AMORE, come anche di noi soggetti in relazione con lui, non opera secondo il sistema dei rapporti vigenti nella fisica, chimica e biologia, ma nei vuoti da colmare e nelle ferite che le nostre false libertà hanno generato, nella stessa morte, a cui abbiamo condannato l'amore, per risorgervi dentro.

   La poesia genera e canta l'amore nell'odio e la preghiera loda l'abbraccio del Crocifisso inchiodato dal peccato da cui per ciò stesso libera.

   Noi avremmo preferito che Dio, anziché prevedere che il Figlio scendesse nei nostri labirinti per poi inneggiarlo sulla croce, avesse fatto salire noi dai labirinti alle stelle e cantare la poesia dei cicli!

   Il Dio dei cristiani ha fatto la sua scelta, e avrà avuto i suoi buoni motivi per farlo.

   È soprattutto qui che ci giochiamo la libertà come libertà della fede quando Dio stesso preferisce abitare le situazioni di peccato e di morte pur di stare con noi; è la fede rivelatasi fondata sull'AMORE simpliciter che noi grati possiamo solo accogliere e vivere consapevoli che i nostri linguaggi non riescono a definirlo. Finisce per essere volontà e certezza di vita che il suo dono, pur dato a noi, rimanga sempre "in principio".

   Il sogno che Vincenzo Vincila nutre del ritorno alle origini non è per negare la storia, per quanto tragica, ma per fondare nella fede la speranza che, soprattutto nella fine-finalità per-mangano attive le origini che riposano in "Dio (che è) amore... (che) ci ha amati per primo (I Giovanni 4,8.16.19. Il sogno di "credere l'AMORE" (4.16).


 

DALLA STORIA ALLA POESIA IL SENSO DELLA VITA E LA RELAZIONE PROBLEMATICA CON DIO

di Carmine Chiodo*

   Vincenzo Villella è un bravo storico (ha fatto studi importanti sulla storia calabrese sconosciuta) e poeta. Della sua raccolta poetica "Camminare pregando" ha scritto la prefazione il compianto Antonio Piromalli il quale mette in evidenza il fatto che l'uomo proposto da Villella "non è un essere astratto, il tomista, il puro cartesiano, ma quello che mantiene il profumo della memoria, della storia, del passato, dell'esperienza individuale, del vissuto con tutto il suo peso e il suo spessore."

   Piromalli pubblicò questa sua 'Presentazione" delle poesie di Villella sulla rivista RINASCITA Sud (n. 2, marzo-aprile 1994) col titolo "Premessa alle poesie di Vincenzo Villella".

   Orbene lo stesso Villella afferma che non ha mai voluto comporre versi, poesie ma riflessioni "senza alcuna intenzione di pubblicarle, anche perché datate".

   Invero si tratta di poesie molto belle e piene di alto valore umano e l'autore ha fatto bene a renderle note. Si tratta di poesie piene di riflessioni sincere. Sono versi da ammirare: "Non puoi startene/chiuso nella tua torre d'avorio/ad ignorare il mondo/che si sfalda/tra le mani dell'uomo./Ogni parola ha degli echi,/ogni silenzio anche" ("Il ruolo dell'intellettuale"); "Ogni giorno/siamo testimoni/delle stragi/compiute da belve/ e draghi apocalittici./Senza una fede forgiata nella sofferenza/perderemmo terreno/in questo oceano/di terrori" ("Belve", p. 42).

   Ogni poesia poi presenta dopo un brano delle frasi che illustrano, o meglio inverano, concetti, pensieri, riflessioni contenuti nel componimento stesso. Si tratta di brani stesi da autori quali David Maria Turoldo, Joachim Fest, George Brevelyan, Giorgio Tourn, Rocco Brienza, Baruch Spinosa, Albino Pierro, Abba Sisoes, ad esempio.

