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Collana: Poesia
Titolo: Canti degli anni tardi
Autore: Aristide Caruso
Prefazione: Augusto Leone
Editore: Simple
ISBN: 9788862590402
Prezzo: 10.00 €
Formato: 14x20
Rilegatura: Brossura
Sinossi:
Si tratta di poesie scritte negli anni della senilità raggruppate in due distinte sezioni: "Lascia anima mia il pudore... " e "Altro cercare".La prima sezione costituisce un canzoniere:un amore, covato sotto le ceneri per oltre 50 anni, esplode con giovanile ardore per diventare canto. Tenero ed appassionato all'inizio, si colora via via dei toni amari e risentiti propri di ogni delusione d’amore.
La seconda, come dice il titolo stesso, è un percorso parallelo al primo, in cui il poeta ripiega sul mondo degli affetti familiari, dell’amicizia, della solidarietà e dell’emarginazione, dando espressione ad una più vasta gamma di sentimenti.
*****
Dalla prefazione
di Augusto Leone
Il titolo di questa raccolta poetica, Canti
degli anni tardi, induce immediatamente a pensare che essa sia
stata preceduta da qualche altra composta in gioventù. Esso, invece, si
riferisce ad una poesia la cui composizione è riconducibile esclusivamente
agli anni della senilità. Tuttavia i
motivi ispiratori sono di una tale freschezza giovanile che solamente la
latenza lunga e incontaminata nel mondo interiore del poeta può darne una ragione plausibile.
Diversamente, sarebbe difficile attribuire la paternità di questi versi, che
fluiscono spontaneamente e senza censura, ad un uomo che è ormai sull’ultimo
tratto di strada// breccia acuminata a fastidio degli anni.
A confermare ciò è proprio il titolo della prima delle due sezioni della
raccolta (Lascia, anima mia, il pudore…),
tratto dall’omonima poesia – presente nella stessa sezione – in cui il poeta
esorta la propria anima a lasciare libera espressione al sentimento:
Lascia, anima mia,
il pudore
per la stagione
non più verde!
Ci sono pure frutti tardivi,
che addolciscono la polpa
col sapore di un autunno
rigoglioso ancora
al sopraggiungere
della tramontana.
L’autore intende riferirsi sicuramente ad
un sentimento d’amore che urge e preme per manifestarsi liberamente, senza più
il pudore che normalmente frena l’uomo in età avanzata.
Questa prima sezione, dunque, ha le caratteristiche di un canzoniere, nel quale i toni teneri ed appassionati si alternano a quelli amari e risentiti propri della delusione d’amore.
L’altra sezione della raccolta, dal titolo Altro cercare, segue un percorso parallelo alla prima in cui il poeta ripiega sui temi degli affetti familiari, dell’amicizia, della solidarietà e dell’emarginazione, dando espressione ad una più vasta gamma di sentimenti.
Composte di ventisei e ventidue poesie, le due raccolte sembrano
quindi tracciare una netta separazione
fra la rievo- cazione della fascinosa e mitica giovinezza, caratterizzata dalla
presenza dell’amore, la cui riscoperta alimenta nuovo vigore e speranza:
Nella tenerezza del tuo sguardo
ritorna la
magia di un tempo
e leggero il
tuo nome fluisce
dalle labbra
levigate di un efebo…
(in Quando i nostri passi…)
e la ricerca di nuove vie al fine di riordinare la mente “a più belle cose” e di ritrovare nei sentimenti dell’amicizia, dell’umana solidarietà, il senso profondo della vita, come nei versi che seguono:
A te
confidavo le pene
che
invecchiano il cuore
sulla soglia
della giovinezza.
(in L’ultimo abbraccio)
Affumicate cosce
senza confine
tra molle e
duro;
mammelle
svuotate
del succo
dolciastro…
Ma tale dicotomia è solo apparente, in realtà lo stesso pathos
esistenziale percorre le due raccolte di poesie.
D’altronde il tema d’amore fa capolino di
tanto in tanto anche nella seconda raccolta.
Negli ultimi versi della
poesia Tramonto, la consapevolezza della vana ricerca di un volto amato,
che gli sia di conforto almeno al momento del trapasso, fa da dolente
contrappunto al risorgere del sole in tutto il suo fulgore:
…e io
cercherò invano
la tenerezza
di un volto
al varco
dell’ultima soglia
E in Naviga, il poeta,
viaggiando tra i ricordi, incontra la
donna amata, quando ancora bambina giocava sulla spiaggia:
Sulla spiaggia
dorata,
una bimba
dai riccioli
bruni
gioca
con l’onda.
L’aria
profuma
di viola.
Vorrebbe
sostare con lei su quell’isola per trovare pace, ma il vento contrario lo
spinge lontano e la mente ritorna al
presente, dove pesa il cumulo degli anni e il profumo di viola
è nostalgia di madre.
Vale la pena soffermarsi un po’sulle espressioni “profumo di viola”, ” viole” le quali sono più volte associate alla figura della madre come in questa poesia e nell’altra intitolata Le tue mani, mentre nei versi citati l’accostamento dell’im- magine è alla bimba dai riccioli bruni.
Credo che il poeta attribuisca alle due figure femminili la stessa valenza emotivo-sentimentale, in quanto entrambe rappresentano una perdita capace di provocare forte nostalgia.
