Vittorio Butera

  

 

  1877 - 1955

"C'è in lui, accanto al mondo che fustiga,   un contromondo preciso, che in Trilussa non è dato trovare: pago,  questo poeta,  del suo scetticismo mondano,pago di prendere in giro chi si dà delle arie, di svelare i trucchi e i sottofondi dell' esistenza,di mostrare che egli non si fa gabbare dalle apparenze, dalle parole dei politici, di tutti i politici.  Butera invece prende energicamente sul serio la sua materia, difende i valori in cui crede, di fermezza, di fedeltà, di disinteresse; non fa politica, nel senso spicciolo della parola, perchè in lui la politica si converte in morale".(Dalla Prefazione di UMBERTO BOSCO al volume VITTORIO BUTERA -  EDITRICE MIT- Cosenza, 1978)

 

 

 

Home

 

Biografia

 

 

 

 

Opere

 

Critica

 

 

Poesie

     

 

 

 

Bibliografia

 

 

 

 

Fotogallery

 

 

 

Conflenti Storia

 

 

Dove siamo

 

 

 

 

Link


 

 Critica

 

 CALABRESITA' DI BUTERA

 DI

UMBERO BOSCO

 

     Vittorio Butera ha scritto duemila poesie in dialetto; ne ha pubblicate cinquanta. Ha cominciato a scriverle nel 1921, quando aveva 44 anni;il volume che le raccoglie ( e che ora si ristampa}è del 1949 : perchè si decidesse alla pubblicazione ci son voluti, dunque, quasi trent'anni. . Io stesso son testimone di quante insistenze, mie e di molti altri,ci vollero perchè Butera si risolvesse. Leggeva volentieri le sue poesie, questo sì: ma in gruppi di amici, o dinnanzi a ristretti uditori,confidando che gli amici sarebbero stati indulgenti perchè affezionati a lui, come lui era affezionato a loro; ma temeva che le sue poesie reggessero male a una lettura riposata e distaccata di estranei.
     Quale serio concetto dell' arte poetica avesse questo ingegnere-poeta, quale fosse la sua probità di artista, testimoniano altri fatti: la rinuncia totale, nel libro, alla facile giocoseria,al semplicemente divertente,al doppio senso, anche all'innocente gioco di parole, per non parlare dello scurrile, risolutamente bandito nonostante gli illustri precedenti. Addirittura: anche se Butera ha forse scritto qualche poesia d'amore, nel libro non ce n' è nessuna, neppure castigatissima. Rinuncia,dunque, alle facili vie; come anche reiezione del falso-ingenuo, del falso-popolare. Butera non è un raffinato, ma non è neppure un istintivo. Si consideri la composizione del suo libro: 10 canti, cioè liriche, e 40 cunti, cioè favole: numeri bassi e tondi che ci dicono della meticolosità della scelta, della cura nella strutturazione. E infine, della probità dell' artista ci resta un' altra testimonìanza, infallibile: gli autografi, zeppi di correzioni, di pentimenti, di ritorni: il nostro, come tutti i veri poeti, conquistava con lunga fatica la sua apparente scorrevolezza.  A far che Butera scoprisse le possibilità del dialetto fu decisivo l'incontro con Michele Pane,il maggiore dei poeti calabresi dialettali contemporanei; il quale scriveva non solo in calabrese, ma addirittura nel dialetto dello stesso paese d' origine di Butera, Conflenti. Ma Pane giunge a questa poesia nel linguaggio del suo paese e della sua infanzia come a un mezzo per tornare in quello, di rivivere questa: lui vecchio e stanco emigrato in America: espressione, dunque, di nostalgia e mezzo per raddolcirla: « dduve nasce, viatu chine more », è un denso verso dello stesso Butera, riferito a Pane. Le vicende umane del nostro poeta furono assai diverse; e comunque diversa la sua natura, assai più energica: egli deriva  dall' ammirato compaesano soltanto un qualche indulgere ai ricordi infantili, qualche intonazione elegiaca ( si veda soprattutto, in questo volume, la poesia che ha per soggetto proprio Pane, 'A staffetta): in genere, momenti del Butera meno felice. Il punto di partenza per il vero Butera è un altro poeta, Trilussa. Ma, come ora vedremo, il poeta romanesco è per Butera solo uno che gli addita la via; poi Butera la percorre con mezzi suoi, e giunge a risultati sui propri.