   Comunque queste belle e toccanti poesie di Villella sono riuscite per temi e stile, lingua molto spontanea e immediata. Ecco, ad esempio: "Chiudo gli occhi/per trovarlo (Dio), luce interiore/nel fondo dell'anima. Dio è in noi/o da nessuna parte" ("Messa solenne", p. 56).

   Dopo questi versi ecco riportato un pensiero di Pierre Teilhard de Chardin: "Più discendo in me e più trovo Dio nel cuore del mio essere. Più moltiplico i legami che mi attaccano alle cose e più da vicino mi stringe Dio, Dio che persegue in me un'opera lunga quanto la totalità dei secoli".

   Ciò che mi affascina di queste profonde poesie-pensiero di Villella è il linguaggio semplice e naturale con cui vengono espresse riflessioni, emozioni, stati d'animo, pensieri attinenti all'uomo e al divino. Ecco un altro esempio: "La nostra ricerca/non ha fi-ne/perché non possiamo/competere con Dio" ("Cercare l'ignoto", p. 57). E dopo la poesia ecco il pensiero, questa volta di Bhagavad-Gita: "L'uomo viene dall'ignoto e corre verso l'ignoto. La vita è soltanto un breve tratto": e poi un altro, questa volta di Abba Sisoes: "Cerca Dio, ma non cercare dove abita". Ecco ancora Villella: "Ho sentito/che in Europa/è caduto un muro./Non mi sono mai piaciuti/i muri/da noi cadono le case/e gli esseri umani,/ a grappoli./ Per salvare la democrazia,/dicono" ("San Salvador 1990, p. 40).

   E infine: "Abbiamo perso il diritto/verso l'intimità./Di fronte a noi/sogni di malato,/paradisi artificiali,/tentazioni dissolventi" ("Intimità", p. 34). Qui viene citato Martin Buber: "La vita effettiva è incontro".

   Bastano queste poche citazioni che ho fatto fin qui per capire che tipo di poeta è Villella: poeta di sostanza e di pensiero, di un pensiero umano e religioso, e ciò mi pare la caratteristica di fondo della silloge poetica che sto analizzando.

   Villella è un poeta da leggere e da meditare in quanto ha veramente qualcosa da dire e lo sa dire con versi profondi e cristallini. Nessuna punta oscura, nessuna divagazione o considerazione cervellotica in questa poesia di Vincenzo Villella dal limpido dettato. Poesia che scaturisce da intime convinzioni, da emozioni vere e sincere; poesia che mette a nudo l'anima, l'io dell'Autore che è amante della verità, di quella verità, come si dice in una poesia intitolata "Verità" appunto, "amara e crudele./Distrugge il bello,/incute timore./Bisogna guardarla in faccia/per non disperare/della verità,/per non morire/attraverso il conoscere./ Quante verità/può sopportare un uomo?" (p. 37); e viene citato, tra gli altri, Miguel de Unamuno: "Vivere della verità anche se si deve soffrire"; ma prima viene citata Simone Weil: "Non si entra nella verità senza essere passati attraverso il proprio annientamento; senza averlo aggiogato a lungo in uno stato di estrema umiliazione".

   Villella guarda in faccia la vita, l'uomo, la storia, il tempo in cui viviamo, i suoi avvenimenti e i fatti, e poi ci dà belle e vere, toccanti e vibranti poesie: "L'ultima farfalla/è stata avvelenata./Ora il giardino/diventerà un deserto" ("Deserto", p. 36); "Il presente/ è incompiuto/ o non riducibile a ciò che appare. /Stato di emergenza/mai finito./Impossibile/qualsiasi vittoria storica" ("Il presente", p. 25); e qui viene citato il grande poeta lucano Albino Pierro: -Un più vasto silenzio ci attende: avremo per compagni astri fermi e comete in corsa, la nuova parola sarà il silenzio". Ancora: "Sedici anni/compiuti oggi./Il male incurabile/che non ho cercato/mi corrode/in questo letto/di morte./ Perché io?/I miei amici/ sono tutti in discoteca" ("Perché io?", p. 47). Viene citato, per contrappasso, un pensiero di Paul Gehhardt: "Ogni qual volta invoco e prego, tutto si fa più lieve".