Ma nella poesia I miei pensieri, che si trova nella prima sezione, il profumo di viola indica certamente la madre, il cui ricordo lo soccorre dalla forte delusione inflittagli dalla donna amata:
…
ma
soccorre all’ultimo istante
l’antico
profumo dell’umile viola
che
mai il cuore abbandona.
Si
arresta il turbinìo della mente,
cullata
da una nenia lontana;
cessa
il temporale sulla piana.
(in I miei pensieri)
A questa
conclusione condurrebbe l’espressione “una nenia
lontana” del penultimo verso, se non
che in Torna settembre,
che è successiva a I miei pensieri,
nella seconda strofa ritorna forte la consapevolezza di un amore che permane:
Tutto
è deserto,
ma
oltre le crepe del cuore
ancor
tradisce la speranza
del
rimembrar dolce
– che mi fu compagno –
l’antica
fiamma.
Quest’ultima espressione poetica, a mio avviso, pur immersa in un
linguaggio leopardiano che si evidenzia
nei sintagmi “ancor tradisce la speranza ” , “rimembrar dolce”, riecheggia, seppure lontanamente ed in un
contesto emotivamente diverso, i versi 47 e 48 del canto XXX del
Purgatorio, quando Dante , incontrando
Beatrice trionfante sul carro e sentendo d’antico amor la gran potenza, rivolto a Virgilio dice: “Men che dramma di sangue m’è rimaso…//
conosco i segni dell’antica fiamma”.
Il
recupero di un amore, temporalmente lontano, non ha solo carattere
emotivo-sentimentale, ma è segno
dell’anima, in quanto gli
è stato compagno ed angel visiting nel corso della vita: esso non è
infatti centrato sulla donna che lo ha deluso, ma su quella stessa bimba dai
riccioli bruni di Naviga.
La catena delle associazioni, dunque, dovrebbe essere la seguente: (viola, profumo di viola↔ madre↔ pungente senso di nostalgia↔ bimba dai riccioli bruni↔ antica fiamma) ≠ dalla donna che delude il poeta.
Resta, tuttavia, da spiegare il primo anello della catena e cioè il profumo di viola associato alla madre. Posso solo azzardare un’ipotesi e cioè che – in modo non dissimile da Caproni, il quale associa la cipria ad Annina (la madre) in Uscita mattutina – l’autore dei Canti degli anni tardi abbia conservato la memoria olfattiva del profumo preferito dalla madre. Penso alla Violetta di Parma, profumo molto in voga fra le giovani signore intorno agli anni quaranta dello scorso secolo.(...)
Nello spazio di una breve presentazione non è possibile scavare più a fondo nella poesia, apparentemente di stile semplice e colloquiale, di Aristide Caruso. Tuttavia, prima di concludere, vorrei almeno esaminare più dettagliatamente le poesie che aprono le due sezioni della raccolta: Quando i nostri passi … e Ad uno che non c’è più.
La prima, poesia d’amore, riflette le tensioni di un cuore appassionato che non vuole dimenticare le vibrazioni incancellabili della giovinezza, le quali rivivono come fiamme lontane di un tempo perduto.
I passi sempre più lenti danno
sin da subito il senso di un inesorabile spegnersi della vitalità giovanile, ma
sulla via da loro tanto amata (“quella via che tanto amammo”) gli occhi dell’autore e quella della donna
si cercano ancora. La tenerezza dello sguardo della donna, così lungamente
amata nel segreto del cuore, fa ritornare quasi per magia la forza e il vigore
giovanile: “e leggero il tuo nome fluisce// dalle labbra levigate di un efebo”.
Quello sguardo
scandisce ora un tempo ritrovato e il poeta può finalmente abbandonarsi al
ricordo, rivolgendosi al- l'amata con toni pacati e confidenziali, in un clima
di complicità rinnovata o addirittura inedita, come s’intuisce dall’inizio
della terza strofa.
Il ricordo ritorna anche
alla “gioia nella lunga sera d’estate”, quando gli occhi della donna si
volgevano verso di lui che la seguiva continuamente durante
la passeggiata serale e alle dolci promesse di quei teneri sguardi.
Ma la dimensione della
memoria poi montalianamente si
addipana ed emerge il groviglio
irrisolto di scelte fatte o non fatte.
La seconda poesia parte
da ciò che nella vita accade occasionalmente: la conoscenza di un anziano
degente in ospedale, che muore appena qualche giorno dopo.
Ma l’animo dell’autore
coglie immediatamente quei tratti di umanità che il tempo non può disperdere “il tuo fresco sorriso ed il tuo umorismo//
davano coraggio agli altri,//in attesa con te della salvezza”.
La salvezza, questo radicamento alla vita, che è in ciascuno di
noi, non può, però, sfuggire all’ineluttabilità della morte descritta dalle
parole che danno un colpo al cuore: “Non
c’è più, è andato via per sempre”.
Il linguaggio,
volutamente prosaico, ci accosta ad un’atmosfera provinciale, tristemente
ironica e crepuscolare. Non mancano tuttavia figure foniche (rime:ospedale/ gioviale;
assonanze = rime imperfette, in cui i versi terminano con parole
contenenti due vocali finali uguali, ma consonanti diverse; consonanze =
rime imperfette, nelle quali sono identiche o simili le consonanti tra vocali
differenti).
Ne deriva una sottesa musicalità che riflette il ritmo pacato del sentimento.