  * * *

     Ma prima bisogna che ci domandiamo di che qualità propriamente sia il dialetto di cui Butera si serve; e se l'uso di esso sia giustificato o no: se cioè sia una necessita connaturata all' essenza della poesia, o invece qualcosa di cui la poesia stessa  possa per avventura fare a meno.
     Debbo dire  che, calabrese di famiglia, di nascita e di prima educazione, assiduamente tornato in Calabria, io stesso per intendere Butera ho bisogno spesso del glossario. Il fatto è che io, vissuto,quand'ero in Calabria, in città e in ambiente borghese, possiedo un daletto povero, inquinato, anche nei primi anni, dall'uso consueto e poi sempre più frequente della lingua, diretto a esprimere idee e fatti culturali inesprimbili nel dialetto senza quegli inquinamenti; un dialetto, soprattutto, senza contatto con le cose. Butera invece, pur vissuto anche lui, dall'adolescenza in poi, in città e in ambienti parimenti borghesi, conservò in tutta la sua freschezza e ricchezza il suo dialetto d' origine, esenzialmente contadino. Ricco, e quindi assai concreto. Tra le pietre che un bambino tira per far cadere giù una pera dall'albero, Butera distingue, ad esempio ('V piru), il catiruollulu (ciottolo tondeggiante) dalla stacciola (pietra piatta). La lingua letteraria nazionale, a lui come a tutti i non toscani, avrebbe offerto  strumenti inadeguati al suo gusto dell'osservazione minuta e affettuosa. Spesso il vocabolo preciso contiene in sè stesso l'immagine visiva (Mamma Carmela) :
    
                                                                                         Jazza. Cchiù sta, cchiù jazza.
                                                                                         Cade ppannizziandu 'a nive 'ntuornu:

 

le falde della neve son così larghe che sembrano pannilini (pannizzi) che scendono e si stendono dolcemente sul suolo. La parola-immagine, che torna in altra poesia, è al centro della frase poetica: non so se sia stata inventata dal poeta o -che è lo stesso -da lui scavata ed enucleata dal seno d'un tessuto linguistico congeniale, tutt'uno con la poesia.
     Ciò porta a un'osservazione fondamentale: Butera,come qualche altro autentico poeta dialettale d'oggi (penso ad Albino Pierro, che scrive nel dialetto d'un paesino lucano, Tursi) non attinge a una lingua già formata, ma la crea lui. Il suo Trilussa aveva alle spalle, se non altri, Belli, al fianco Pascarella: attingeva a una tradizione consolidata; il suo linguaggio è in realtà una lingua letteraria illustre,che del resto egli di più in più avvicina alla lingua letteraria nazionale. Butera invece deve inventare lui la sua lingua, cioè far diventare articolata e regolata lingua, e lingua poetica, un linguaggio istintivo, letterariamente grezzo. Per dirne una, la sintassi dei suoi contadini, che egli aveva assorbita nell'infanzia, era naturalmente, semplice al massimo: il linguaggio di quei contadini, che tendono a colpire direttamente, col minimo spreco verbale, cose e sentimenti ben individuati, si articola per lo più -come quello di ogni altro contadino -paratatticamente. Butera piega questa paratassi al suo gusto di scrittore, dicevamo, energico. Per esempio: la nonna morta torna alla vecchia casa, vuol essere accompagnata in ogni suo angolo:


                                                                                           Ma cchiù gira
                                                                                           Cchiù suspira;
                                                                                           Cchiùd 'appura,
                                                                                           Cchiù si scura.

 

Sospira e si oscura in volto quanto più gira, quanto più si rende conto delle novità e dei cambiamenti: l'efficacia della strofetta deriva dalla sua energica semplicità, anzi dalla sua apparente schematicità. Sulla paratassi è fondato un intero epigramma, a mio giudizio perfetto ('U tirmomitru)

 

                                                                                            'Na stalla. 'Nu cavallu.
                                                                                            'Na gallina. 'Nu gallu.
                                                                                            Cavallu: - Chi patrune!
                                                                                            Le dera nu vasune -
                                                                                            'U gallu a ra gallina :
                                                                                             -'A manciatura è cchjna -.
                                                                                            Cavallu: -Cchi sciacallu!
                                                                                            Cchi puorcu! Cchi bbrigante! -
                                                                                            'A gallina a ru gallu:
                                                                                            -Manciatura vacante -.
    