    Ancora Villella: "A milioni vivono, una vita che non è vita,/ a milioni, sacrificati/agli idoli del denaro/ e del potere./Se Dio è il vivificatore,/o si è allontanato dagli oppressi/oppure esistono altri poteri/di morte/potenti come Lui" ("In questa valle di la-crime", p. 43).

   Ancora Villella: "Piccolo lago silano,[... i; tutto accogli,/tutto registri/nelle tue profonde/intimità nascoste:/i gemiti del mondo,/tremori oscuri,/metropolitane affollate,/mendicanti sui sagrati delle chiese,/tanfo d'ospedale,/siringhe nei parchi/ e davanti alle scuole,/genocidi di Jugoslavia/stermini d'Etiopia/politici ladri,/exstasy nelle discoteche,/disoccupati disperati,/targhe alterne nelle città,/profilattici nei portafogli,/bambini in provetta,/animali e, forse, uomini donati/. Lago vivo e profondo/della mente,/dove andrà a finire/il mondo? ("Piccolo lago silano", p. 45).

   La silloge poetica "Camminare pregando" è composta da quattro parti che rispettivamente s'intitolano: "Camminare pregando", -L'aceto del Golgota", "L'Eterno cercare", "La Luce".

   Orbene queste quattro parti sono ben fuse tra di loro e ci danno una poesia limpida, chiara, senza sbavature in cui si nota sempre la tensione, la ricerca, la mente dell'io poetante, un io poetante che ama "l'Intelletto supremo", che è consapevole della condizione umana "disperata", ma "ci sentiamo interni/ad un disegno divino,/non abbandonati,/anche se incapaci/di darci una ragione/del male che ci affligge" ("Disegno divino", p. 70); e un io convinto che "saremo fratelli di luce,/disincarnati,/oltre il muro della materia "(Vedi 'Luce', una delle migliori poesie della raccolta). In fondo siamo "fotoni eterni/ad illuminare l 'infinito".

   Da Dante a Luzi la luce ha avuto grandi e splendidi cantori. La luce è presente e non può ovviamente non essere presente anche in Vincenzo Villella: "Luce da luce,/ardiamo in terra/proiettati/verso un amore immenso./Chi ama/è già nella luce" (Luce', p. 68). Splendido il verso che chiude la poesia e poi ecco il pensiero che val la pena di trascrivere, del già nominato Pierre Teilhard de Chardin: "Chi ama me ama tutte le cose; l'universo mi dà colore e mi avvolge con una splendida veste. Io sono il tuo volto e il suo sguardo. Chi mi trova ha trovato la vita".

   Poesia religiosa anche questa di Villella in cui anche il dolore è 'luce' di fronte al "dissolversi/della vita". Ed essendo pure religiosa, la poesia di Villella include versetti, pensieri biblici od evangelici: "Beati quelli che piangono/perché saranno consolati" ("Al di là", p. 71). Ed in epigrafe ecco il Salmo 18,37: "Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato." E ancora: "Cercate e troverete;/bussate e vi sarà aperto"; "liberaci dal male" ("Il male", p. 59). Addirittura la parte quarta della silloge porta come incipit Sap.3, passim: "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio. Per una breve pena riceveranno grande beneficio. Nel giorno del loro giudizio, risplenderanno come scintille nella stoppia, correranno qua e là".

   Poesia di luce pure questa di Villella, una luce che è presente nella quarta parte della silloge che si intitola appunto "La luce": "Così per sempre,/in un mondo senza tempo/e di sola luce. /Vita buia, senza cielo,/non profanare la mia fantasia" ("La mia fan-tasia", p. 72).