Augusto Leone
Lamezia Terme, lì 24/04/2008
*****
Recensioni
Amore e morte: i Canti di Aristide Caruso
Antonio Iacopetta
Già l' elaborazione grafica di cui è autore lo stesso poeta per la copertina del suo libro, Canti degli anni tardi, licenziato nell'estate del 2008, è indicativo della tematica prevalente del testo, la memoria, il tempo o, se vogliamo, la vita, la morte (vita o amore per il poeta si identificano). Ma che c'è nel disegno di copertina? C'è una strada, il vecchio corso Numistrano con sullo sfondo l'ancor più vecchia e mitica Via Garibaldi di Nicastro, ora Lamezia Terme, dove il poeta in una casa austera ha trascorso l' adolescenza, se non pure la giovinezza; e questa strada del bellissimo centro storico, purtroppo negletto quando, invece, dovrebbe essere patrimonio dell 'umanità, è stata percorsa anche dagli amici più stretti del poeta a cui andavano a fare visita. Alcuni o tanti di questi suoi compagni se ne sono andati e il Caruso qualcuno lo rivisita, come Gino Fazio, a cui il poeta ha fatto una telefonata poco prima della scomparsa (pag.44 L 'ultimo abbraccio).
La poesia è un macchinario potente del recupero del tempo perduto e Aristide Caruso questo lo sa, ma il suo recupero seppure straziante, per la perdita di ciò che non può essere assolutamente recuperato, non conosce il lamento crepuscolare; la poesia di questo ormai non più giovane poeta è una poesia fresca, vitale, perché veramente omnia vincit amor.
Ma cos'è questo testo poetico che finito di degustare, non ci si stancherebbe mai di ricominciare da capo? Ha perfettamente ragione lo straordinario prefatore, Augusto Leone, veramente in sintonia col poeta, che (riferendosi alla prima sezione del libro, intitolata Lascia anima mia il pudore...) parla di Canzoniere, seppure è un canzoniere del tutto speciale, essendo stato composto in tarda età; ma l'amore ha poi età? E, tutto sommato, il Caruso, più che versi d'amore, sembra scrivere non altro che l'amore.
Quello che dà sostanza alI' amore è il tempo che, inesorabilmente, porta ogni cosa alla fine e dunque anche l'amore, che invece vorremmo eterno. La consapevolezza di questa azione dissolvente del tempo, ovvero della caducità della vita e dell'amore, genera quella dialettica di amore e morte, per cui niente si ama di più di quello che sappiamo svanire presto nel nulla e chi, come l' autore di questi Canti, avverte l' approssimarsi della fine, non può non reagire. Ecco, allora, affiorare la memoria di un tempo felice, mitico, e l'illusione di poterlo rivivere, di attuare quella pienezza di vita sentimentale che la sorte gli aveva negato e che ora è costretto a rinviare " Ma l'anima amante non si arrende/e sospesa oltre l'ombra attende"/ / (p 40) dove l'ombra designa platonicamente il mondo reale .
Augusto Leone accenna al Leopardi, e certamente, per questa aria di amore e morte che si respira nella maggior parte dei Canti, anche noi lasciamo pensare al Recanatese, e tuttavia troviamo molta affinità tra la poesia di Aristide Caruso e tre poeti della modernità molto casti" e pudichi, molto asciutti nei sentimenti, tremendamente autentici, pensiamo ad Angelo Barile, Diego Valeri e Felice Mastroianni o a quello straordinario poeta che è il Costabile di Via degli Ulivi.
Il linguaggio poetico del Caruso attinge poi ai classici moderni, ma pensiamo più che al Carducci a certi minori dell'Ottocento, il secolo italiano più affollato di poeti, non tutti grandi - è verissimo - ma pure gradevoli e forse anche notevoli a volte. Cosicché è lecito incontrare nei versi di Aristide Caruso parole tronche, ma non bisogna lasciarsi ingannare dall'apparenza, perche il suo è un fare versi abbastanza scaltrito sul piano squisitamente metrico. Prevale in lui un verso moderatamente libero, dal quale, oramai abituati a leggere poeti moderni e contemporanei che hanno obliterato l' ortodossia metrica, si capisce che l' endecasillabo è spesso camuffato, spezzettato, a spizzichi e bocconi; non è difficile però distinguere le membra disiecta, in quanto un senario-verso o un settenario-verso non altro sono che la prima parte di un endecasillabo.
A parte la libertà metrica che l'autore dei Canti degli anni tardi si consente, c'è poi il testo iniziale, Quando i nostri passi, il cui incipit è costituito da un classico, classicissimo endecasillabo "quando i nostri passi sempre più lenti" che è un endecasillabo a maiore e che non è sincopato come in un Foscolo, ma tenue, prolungato melodicamente, alla maniera di un Pascoli, magari di un Gozzano. E gozzaniani sono anche gli alessandrini presenti in questo meraviglioso testo inaugurale dei Canti, "e passarono gli anni dell'adolescenza",(v.16) e "ed il cuore ferito mi ha portato altrove", che ne è l' explicit.
Il testo di pag. 20, Sono io, ci ricorda, infine, una poetessa calabrese troppo presto dimenticata, ma veramente grande, come Alba Florio:"io, che intreccio/danze con gli angeli/a sentir la tua voce/tra suoni domestici/e voci di bimbi//.