       Quando non si serve della paratassi, Butera nventa una sintassi: non solo poetica, si badi, ma proprio linguistica. Naturalmente semplice-, sobria,scolpente, che serve bene al suo gusto che aborre (quasi sempre nelle favole; non così nelle liriche ) da lungaggini e sottolineature. Ciò gli sarebbe stato più difficile se avesse usato la lingua poetica tradizionale, con le sue clausole collaudate, che  s' impongono quasi inevitabilmente all'orecchio.

                                                                                                           * * *

Abbiamo così in parte risposto all'altra domanda essenziale, circa la legittimità, anzi la necessità, in Butera, del dialetto. Necessità, non pretesto per esibizionismi virtuosistici o espediente per squisitezze decadentistiche. Butera del resto scriveva quando ancora il dialetto non era stato utilizzato a questi scopi: d'altra parte, le sue letture sono evidentemente poche, tradizionali; si potrebbe dirlo letterariamente un ingenuo. Il fatto  è che gli animali o le cose delle favole di Butera  non sono generici, ma specificamente calabresi. O lo diventano, quando sono presi da Trilussa: e proprio il confronto è istruttivo a tal riguardo.
        Ecco qua, per esempio, La gratitudine del poeta romanesco (Tutte le poesie, p. 355). Un uomo (non individuato) mangia un pollo; il Cane e il Gatto aspettano le ossa che cadono nel piatto: il padrone le distribuisce equamente, metà per uno, ai due animali. Appena le ossa son finite, il Gatto si squaglia; il Cane resta, anzi fa festa al padrone, lo lecca « come un francobollo ». Per gratitudine? No: il Cane sa che il padrone l'indomani mangerà « certamente un altro pollo ». Un interno borghese, uno scetticismo morale forse divertente ma certo superficiale. Orbene: da questa poesia prende certo l'avvio Butera per il suo 'U piecuraru e ri cani; ma non più che il semplice avvio. Intanto, in apertura, un fresco quadretto agreste: le pecore meriggiano all'ombra; sembrano un bucato bianco steso sul prato ad asciugare :
                                                                                    'E piecure merijanu a 'nna manca,
                                                                                     E dde duve me truovu a re gguardare,
                                                                                     Paru na cista de vucatu janca,
                                                                                     Amprata supra l'erva ad asciucare.
 

     Un, vecchio pecoraio, Zio Francesco, vicino fontana cantante, si sgranocchia mezzo pane e un   po' di companatico:


                                                                                     Vicinu a 'na funtana
                                                                                     Chi càntadi a 'nnu friscu,
                                                                                     'Nu viecchiu piecuraru, zu  Francisu  
                                                                                     Ccu 'nn' ugna 'e calaturu,
                                                                                     Chianu chianu se sgrana 
                                                                                    'Nnu mienzu pane scuru.

 

      Il pollo dell'uomo di Trilussa è diventato quel mezzo pane; e l'attenzione del poeta non va tanto all'aspetto nero, alla qualità scadente del pane, che per un pastore calabrese è normale, ma alla sua quantità: la metà d'uno di quei grandi pani sfornati dai contadini calabresi; e, in con-trasto con essa, l' esiguità (un'unghia! ) del companatico. Eppure c' è chi invidia quel pranzo; chi si contenterebbe degli avanzi di esso. Gli affamati cani delle vicinanze, attratti dall' odore, accorrono immediatamente, come se fossero stati chiamati da un fischio abituale, e si schierano in ordine attorno a zu Francesco, ciascuno sperando che questi gli getti almeno un orlo, un'urra, di pane :  

                                                                                    Putenza de l' adduru ! 
                                                                                    Comu si 'nu viscune canusciutu  
                                                                                    L 'avèradi chiamati, a 'nnu minutu,
                                                                                    I cani d''o cuntuornu
                                                                                    Li si pàrano ntuornu
                                                                                    Ed ogned'unu aspetta
                                                                                    Si 'n'urra li nne jetta.

