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Dario Galli (Nicastro 1914 -1977)
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Dario Galli - Il cantore nostalgico della vecchia Nicastro |
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Cartoncino pieghevole con la poesia Inno a Nicastro.
L'illustrazione è di Giorgio Pinna.
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Webmaster:Aristide Caruso © Dicembre 2003 |
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Critica 00 |
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Eugenio Leone* |
Le poesie in italiano
La pubblicazione delle sette raccolte del Galli si concentra tutta nel breve periodo di un decennio (1953- c. 1963), ma le prime poesie risalgono a molti anni prima, alla sua sofferta partecipazione ad una guerra civile combattuta in terra straniera e per motivi ideologici, a 25 anni di età: la guerra di Spagna. Gli orrori e le profanazioni di questa sanguinosa guerra civile, una lunga degenza nell'ospedale di Valladolid e la morte di un commilitone nello stesso ospedale, la difficile convalescenza confortata dalla premurosa assistenza delle crocerossine e di un cappellano militare ma amareggiata dalla lontananza della patria e dei suoi cari: sono questi i motivi ispiratori di una poesia ancora letterariamente involuta, che raramente riesce ad assurgere alla commossa rievocazione dei sentimenti che urgono (2). A queste seguono le poesie ispirate all'altra guerra, voluta da Mussolini a fianco della Germania nazista e conclusasi disastrosamente, nella quale fu tragicamente coinvolta la sua famiglia per la morte del fratello Italo, fucilato dai tedeschi alla fine del funesto settembre 1943. Ed al fratello «croce senza nome in terra di Cefalonia» il Galli dedicò questi suoi primi saggi poetici che costituiscono la prima parte («Pause di guerra») del volume Canti perduti, pubblicato dieci anni dopo. Il ricordo del fratello è l' angoscioso motivo di «Quella notte»: E dal fondo del cuor / che mi doleva / sorse il ricordo / d'una fossa ignota, /d' una fossa sperduta / in terra greca, / senza fiori / né lacrime / né croce... Anche qui la commozione sincera del poeta non riesce a vincere una certa freddezza letteraria: ma con ben altro calore lo stesso doloroso tema sarà ripreso molti anni dopo (Antol. «Pur se la mano trema»). In effetti, la poesia più felice del Galli non trova ispirazione nella realtà dolorosa o deludente dell'oggi; ma quando il manierismo letterario passa attraverso il filtro dei cari ricordi della giovinezza, allora la poesia si salva, come in «Sole negli occhi»,la migliore a mio giudizio delle composizioni in italiano (Antol. ). La vivace descrizione delle lavandaie al torrente in una giornata primaverile, i primi turbamenti adolescenziali felicemente colti davanti all'improvviso sbocciare del bianco seno della lavandaia dal corsetto slacciato, costituiscono un delizioso quadretto pieno di vita che non ha nulla di convenzionale e di letterario. Il Galli ebbe vivissimo il senso della natura, da lui spesso sentita con una aderenza sofferta (cfr. Antol. : «Crisantemi») .Come tutti i poeti che traggono ispirazione dalla rievocazione nostalgica o dolorosa di un passato irripetibile, anch ' egli coglie il contrasto tra l' indifferenza della natura, che ritrova ogni anno la sua eterna ciclica giovinezza, ed il fluire inarrestabile della umana vicenda della vita e della morte. Questo motivo, che aveva ispirato la nota odicina carducciana «Pianto antico» (un pianto che è antico quanto l'uomo) si atteggia ne «La pansè» del Galli in una forma nuova (Antol. ): non c'è «il verde melograno dai bei vermigli fior», ma un piccolo giardino inaridito che ha perso per sempre il suo sole, le mani della madre che lo curavano con amore. Ma in tanto squallore fiorisce, solitaria e bella, una pansè ed il poeta ne è quasi dolorosamente sorpreso: come è possibile che ci sia ancora un segno di vita in quel giardino ora così desolato, legato nella memoria ai suoi ricordi di bambino felice? Ed il ricordo della madre e del piccolo giardino ritorna ancora, addolcito dalla tenerezza degli affetti, in «Foglie» (Antol. ) Ma nella terza ed ultima parte dei Canti perduti il Galli sa usare anche toni sorridenti e scherzosi nel tracciare con arguto senso di osservazione ritratti di persone dei suoi ricordi giovanili colte nei loro aspetti esteriori più caratteristici: ne sono l'esempio migliore il vivace ritratto della «Zia Cristina» ed un vero pezzo di bravura, «Il terno a lotto», dove sono accostati tre diversi ritrattini femminili nel racconto scherzoso di un sogno (Antol. ). Sono bozzetti, graziosi talvolta fino alla leziosaggine nell' elencazione attenta e minuta delle caratteristiche fisiche o dell'abbigliamento antiquato, ma pur sempre figurine senza interiorità,che suscitano il sorriso ma non commuovono:sono ancora macchiette, non personaggi. All'opera maggiore Canti perduti il Galli fece seguire due piccole raccolte, Sette faville (1955) e Strade del mio paese (1956), che hanno gli stessi temi: le strade e i luoghi della Nicastro