Questo è quanto ci è parso rilevare da una prima lettura; tuttavia occorrerebbe tanto più tempo per interpretare più profondamente e a pieno il canzoniere atipico composto da Aristide Caruso, o i suoi canti, del tutto personali, poiché non sono pedissequamente né leopardiani e né tanto meno campaniani: il Caruso non ama le sperimentazioni, che non rientrerebbero proprio nel suo carattere schivo e contrassegnato da quella mitica parola, tutta carusiana, pudore. Un pudore non ostentato ma asciutto, come i suoi versi sorretti da una melodia soffusa e mai espansiva; la sua, di Aristide Caruso, è soave musica da camera.
Antonio Iacopetta
Tratto da reportage, Anno 47 n..23/24(1-31 dicembre 2008)
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Il fascino della parola nel tempo
Note sul lessico arcaicizzante dei Canti degli anni tardi di Aristide Caruso
di
Francesco Vescio
La poesia
per molti lettori è un componimento che viene caratterizzato dal verso:
l’andare a capo con tanto spazio ancora disponibile nel rigo è una tecnica di
scrittura che assieme alla rima, alla consonanza ed all’assonanza
contraddistingue, si potrebbe dire ad occhio, un testo poetico da un brano di
prosa.
Non per niente D’Annunzio ha scritto:”Il verso è
tutto”.
Nelle presenti note non ci si occuperà dei versi o delle strofe bensì dei termini arcaici, che danno a diverse poesie della silloge Canti degli anni tardi di Aristide Caruso un sapore “antico”, ma per il fatto stesso di essere usati oggi un significato “moderno” e, quindi, attuale
È noto che il linguaggio ha una stratificazione lunga,
complessa, che supera nel mondo civile “di mille secoli il silenzio”; esso
richiama – come si vedrà più dettagliatamente – mondi lontani non solo nel
tempo (diacronia), il che è stato già dimostrato dagli studiosi di
linguistica e di poesia, ma pure nello spazio (diatopìa).
Il poeta nel momento creativo sceglie i termini più adatti alla sua espressione fra il materiale linguistico di cui dispone, compone, selezionando le parole esistenti nel sistema linguistico, per ottenere dai termini usati un “valore aggiunto”, un qualcosa di nuovo, che diventa proprio di quel componimento; tramite la poesia, la cultura acquisisce nuove espressioni, che si aggiungono a quelle preesistenti, in questo senso il poeta (ποιητής), colui che fa, è anche autore (auctor), ovvero colui che aumenta il sapere della comunità.
Lo studio
del lessico può, pertanto, arrecare un notevole contributo all’intendimento del
testo poetico da parte del lettore in quanto aiuta a comprendere il meccanismo
interiore che si attiva allorché il poeta passa dall’intuizione lirica
all’espressione verbale: egli in quel momento creativo ritiene che l’utilizzo
di quel termine risponda alle sue esigenze comunicative.
Tutti coloro
che s’interessano di poesia, oltre i poeti stessi, sanno che uno degli impegni
più complessi è proprio la scelta delle parole, le quali spesso vengono
sostituite per ripensamenti successivi (Problematica delle varianti).
Nei componimenti della silloge di Aristide Caruso sono numerosi i termini arcaicizzanti, che assumono un aspetto particolarmente significativo proprio per la ragione che danno vita, con rinvii di natura storico-culturale, a quel continuum che è la civiltà delle lettere, la quale si rinnova sempre tramite l’uso dei vocaboli vecchi (arcaismi) e nuovi (neologismi).
È questo,
fondamentalmente, il senso del messaggio poetico del Porto sepolto di
Ungaretti, dove la parola (ma del resto in tutto l’Ermetismo) assume un valore
emblematico.
Le liriche
di Aristide Caruso, per tanti motivi, legatissime alle sue esperienze di vita
ed al territorio in cui abita, attraverso un lessico arcaicizzante – finemente
filtrato – offrono al lettore una sensazione pregnante di appartenenza ad una
civiltà antica, ad un ambiente il cui orizzonte si dilata tendenzialmente illimitato nello spazio.
Per il
lettore accorto già il primo componimento della raccolta Quando i nostri
passi... , all’apparenza un semplice incontro tra due innamorati, ha
un forte richiamo alla cultura greca classica: e leggero il tuo nome
fluisce/dalle labbra levigate di un efebo. (vv 7-8)
L’efebo era
il giovane che ha superato diciotto anni; quante sculture dell’antica Grecia
mostrano proprio questi giovani efebi!
Nel verso
successivo si dice: Eri un mito…. Ma quanti sanno che tale parola è un
termine arcaico?
I nostri
adolescenti, anche quelli che non studiano il greco antico e sono la maggior
parte, lo usano per indicare un loro idolo, (cantante, calciatore, attore…) o
un amico molto ammirato.
Possiamo
considerare “mito”(μúθoς) un arcaismo, visto l’uso corrente di tale vocabolo?
Eppure tale parola ha sulle spalle secoli e secoli di vita!
Il titolo
della seconda lirica Ferragosto diverso (p.16) conferma l’idea
sopra esposta; non sono molti quelli che sanno che Ferragosto deriva da feriae
Augusti, pertanto questo termine risale alla civiltà romana; ma il suo uso
è così comune anche oggi per cui essa
appartiene alla nostra contemporaneità, eppure è abbastanza vetusto, non ha
meno di duemila anni, tante generazioni l’hanno usato e tante altre lo useranno
ancora.