 

    Il quadretto dei cani in attesa, disposti in cerchio, attrae Butera, molto al di là delle necessità della « morale ». Quei cani, seduti sulle zampe posteriori dritti, sembrano al poeta, immobili come sono, statue di evangelisti intorno a un altare.Il poeta gode di guardarseli e lo dice:

 

                                                                                   Iu me ricriju a rre gguardare. Paru
                                                                                   'Nna murra 'e Vancilistri
                                                                                   Avanti de' n'ataru.

 

      Ne descrive alcuni: un canino rosso che si lecca la bocca e inghiotte a vuoto:

 

                                                                                   'Nu caniciellu russu
                                                                                   Quattru passi distante,
                                                                                   Se fa ogne tantu 'na liccata 'e mussu
                                                                                   E nnùcedi 'mmacante;

 

una cagnetta che pulisce la terra dietro a lei con la coda che agita ansiosamente :
                                                        

                                                                                   'Na cagnola vicina
                                                                                   S'è 'nculacchiata 'nterra;
                                                                                   A' cuda le rimina
                                                                                   E nnittija ra terra
                                                                                   Cumu 'na scupettina;

 

la testa nera d'un altro cane annusa e manda un lamento:

 

                                                                                  'Nu cruozzu 'e pilu scuru
                                                                                  Annasca ed ogne tantu
                                                                                  Cce jetta nu languru
                                                                                  Chi pare propriu chiantu.

 

     Prevale in questi quadretti il sorriso, il compiacimento di osservare e descrivere: « me ricriju a re gguardare ». Ma sotto a quel compiacimento c'è qualche altra cosa. Il pecoraio non si preoccupa minimamente se le pance degli altri siano mosce o sazie; scaccia i cani con mala grazia:

                                                                                  Ma Ciccu, chi 'u se sturde
                                                                                  Dde panze musce o vurde,
                                                                                  Mancia e, ogne ttantu, fa
                                                                                  Ccu mmala grazia: zàa!

 

    I cani calabresi son troppo affamati per curarsi della mala grazia e delle minacce: si girano e rigirano, ma non se ne vanno. Ancora sperano:

                                                                                  I cani, ammillazzati,
                                                                                  Se vòtanu, se giranu,
                                                                                  Cumu tanti stunati;
                                                                                  Ma nullu si nne va;
                                                                                  Ancòre cc' è spiranza
                                                                                  De se vurdare 'a panza.

 

     Ma ecco che infine Cicco si sente sazio; gli avanza, sì un un po' di pane, ma non gli passa neppure lontanamente per la testa di darlo ai cani; lo ripone gelosamente. E allora i cani, perduta ogni speranza, dileguano anzi spariscono:

                                                                                  Ma quannu, saziatu,
                                                                                  Ciccu, a ru tascapane
                                                                                  Se stipa ll'urra 'e pane
                                                                                  Chi ancore l' è ristatu,
                                                                                  I cani tutti quanti
                                                                                  Le pèrenu d'avanti.
                                                                                  Finita è la spiranza
                                                                                  De se vurdare 'a panza!

 

     Qui non solo è dimenticata la facile « morale » trilussiana (la falsa gratitudine ), ma anche la morale di Butera, del resto assai labile, è sopraffatta dal gusto descrittivo del poeta e dalla suggestione  che esercita su lui la fonda amara realtà sociale calabrese. Non per nulla Butera pone questa poesiatra i suoi canti, non tra i cunti. Una realtà calabresemente ,sentita come ineluttabile, sofferta perciò senza ribellioni: anche per questo, oltre che perla sua legge di sobrietà, il poeta, partecipe di quella realtà,non protesta, neppure commenta. Registra il conflitto di due 'miserie tra loro : la miseria propria è tale che vieta persino ogni generosità, ogni comprensione per la miseria altrui.