della sua giovinezza. È questo il gruppo delle poesie più datate per l'insistita rievocazione di una Nicastro che oggi può solo interessare la piccola storia paesana di una società scomparsa che ho tentato di tracciare nel capitolo precedente. Il poeta guarda senza alcun compiacimento alla nuova Nicastro ora più grande e sempre meno paese: il Corso Numistrano abbellito di luci e di vetrine e le strade ora cosl diverse, in cui pur ritrova «un poco di se stesso», sono lo spunto per la rievocazione nostalgica di persone e cose che non ci sono più, ma a lui care perche legate al ricordo dei suoi venti anni ormai lontani (Antol. : «Vecchio Corso» e «Strade del mio paese»). Ma quando non c'è più la poesia dei ricordi e si abbandona alle rievocazioni storiche a proposito dei ruderi del castello normanno e del «Palazzo», il Galli non riesce a sottrarsi ai romanticheggianti luoghi comuni di castellane al verone «ad ascoltare / d'un menestrello il canto » e dell' ombra «del figliuol di Costanza d'Altavilla »(Federico II) che «ancor vaga / di pietra in pietra tra i filar di viti ». (3) Ma si deve riconoscere che nelle poesie delle due raccolte il Galli mostra un vivo senso del paesaggio, nel quale sa cogliere la presenza della storia che con esso si è fusa. Certo, non solo nel gusto delle rievocazioni storiche, ma anche in molte poesie di questo periodo non è difficile cogliere riecheggiamenti di modelli carducciani e pascoliani.(4) Nelle due raccolte pubblicate negli anni successivi, Canti crepuscolari del 1957 e Il dono del 1961, la poetica del Galli subisce una curiosa involuzione. Egli abbandona la suggestione dei ricordi per tentare i grandi voli lirici ispirati ad un decadentismo «neo-romantico»: non per nulla fa precedere i Canti crepuscolari da alcuni versi di D'Annunzio e Il dono da un distico di Rainer Maria Rilke. E se c'è effettivamente qualcosa della Stimmung rilkiana in queste poesie in quanto riflettono la interiorità di un'anima tormentata e sensibile, è pur vero che l'ostinato perseguimento di un dannunzianesimo di maniera scade quasi sempre nel virtuosismo formale e nello sfoggio compiaciuto di termini astrusi, di tecnicismi marinari e botanici, di parole arcaiche, di figure e nomi mitologici: ed in questi studiati e artificiosi preziosismi verbali la spontaneità si perde e la poesia trova spazio di rado (5). Nell'ultima opera del Galli, Canto di zingari, pubblicata senza data ma certo dopo Allu cantu d''a vrascera, al canto stucchevolmente romantico di una zingara dagli occhi ardenti e dall'eterno andare( «Zingara sono e non conosco sosta. / Madre mi è stata solla luna in cielo. ..») segue il canto di un uomo (il poeta?) che si accompagna alla zingarella nell'eterno viaggio «ov'è la luce che non sa il tramonto». La traduzione dei due brevi canti in ben quattro lingue è una forzatura. Ma non è a queste ultime composizioni liriche che il nome del Galli si raccomanda.
2) Do nella Raccolta antologica come esempi di queste poesie, tutte del 1939, «Ai miei» e «Ad un cappellano militare». 3) Di castellane al verone si parla in «Fra le pietre del Castello» («Strade del mio paese», p. 12). L' ombra di Federico II è in «Fra i ruderi del 'Palazzo'» (ivi, p. 9). Si chiama ancora cosl una contrada del Nicastrese dove è tradizione si ergesse un palazzo di caccia dell'imperatore svevo. 4) Qualche esempio. Gli olivi e gli aranci di «Il mio paese» {«5ette faville, p. 11) ricordano da vicino i cipressi di Bolgheri.
«Torna! parea dicessero gli aranci con lo stormire delle fronde al vento... «Torna! parea dicessero gli olivi storntendo piano nella sera anch'essi... Oh, potessi davvero in mezzo a voi -come quando fanciullo -ritornare! Ed il treno che ne «La stazione» sferragliando giunge {ivi, p. 35) e grida un ferroviere ai viaggiatori con voce di baritono: Nicastro!...
non differisce molto dalla vaporiera carducciana di una plumbea mattina di autunno. Nè mancano le suggestioni pascoliane: la quercia caduta («Dopo la tempesta» in Canti perduti, p. 67), il Natale e le ciaramelle (cfr. p. 134) e, caro al Galli, il motivo delle lavandaie. 5) Non è il caso di insistere su questi compiacimenti verbali aulici ed arcaicizzanti (il brolo, le piote, il poculo, il nappo, la cinigia, le Camene, l'algida luna...) o sugli ardui tecnicismi marinari (la bitta, la paròma, l'escubia, il prodese...) o botanici (le vepre, «profumo di vitalba e di cedrina, di mignola, di zàgara, di steca... » (Canti crepuscolari, p.16) ecc. Più interessante è rilevare invece che una ben più felice rielaborazione avranno nella versione dialettale molte di queste immagini appesantite dal fastidioso virtuosismo verbale. Do nella Raccolta antologica come unico esempio di questa fase poetica del Galli la lirica «Pur se la mano trema» (Il dono, p. 23), la migliore, a mio giudizio, perché una volta tanto i tecnicismi e i virtuosismi immaginosi non inaridiscono la commossa sincerità dell'ispirazione.
* Eugenio Leone-Dario Galli/La poetica della memoria e il dialetto nicastrese, Soveria Mannelli 1993.
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