Nel seguito
di queste note non si parlerà più di questi vocaboli arcaici, certamente, e
tuttavia avvertiti dal parlante come attuali, ma solo di quelli che appaiono
ormai desueti nel linguaggio corrente; non ci si interesserà più di espressioni
come dea che unisce, la quale conclude la stessa lirica.
Nel
componimento Il tuo mare (p.19) il nome della sirena Ligeia (Λίγεια)
risuona carico di tanti richiami ed echi del mondo mitico dei marinai e dei
guerrieri che solcavano anticamente il mare Mediterraneo; emblematico è il mito
di Ulisse che si fa legare dai suoi compagni all’albero della nave per ascoltare la voce melodiosa ma
pericolosa delle sirene.
Che dire poi
delle danze con gli angeli (v.20), di questi nunzi del divino agli
uomini, nella lirica Sono io…(p.20)?
E non
richiama alla mente il mondo fiabesco delle Mille e una notte …un
tappeto/damascato d’oriente (vv.4-5) della poesia Come in una fiaba (p.21)?
L’Oriente
ritorna ancora in un altro componimento, Visione (p.22), dove si afferma
con tono quasi sommesso: “Mi sei tornata/ principessa d’oriente…”.
Il richiamo al
mondo del mito greco è abbastanza esplicito in Amo il tuo sorriso
(p.25), ove si afferma:
Ti
amo come sei,
dolce creatura lunare,
con la gioia e il dolore
che Selene infligge
al
suo Endimione
(vv.15-19)
A questo
punto per chiarire il testo è sufficiente ricordare che Selene (Σελήνη)
è la divinità greca che personifica la luna, tralasciando in questa sede di
parlare del suo amore per il bellissimo figlio di Zeus e della Ninfa Calica
Un altro preciso riferimento, anche se non di immediata e facile lettura, lo si trova in Lucenti corpi vaganti (p.29) dove gli occhi della donna amata vengono rappresentati come vaganti corpi della dorata scia di Eros (vv.4-5).
È necessario chiarire che il gioco prediletto di Eros è una specie di trottola aerea, già posseduta da Zeus bambino, che, lanciata in aria, produce una scia come quella di una stella cometa; gli fu donata da Affrodite, per ricompensarlo del favore di aver fatto innamorare Medea.
Il mito, la
fiaba, la Grecia, Roma, il Mare Mediterraneo costituiscono una rete di
intrecci, di legami, di richiami in questi testi apparentemente così semplici,
colloquiali, familiari che invitano il
lettore ad una riscoperta di quei valori che hanno formato, nel corso
della sua lunga storia, l’uomo mediterraneo.
La poesia di
Aristide Caruso, tuttavia, non ha affatto un sapore passatistico, in quanto
l’autore non è un tipico esempio del laudator temporis acti, ma egli
esprime una tensione vitale della coscienza ove il passato è vissuto come
presente (non è un caso, forse, quel riferimento a Bergson in Padri e figli,
p.60); l’autore sa fare i conti anche con la modernità quando
esordisce:”Bianca la pagina di Word/attende, mentre il fumo sale” in Allucinazioni
(p.28), o quando alla fine dello stesso componimento conclude accorato:”Troppo
fumo, troppo computer”.
La
connessione fantasticamente più significativa di questa raccolta può essere
considerata certamente quella della lirica Pure tu…(p. 38).
Un piccolo
rondone, trovato morto sul fondo della gabbia, fa vagare il pensiero
dell’autore sull’azzurro Nilo per richiamare alla memoria
Shariyàr, il protagonista de Le Mille e una notte.
L’aspetto
sorprendente consiste principalmente nel fatto che tale lettura non presenta
assolutamente alcunché di artificioso: i versi scorrono semplici e piani, si
tratta della morte di un piccolo uccello, cantata da un’elevata e colta poesia.
Formazione
religiosa ed impegno civile sono le due coordinate ispiratrici di Preghiera (p.48),
la quale – come specificato dall’autore –
è dedicata alle vittime della strage di Madrid del 11 marzo 2004.
Tale
componimento, religiosamente, inizia e termina con l’invocazione:”Signore”.
L’invito a
smetterla con la vendetta e con l’odio non ha niente di
predicatorio, ma esprime un afflato dolente per le vittime innocenti,
barbaramente trucidate in quella strage.
La raccolta
si conclude con i versi di un canto della Resistenza (“Scarpe rotte/ eppur
bisogna andar…) della poesia Esuli, che è la drammatica rappresentazione
in presa diretta dell’incontro di
alcuni esuli russi in una strada della città..
Le liriche di Aristide Caruso
hanno il pregio specifico di trattare dei temi essenziali dell’umana esistenza,
amore, morte, malattia, amicizia nel vasto contesto storico-culturale del Mare
Mediterraneo così come si è evoluto nel corso dei millenni, di cui la lingua è
testimone vivificante.
La fantasia,
la cultura, la storia infondo non sono altro che la vita stessa, la quale
faticosamente e , a volte, dolorosamente, va avanti.
Questo è il messaggio che l’autore invia ai suoi lettori o meglio ai compagni di questo suo viaggio terreno.