     I benestanti animali di Trilussa diventano nelle pagine di Butera animali semplicemente affamati: possono giungere al delitto, magari al tradimento, ma generalmente perche' spinti dalla fame, dalla necessità pura e semplice di sopravvivere. Morte tua, vita mia: la mosca « mu s'abbusca -Ru pane e ru cumpane », va a caccia di creature più piccine di lei, e distrugge un'intera « caruana » di microbi; ma poi incappa nella rete d'un ragno, che si lancia, l'acchiappa, ne assapora il sangue per mezz'ora. Ecosì via; un merlo mangia il ragno, un falco piomba sul merlo e ne fa strazìo: il poeta sottolinea la crudeltà di questo come di tutti gli altri animali:

                                                                                     'U vide. Mperna. Scinne.
                                                                                      L'acchiappa ppe' ru cuollu,
                                                                                      Li se 'ncatrizza  ncuollu :
                                                                                      Vola 'na neglia 'e pinne.
                                                                                      'U  saglie 'nn' aria. 'U porta,
                                                                                      Ccumu 'na cosa morta,
                                                                                      A 'na pardiu de tana
                                                                                      Cientu miglia luntana.
                                                                                      E llà, l'uocchi le spulla 
                                                                                      Le scippa re stintina,
                                                                                      Le suca ra midolla,
                                                                                      Nne fadi 'na ruina.
                                                          

     Ma il falco è a sua volta afferrato e straziato Ma il falco è a sua volta afferrato e straziato dall'aquila. Anche l'aquila non ha nulla di regale; afferra il falco per portarlo ai suoi quattro aquilotti affamati: quattro colli tesi, quattro becchi spalancati:

 

                                                                                         a qquattru mpisi
                                                                                        Grattati  de picc;iuni
                                                                                        Chi, tannu tannu nati,
                                                                                        Aspettano, dijuni.
                                                                                        Ccu qquattru cuolli tisi
                                                                                        E qquattru pizzi ancàti. 

 

     Poi l'aquila è uccisa da un cacciatore, e questi da un microbo: il cerchio si richiude: la vicenda è eterna. Anche qui, al di là della scontata «morale», è di scena la fame, e le atrocità a cui essa induce.Questa inopprimibile calabresità di Butera si vede bene persino quando il poeta non prende semplicemente lo spunto da Trilussa, ma addirittura lo traduce (le traduzioni, o meglio variazioni-, sono inedite tra le molte carte da lui lasciate ). Per esempio, Trilussa aveva scritto (Er cervo, in Tutte le poesie, p. 655) :

                                                                                        Un vecchio Cervo un giorno
                                                                                         sfasciò co' du' cornate
                                                                                         le staccionate che ciaveva intorno.

     Facile: bastano due cornate e le staccionate addirittura si sfasciano. Butera, invece ('V ciervu, inedito,  22 aprile 1927) :

                                                                                         'Nu ciervu carciratu jntra 'na caggia
                                                                                         De fierru, ccu re virgule d'azzaru,
                                                                                         'Nu juornu, ppe' la raggia,


                                                                                         Ccu na cornata nne rumpiu 'nu paru.

     Non staccionata, ma gabbia di ferro con le stecche d'acciaio: fortissima dunque, tale che solo la disperazione può impedire il cervo prigioniero( anzi carciratu, assai più forte di «prigioniero» ; e rievoca alla fantasia un essere umano proteso verso la libertà tra le sbarre del carcere) a darvi contro: il suo è un dibattersi, non propriamente un tentativo di evasione. Una cornata, sola, un gesto soltanto di disperazione selvaggia, dunque. Butera mette in bocca al suo cervo, nell'atto della ribellione, una  maledizione che va, più che al padrone, a sè stesso e alla sua fortuna:

 

                                                                                         E, disse: -'U re fa' nnente.
                                                                                         Mannaggia la fortuna a cchi me sente! -
 

     L'antagonista del cervo, in Trilussa, è l'Omo in generale, più precisamente il benpensante che non vuole che l' ordine tradizionale sia turbato; le sue preoccupazioni sono di quieto vivere politico, come tanto spesso in quel poeta:

 

                                                                                         - Giacchè me metti la rivoluzzione,
                                                                                         - je disse l'Omo appena se n'accorse -
                                                                                         te tajerò le corna, e allora forse
                                                                                         cambierai d'opinione.