   C'è anche lo "stupore luminoso" che prende il poeta "di fronte all'infinità cosmica" ("Vertigine del nulla, p. 65).

  Da queste limpide poesie di Villella traspare la sua sensibilità e vasta cultura che alimentano una poesia originale, sorretta da un pensiero profondo che scava nell'uomo, nella sua vita e nel divino, nel luminoso, in Dio. Poesia ancora questa di Villella della presenza divina. Al riguardo riporto un ottimo e condivisibile giudizio espresso nella Postfazione a questa silloge da Francesca Ferragine la quale scrive: "La scrittura lineare ed efficace, densa di armonie, trattiene ancorati la nostra partecipazione ed il nostro interesse, conducendoci nella profondità del mistero. Di tutto questo ci sentiamo di ringraziare Vincenzo Villella, di aver tradotto in una poesia lieve e pulita l'imprescindibile presenza divina; di averci dimostrato in prima persona e con appassionato coinvolgimento quanto Dio ci sia in ogni attimo, in ogni gesto, financo in quelli più umili e 'sporchi', dove dell'oro dei tabernacoli è difficile trovare traccia" (p. 78).

   Poesia molto intima e nello stesso tempo umana, religiosa (lo ribadisco, di una religiosità molto sentita e sincera): "Superare lo scandalo dell'esistenza,/entrare in comunicazione col vero./Salire sul monte/ a pregare/rende la vita/un atto di fede" ("Salire sul monte", p. 75); e poi il poeta si sente "all 'unisono con l'anima cosmica": "Silenzio/di chiaro di luna:/sento che tutto/partecipa/alla fiammata/di una stessa fiaccola di vita./Anch'io/, all'unisono/con l'anima cosmica" ("Chiaro di luna", p. 72).

   Non ci è dato leggere nella poesia contemporanea versi come i seguenti: "Gli ultimi/della storia/cercano ancora/la terra promessa./Davvero saranno/i primi?" ("La terra promessa", p. 55). Ancora: "Essere felice,/privilegio raro,/misterioso,/non ne-cessariamente/riservato alla virtù./Il tuo sorriso,/breve momento luminoso/in cui ho saputo/d'esserlo" ("A Rosetta", p. 23).

   E prima in "Mandorli in fiore": "Distesa/di mandorli in fiore,/corteggiati/dai capricci del vento/e dalle corse bizzarre/delle nubi./ Nella contemplazione/colgo i ritmi profondi/della natura/ e mi rigenero/in questo movimento/della vita universale" (p. 23).

   La poesia di Villella si innalza dalle cose terrene al divino, a Dio che è luce, 'Intelletto supremo'. Poesia che si basa sulle ri-flessioni che attengono al cammino umano, dell'uomo sempre alla ricerca di un altrove. Con la memoria il poeta compie il suo viaggio dalle cose terrene allo spirito, alle cose spirituali, ai grandi personaggi dello spirito: "Piccola donna,/fragile e santa/che baci le piaghe dei lebbrosi./La tua nuda povertà/mi rivela/la qualità pura/dell'essere umano./In questo tuo/paradiso severo/ritrovo/un 'idea dell 'uomo, anteriore all 'era/dell 'uomo colto" ("Madre Teresa di Calcutta", p. 64).

  Umano e divino sono fusi e Villella partecipa dell'uno e dell'altro e ci dà nello stesso tempo una poesia limpida, ben articolata, ricca di alti valori umani e spirituali, e ciò non è poco per un poeta.

Ben vengano queste poesie che mostrano pure la sensibilità, la cultura di un uomo che tenta di scavare nell'essenza umana e nel divino, nel religioso.

 

*Carmine Chiodo Università degli studi di Roma Tor Vergata" Dipartimento di beni culturali, musica e spettacolo.