Francesco Vescio
Tratto da reportage, Anno 48 n..1(1-15 gennaio 2009)
*****
Frutti di un autunno ancora rigoglioso
La poesia di Aristide Caruso in <<Canti degli anni tardi>>
di
Benito Paola
Il
volumetto di poesie pubblicato da Aristide Caruso con il titolo Canti degli anni tardi
(Edizioni Simple, pp. 72, Euro
10) si fa apprezzare
per le qualità di mente, di cuore e di
lingua che si riscontrano nel contenuto e nell’espressione del mondo poetico
dell’autore.
Queste
sono, appunto, le prime qualità che balzano agli occhi del lettore attento e
sensibile: la serietà, la sincerità, la dignità dell’ispirazione, la quale si
sostanzia di verità vissuta e rievocata senza leziosaggini, con una vena di
quasi nostalgico classicismo formale, non cercato né ricercato, ma custodito
dentro e quasi inconsapevole, come un patrimonio prezioso di generazioni
educate alla bellezza del pensiero e della lingua che lo esprime.
Un velo
di contenuta malinconia si avverte già ad una prima lettura, ma non turba né
rompe l’armonia, che nasce prima di tutto da un ben motivato equilibrio
interiore di sentimenti, affetti e pensieri e fa accettare anche quel pizzico
di pessimismo che talvolta emerge quasi furtivo tra i versi.
Leggendo i suoi componimenti ci si rende conto che la poesia, quella degna di questo nome, è frutto di ricerca interiore tesa alla scoperta di se stessi, di un bisogno di esprimere la fatica che comporta ma anche la gioia che dà questa ricerca. Bella nella sua semplicità è la lingua adottata, spontaneamente maturo lo stile, nel quale compaiono a volte parole ed espressioni della nostra tradizione letteraria, incastonate con sobrietà e misura in una trama espressiva per altro concretamente vicina alla realtà della vita.
Succede raramente che le prime impressioni vengano confermate ed avvalorate da un’analisi più attenta, anzi, spesso accade, al contrario, che, ad una disamina più pacata e distaccata, emergano limiti e…cedimenti strutturali e di contenuto, sfuggiti a quella prima <<occhiata>>.
Eppure a
me è accaduto proprio così: la seconda più attenta e scrupolosa
<<lettura>> è
servita a mettere in evidenza quelle qualità espressive, quelle doti
d’ispirazione e d’anima che avevo intuito ed avvertito, per così dire, a pelle
Avevo
colto il ricco e sapiente uso di una ben articolata polimetria e come questa
scorresse nell’alveo di un moderno <<classicismo>>, vale a dire di una tradizione
rivissuta e rielaborata in maniera originale, ma sempre rispettosa della misura
e dell’equilibrio, che rendono accettabili, quando ci sono i dovuti riscontri,
anche le soluzioni più ardite, purché non siano estrose ed arbitrarie.
Tra le qualità del nostro autore emerge, poi, spesso la sua capacità d’impiegare tutti i metri tradizionali, per creare delle armonie musicali e concettuali, frammentando graficamente i versi e mantenendone tuttavia il ritmo con un accorto uso degli enjambement logici, quelli che usava, ad esempio, il Foscolo dei Sonetti e, soprattutto, l’Ungaretti di Allegria di naufragi.
Certo il
discorso metrico e ritmico da solo non basta a dare corpo ad una raccolta di
poesie; deve essere apprezzabile il
corpo che riveste e lo fa opportunamente se questo è meritevole di attenzione e
di cure.
E
veniamo al punto, prendiamo in considerazione il titolo stesso della raccolta
di cui stiamo parlando: Canti degli anni
tardi e chiediamoci il perché della scelta di un simile titolo. Intanto mettiamo
da parte la banale constatazione dell’età dell’autore, il quale, se soltanto
l’avesse voluto, avrebbe potuto scegliere qualsiasi altro titolo meno <<esposto>>
a constatazioni di tale ovvietà. Questo titolo, a mio parere, manifesta ed
esprime due momenti essenziali: da una parte lo scorrere inarrestabile ed
inesorabile del tempo, come egli ha modo di notare e sottolineare più volte
nella sua raccolta,dall’altra il desiderio di non lasciarsi travolgere dal
fiume del tempo senza aver lasciato un segno, una traccia di sé.
Mi sono
venute in mente le parole dell’indimenticato
poeta Felice Mastroianni che, per spiegare la nascita della sua prima
raccolta di liriche, Arcata sul sereno,
nell’ormai lontano 1963, scriveva:<< Chi, come noi, avendo nutrito,
intenso e vivo, l’amore della poesia, si decide finalmente, nel vespro degli
anni, a romperla col naturale timore della stampa…in compenso ha dalla sua una
certa scusante, di non essere stato, cioè, suo malgrado, capace di tenere più
a lungo segreto quell’indomabile amore nativo. A giustificarci poi con noi
stessi può valere un più fondato motivo. Nell’età in cui siamo giunti - ancora
in cima dell’anima non si è spento l’ultimo sole e l’alito della giornata che
volge alla sera serba ancora qualche aroma del meriggio >>.
Ed ora
lasciamolo dire al nostro poeta:
Lascia, anima mia,/il pudore/per la stagione/ non più verde/Ci sono pure frutti/ tardivi,/che addolciscono la polpa/col sapore di un autunno/rigoglioso ancora/al sopraggiungere/della tramontana.