 

     In Butera invece il contrasto è tra un « padrone » e un soggetto: il primo vuole solo ribadire la sua potestà sul cervo. Niente apologo di politica generale :
                                                                                         -Te sientu iu -le disse lu patrune
                                                                                         -E gguarda ca sì 'un canci  de parire,
                                                                                         Te fazzu nu vuccune
                                                                                         Amaru diggirire.
                                                                                         S'a muovere te tuorni,
                                                                                         Te tag]io sse dui cuorni! -

 

     In relazione a questa impostazione, la risposta del Cervo all'Omo, in Trilussa, è ragionata e pacata:

 

                                                                                          - No -disse er Cervo -l'opinione resta
                                                                                           perchè er pensiero mio rimane quello :
                                                                                           me leverai ]e corna che ciò in testa,
                                                                                           ma non l'idee che tengo nel cervello.

 

     Il cervo calabrese risponde invece con rabbia: offre  lui stesso, la sfida, il coltello al padrone: contro la prepotenza materialmente vittoriosa egli sa di poter reagire, rifugiandosi in sè stesso:

                                                                                             - E tagliamilli! Chistu è ru curtiellu!
                                                                                             Ma guarda ca ntramente  
                                                                                             Mi resta stu cerviellu
                                                                                             'U nne cunchiùdi nente! -
                                                                                                              *****

La « morale » , generica valevole per generici uomini è la parte meno interessante delle favole di Butera. Essa è spesso troppo scontata, troppo esplicita sin dalle prime battute; più  sapida, forse, la « contromorale »: cioè la riviincita del senso comune, dell'esperienza quotidiana della vita contro una moralità astratta. Anche qui il punto di partenza è Trilussa, ma in Butera non c'è quasi mai il gusto, così vivo nel romano, del razzo finale, della sorpresa, del capovolgimento letterario della morale della favola tradizionale: in lui, quando è più lui, c'è indulgenza, simpatia per i suoi umili personaggi, che non possono permettersi lussi neppure morali. 
Due lavandaie ('E due cammise) lavano a 'un tonfano di fiume. Vorrei citare l'apertura della poesia, per documentare ancora una volta il gusto visualizzante di Butera:

                                                                                               A ra gorna, 'stu viernu ntruvulata
                                                                                               de na chjna arrummante,
                                                                                               Se cc'è ricota, mo, l'acqua 'nchiarata
                                                                                               De sta jumara mia murmurijante.
                                                                                               'U cielu si cce preja  e, capusutta,
                                                                                               'Na fila 'e chjuppi si cc'e specchia tutta.

 

Una lavandaia giovane alza contro il vento, come una vela, una camicia di seta che sta lavando, ne loda la leggerezza, invidia chi la può indossare. Ma una compagna vecchia la rimbrotta assai a lungo: val meglio, secondo lei, la camicia, dura e pudica, tessuta in casa con gli steli delle ginestre. Sembra che il poeta sia tutto dalla parte della rimbrottatrice; ma negli ultimi versi, egli introduce una ranocchia « sp'urtiva » , e dunque moderna, la quale dichiara che, se venisse anche per le rane la pazzesca moda di vestire panni, lei la camicia di ginestre non se la metterebbe mai, neppure se Caterina, la vecchia lavandaia, si scannasse per indurvela.
                                                                                                                      * * *
     La ragione d' essere poeta, per Butera, consiste dunque in quel suo preciso osservare, in quella sua energia di rappresentazione che è tutt'uno con l'energia del linguaggio da lui inventato, precisione ed energia che sussistono anche quando talvolta il poeta si abbandona al sogno, al gusto della fiaba. Gli agnelli cedono subito di fronte al lupo, ma quando questi è messo in fuga dal cane, diventano « figli de l' arcissimu » (L 'auni e ru lupu). Ma sentite l' apertura, in cui è descritta, con compiacimento appunto fiabesco e con esattezza di particolari, il viaggio nel bosco della diligenza in cui viaggiano i quattro agnelli:

                                                                                                  Intra 'nu vuoscu fittu de carigli 
                                                                                                  Passa nna diligenza mai viduta;
                                                                                                  'A guìdanu a bbicenna dui cunigli,
                                                                                                  'A tìradi 'na piecura furzuta.
                                                                                                  I passiggieri su quattr'àuni janchi.
  Trilussa                                                                                     Muorti de suonnu, mpilurciati e stanchi