    Nel corso dell'attività di ricerca storica, Villella ha potuto riflettere sugli atteggiamenti dei diseredati, degli scartati  e delle collettività abbandonate a se stesse di fronte alle difficoltà dell'esistenza: Hanno notizia/della marcia travolgente/del mondo/e sanno che si fa a loro spese./Per loro la storia è degli altri/e va/contro la loro vita. (Camminare pregando, Poveri pag. 16)

   Ecco allora la sua prima raccolta di poesie, Camminare pregando, profondamente pervasa da un sentimento religioso, che si caratterizza come ricerca della Verità in interiore homine.

   Tale ricerca potrebbe sembrare estranea alla prevalente attività di storico di Villella, mentre al contrario è proprio da qui che essa nasce e  si rafforza.

   E' da credere infatti che lo storico-poeta Villella, alla luce delle vaste conoscenze assimilate, si sia accorto della fragilità delle sue convinzioni religiose, inculcategli ancora in tenera età dai genitori, dalle pietose suore che lo protessero e lo aiutarono nonchè dai suoi precettori presso l'Istituto dei Tommasini a Torino, ed abbia così voluto sottoporle ad un processo di verifica, usando - mi parrebbe di dire un po' grossolanamente, perché in realtà il processo di revisione di Villella è molto di più sottile e profondo - una pars destruens in cui si avanzano dubbi, incertezze e tutto ciò che apparentemente contrasta con la teologia del Cattolicesimo, per procedere poi con la pars costruens all'unica certezza possibile: Condizione umana/ disperata,/ingiustizia del mondo,/cecità del destino. /Ci sentiamo interni/ad un disegno divino,/non abbandonati,/anche se incapaci/di darci una ragione/del male che ci affligge.// (Camminare pregando. Disegno divino) p.70

   Si tratta dell' imperscrutabile disegno divino  che comprende gioie e dolori, ricchezza e povertà,vita e morte.

   A Camminare pregando segue una seconda silloge strettamente legata alla prima, Labirinti della vita Labirinti del sacro, dove il poeta riconosce che il camminare lungo la strada della vita e della fede, che comunque non sono separate ma sovrapposte, comporta difficoltà enormi, per cui l'uomo si trova sovente irretito in veri e propri labirinti che lo costringono a porsi continuamente la domanda: perché la vita deve essere un cammino così difficile per l'uomo, che Dio ha creato a sua immagine e somiglianza?  Tale domanda comporta una infinità di risposte tutte egualmente inadeguate (labirinti).

   L'uomo non saprà mai che cosa Dio farà di lui, ma deve sapere ciò che egli deve fare per cercalo e unirsi a Lui. La via da seguire è quella di andare avanti, malgrado i labirinti che lo intrappolano: l'uomo può cadere cento e cento volte, ma deve sempre rialzarsi e combattere con lo sguardo rivolto sempre a Dio. Deve camminare pregando.

  Dal punto di vista formale, i versi di queste poesie sono limpidi e lineari, privi di fronzoli e abbellimenti stilistici che mal si sarebbero adattati ad un tema così alto.

 

Webmaster Aristide Caruso


 

NB. Per motivi tecnici non  ho potuto inserire contributi critici presenti in appendice  all'opera Labirinti della Vita  Labirinti del sacro, tutti egualmente eccellenti. Mi limiterò ad indicarne l'elenco qui sotto:

S.Mastroianni Anche gli storici hanno un cuore P. Falvo Storicità e metafisica dell'umano T. Coltellaro Camminare e pregare per dar voce al linguaggio dell'anima A. Bagnato Alla ricerca del senso della vita e della verità oltre la foresta delle fedi R. Andricciola La poesia come itinerario di chiarificazione interiore B. I. Aiello La libertà di cercare Dio C. Dromì Dalla storia alla poesia per entrare in comunicazione col vero P. Luzzo Cercare e scrivere con tutto se stesso e organizzare la profezia

 

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 Aggiornato il 30 . 09 - 2017

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