La
lirica è compiuta nel ritmo del verso e nella densità della lingua, breve ma
veramente efficace nel messaggio e nelle immagini, il cui valore
metaforico icasticamente congiunge il
dolce e l’amaro della vita, che il poeta condensa nella tramontana, in una metafora, cioè, piena di significato nel suo
oscillare tra presente e passato. Veramente questa poesia, centrale nella
prima raccolta, che da essa prende il nome, costituisce il manifesto
programmatico di una scelta che l’autore è stato spinto a fare dall’urgere di
un bisogno espressivo autentico ed ineludibile.
Non è
facile, infatti, in una certa stagione/
non più verde superare il pudore che ci spinge a non esporci
ed a tenere nascosto il nostro mondo interiore, ma la consapevolezza che Ci sono pure frutti tardivi/che addolciscono la polpa/col sapore di un autunno/rigoglioso ancora, c’invita a gustarli e
soprattutto a farli gustare prima che sopraggiunga o addirittura nonostante il sopraggiungere/della tramontana.
Prendiamo, a mo’ d’esempio un altro di questi <<frutti>>, la lirica
intitolata La sua figura. La
controllata misura dei versi aggiunge non toglie fascino a questa breve,
armoniosa lirica, la quale, del solito ondeggiare che fa il cuore tra presente
e passato, coglie il miraggio di un sogno fugace che, però, basta a sollevare l’animo/ dall’uggiosa malinconia
e a dare un senso al quotidiano scorrere dei giorni. Nella sua densità
semantica e ritmica la lirica costituisce senz’altro uno dei momenti migliori
del discorso poetico del Nostro.
Ma un
altro componimento, a mio parere, serve a indicare il nucleo tematico di questa
prima raccolta, quello intitolato Non è
per te. La struttura metrica arieggia nella sua apparente leggerezza la
pensosa meditazione di un’ode oraziana; lo testimonia la metafora ossimorica ha sognato dolce/ il fiele della vita e
il cuore del poeta ora – come vecchio
vino/in legno di rovere…-/ non vuole più confinarsi/nel corteggiare cortese/di
un mito di gioventù. L’autore cerca, dunque, con una punta di garbata
ironia, di prendere le distanze, ancora tuttavia imbarazzanti dal suo sogno giovanile, come persuaso da una sua
ormai acquisita saggezza. Questo componimento, che fa pendant con il precedente e non per nulla nel testo sono vicini,
con questo costituisce un esempio del nucleo di cui si parlava, rappresentato,
appunto, dal contrasto tra il ricordo del mito
di gioventù e del dolore che questo continua a dare al poeta per l’abbandono senza lagrime ed il desiderio-sforzo di liberarsene riconoscendone
l’inconsistente vanità.
In ogni lirica della stessa raccolta torna con accenti diversi ma sempre efficaci questa nota dolente, dalla prima poesia: Quando i nostri passi (E passarono gli anni dell’adolescenza/fra le dolci promesse dei teneri sguardi./Poi tu hai fatto la tua scelta/ed il cuore ferito mi ha portato altrove) a Onda anomala, nella quale zefiro dolce/della perduta primavera /teneramente carezza/l’anima, a te ignota/ nei giorni del mito, ma giunge poi l’onda anomala/ che trascina/tra gli scogli aguzzi/di un dolore antico.
Ancora in E non sapremo più… il Nostro riconosce, come rassegnato, Non sei tu come io vorrei,/e io come tu vorresti./Siamo come siamo:..Gli anni ci allontaneranno/e non sapremo più, io di te e tu di me; mentre in Bellezza splende riconosce: Ti fa rabbia il sottrarmi/ al gioco della vanità/ e del tempo favoloso e, a prendere le distanze afferma: di nuovo cercare tu vorrai/l’amore nei miei occhi,/sarà tardi allora:/vi troverai dolore/e di noi tanta pietà/dopo il rancore.
Ancora un’ultima lirica ci testimonia
l’equilibrio ormai raggiunto dall’autore tra l’urgere di un ricordo lontano e
lo sguardo ormai pacato con cui egli guarda senza drammi al suo passato ed è Torna settembre: delicata, garbata
questa bella poesia che, in modo immediato e spontaneo riporta nei colori e
con i colori di settembre il ricordo dolce dell’antica
fiamma, evocata senza urti dolorosi, di cui pure resta un’eco smorzata nel
verso oltre le crepe del cuore. Allo
stesso modo, ma senza insistenze letterarie, emergono gli echi della tradizione
nel leopardiano rimembrar dolce e
nell’immagine virgiliana e dantesca dell’antica
fiamma; ma queste reminiscenze si calano armonicamente nel contesto lirico
del componimento ed acquistano ed aggiungono nuova luce alla poesia.
Il
componimento che apre la seconda raccolta intitolata Altro cercare, dà subito testimonianza, nel mutamento dello stile,
della diversa ispirazione che qui appare improntata ad un sereno <<narrare>>
momenti di vita vissuta; ma questo narrare non perde la musicalità propria
della vera poesia, anzi ne acquista una nuova e diversa che dà fascino a questo
raccontare pieno di partecipe malinconia. Ce lo documentano i versi finali: Ho chiesto al medico di turno/di un signore
gentile e sorridente./Un colpo al cuore le sue parole:/-Non c’è più, è andato
via per sempre.