 

 Trilussa    Il punto di partenza per il vero Butera è un altro poeta, Trilussa. Ma, come ora vedremo, il poeta romanesco è per Butera solo uno che gli addita la via; poi Butera la percorre con mezzi suoi, e giunge a risultati sui propri."> L' altra ragion d' essere di Butera risiede, come si è detto, nella sua assenziale calabresità. Ma questa sarebbe una notazione di mero contenuto, e pertanto di scarso valore, se non fosse un aspetto di qualcosa che è consustanziale a Butera: il suo impegno morale. Il paragone con Trilussa ancora una volta, nostro malgrado, s'impone. Trilussa, si sa, ha tante frecce per il suo arco, che Butera non possiede. Ma qui non si stabiliscono assurde graduatorie; solo si tenta di delineare, anche col confronto con un'altra, la fisionomia d'un poeta.
     Pancrazi a proposito del poeta romanesco ha potuto con ragione parlare di divertimento: se anche lui «insegna e suggerisce qualcosa», si sente che « prima di tutto, Trilussa vuol divertirsi lui per via, e che dopo il lettore si diverta »; ed ha osservato che in alcune poesie di lui, spesso le più celebri, batte « come una luce di ribalta » .
      Ora, ogni intento di divertirsi e di divertire ,ogni ricerca di effetto su un pubblico ascoltante, è del tutto assente in Butera, almeno in quello che egli stimò degno di essere conosciuto attraverso la stampa. Il calabrese non ricorre mai all' arguzia; per lui è persino dubbio che si possa parlare di vera e propria satira, tanto scopertamente egli prende di petto quel che vuole riprovare e rigettare.
     C'è in lui, accanto al mondo che fustiga, un contromondo preciso, che in Trilussa non è dato trovare: pago, questo poeta, del suo scetticismo mondano, pago di prendere in giro chi si dà delle arie, di svelare i trucchi e i sottofondi dell' esistenza, di mostrare che egli non si fa gabbare dalle apparenze, dalle parole dei politici, di tutti i politici. Butera invece prende energicamente sul serio la sua materia, difende i valori in cui crede, di fermezza, di fedeltà, di disinteresse; non fa politica, nel senso spicciolo della parola, perchè in lui la politica si converte in morale. Significativo, anche dell'uomo, è il fatto che egli non volle, nel 1949 includere nel libro nessuna delle molte poesie antifasciste scritte durante il ventennio: non volle, dice la moglie, fare il maramaldo. Appaiono nel libro solo quelle che trascendono il momento, difendono posizioni che debbono essere tenute sotto ogni regime. Restar fermi di fronte al pericolo: solo così ci si salva ('U mulinaru era ciuccia): la libertà non si vende (Cani grassi e cani lienti): disprezzare i voltagabbana('U chjovu era ventarola): non cedere alle prepotenze e ai soprusi (si può dire che questo sia il motivo fondamentale ); non essere come le canne con " l'anima vacante" (' A cerza e re canne), che chinano il capo dinnanzi ai potenti, si adeguano alle effimere mode:

                                                                                                  Se chjcanu d''a banna 
                                                                                                  Chi ordina e cummanna
                                                                                                  Ru vientu dominante.

 

Ma arriva lo stimatore: il tronco della quercia colpita dal fulmine, buono soltanto per essere arso, lo valuta mille lire; le tremila canne seicento lire fra tutte:

                                                                                                 Vale cchiù 'nna cerza morta
                                                                                                 Ca tremila canne vive.
                                                                                                                    * * *
     Bene ha fatto l' editore a riproporci questo libro: la stagione poetica di oggi non è così ricca di voci autentiche, che ci si possa permettere di trascurare quelle di ieri.

 

 Dalla Prefazione di UMBERTO BOSCO
 al volume VITTORIO BUTERA -  EDITRICE MIT- Cosenza, 1978

 

                                                                                                                                                                                                        

 

 Aggiornato il 30 . 09 - 2017

 Migliore visione -  Risoluzione 1366x768

 Il webmaster