Eloquentissima nel suo effondersi metrico e ritmico è anche la lirica
intitolata L’ultimo abbraccio sostanziata
da una pena virilmente contenuta ma non per questo meno profonda. Nessun
momento è fuori posto, tutto è ben intonato, dall'evocazione pensosa della
giovinezza trascorsa con le pene/ che
invecchiano il cuore/ sulla soglia della giovinezza, alla gioia della nostra passata adolescenza fino a quella inattesa e dolorosa…risposta, che con l’allungarsi del verso cade
come una folgore sull’anima del poeta e ne condiziona la voce di pianto. Straordinari, poi, nel loro rapido succedersi
gli ultimi quattro versi e quella <<chiusa>> che pesa ancora sulla sua anima.
Intensa, autentica, originale risulta ancora la Preghiera, sgorgata dal cuore del poeta con la semplicità e
l’efficacia delle cose vere che il ritmo dei versi, ben articolato, rende in
tutta la sua appassionata richiesta di giustizia e d’amore.
Così
pure la lirica intitolata La mendicante
nella sua essenziale limpidezza, nel ritmo armonioso dei versi, manifesta
immediatamente la piena validità dell’ispirazione. Scrive, infatti, il poeta Tu sai già la commozione /del mio cuore/al
brillar delle stelle nella notte/e il materno tuo volto/mi consola/se da darti
non ho/che il mio sorriso e si rivela un momento di grazia nel cammino
artistico dell’autore, il quale riesce a cogliere in tutta la loro valenza e
con la sua ormai ben nota sensibilità i
sentimenti e i pensieri che la vita con le sue esperienze gli ispira e quasi
gli suggerisce.
Notevole
ancora la lunga lirica, quasi un poemetto allegorico, intitolata Naviga. Il componimento è ben ispirato
ed impostato sui ritmi di un’ armoniosa musica interiore. Il verso assume via
via un andamento cullante, che ben si lega alla
immagine della navigazione,e si distende, poi, quando il poeta sogna o s’illude di essere arrivato ad un
approdo. Ma Il vento contrario /spinge
lontano/…là/dove pesa/il cumulo degli anni ed è poeticamente felice la
chiusa con quel profumo di viola/che è
nostalgia di madre ed assume qui il ruolo di stella che continua a guidare
il poeta o di vento favorevole che lo porta verso un nuovo approdo. Quanto mai
appropriata all’economia poetica della lirica risulta, di conseguenza, la
soluzione metrica adottata.
Ed il discorso potrebbe continuare ed approfondirsi nell’analisi di altre bellissime liriche: Sotto le stelle la cui estrema semplicità di dettato registra un dramma umano con straordinaria partecipazione emotiva, la quale spinge il poeta a dire che di fronte all’indifferenza degli uomini si mobilita, quasi, la pietà della natura; pietosi sono, infatti, i cani del parco/che hanno vegliato/il corpo supino/fino all’alba, e tristi sono anche le stelle di un cielo non tuo; ancora una volta l’eco foscoliana, assimilata e rielaborata in modo originale accentua emotivamente ed espressivamente l’impatto doloroso della vicenda sul cuore del poeta.
In Visitando un piccolo cimitero il
procedere lento ed armonioso dei versi esprime validamente lo stato d’animo
del- l’autore e la densità semantica del lessico, appropriato, dà luce e colori
alla lirica che parla di un momento di riflessione e quasi di pausa nel
turbinio della vita. Nell’atmosfera pensosa che connota la lirica anche la
morte perde il suo aspetto doloroso; allo stesso modo in Due novembre limpida, serena, appena sfiorata dalla malinconia, da
cui il poeta sembra voler dichiaratamente rifuggire, la lirica si apre
all’abbraccio dei suoi cari, che egli sente così vicini al suo cuore da
coglierne quasi <<fisicamente>> la presenza e avvertirne la letizia nella luce
della sera. Più valida questa poesia che lega vivi e defunti nel cuore di chi
resta, verrebbe da dire non poteva essere, poiché armonioso come il contenuto è
il suo discorso metrico e ritmico.
Ed
infine Esuli, pascoliana
nell’ispirazione, ma moderna nel ritmo, questa breve lirica anticipa già nel
titolo la drammatica attualità del contenuto: la scena rappresentata coglie
molto efficacemente la corrispondenza tra la vita della famigliola e le parole
ed il destino di un popolo: Una vecchia,
un giovane,/una fisarmonica, una chitarra,/Fischia il vento…/Ciotola sul
marciapiede/e povere cose ammucchiate.
Poi la nostalgia si fa dolente, Lagrime
con pioggia di levante/e la musica riprende:”/scarpe rotte,/ eppur bisogna
andar…”come la compartecipazione del poeta e la sua umana pietas verso i deboli e gli emarginati.
Nella seconda raccolta, a mio giudizio, il rapporto arte-vita si fa più diretto e profondo e la poesia acquista una risonanza più vibrante ed una motivazione più rispondente alle corde intime dell’anima senza nulla togliere a quanto si è detto nell’analisi della prima.
Non mi resta ora che sperare di essere riuscito a dare una sia pure pallida idea della serietà, della verità e della validità della poesia di Aristide Caruso, la cui esperienza umana trova nella sua arte un’autentica fonte d’ispirazione.
Tratto da reportage, Anno 48 n..10 (16-31 maggio 2009)
Benito Paola