|
La
critica
00
Mario
Stefanile
nella
Prefazione
a
Favoloso
il
vento.
..Di
lui,
altro
non
sapevo
e
non
so,se
non
quello,
tuttavia
bastevole
che
appariva
dai
versi,
de
L'arcata
sul
sereno
(
1963),
un
libricino
con
poche
liriche
e
quasi
tutte
indicanti
di
chi
le
aveva
immaginate,
sofferte
e
cantate,
immagini
di
una
terra
che
s'andava
facendo
remota
e
mitica
fino
ad
occupare
via
via,
nel
recupero
assorto
del
ricordo,
nella
consapevolezza
di
improvvise
scoperte
sentimentali,
nell'intenerita
gioia
di
una
parola
tutto
il
cielo
dell'anima:
e
mi
piacque
appunto,
di
quella
voce
sommessa
e
tuttavia
tesa
in
una
sua
generosa
fermezza,
la
sincerità
estrema,
il
rifiuto
costante
d'ogni
lezio
d'artificio
letterario
,l'arresa
trepidante
e
felice
alle
ragioni
ultime
del
canto...
....e
quella
soave
grecità
di
tono
che
infine
circola
come
il
miglior
sangue
lirico
in
gran
parte
e
direi
in
tutte
queste
sue
poesie,
trova
esiti
di
una
purezza
veramente
estrema...
...si
potrà
anche
capire
come
il
linguaggio
espressivo
del
Mastroianni.
decantato
fino
ad
una
limpidezza
noumenica,
cioè
non
soltanto
esteriore,
faccia
della
memoria
una
continua
occasione
lirica,
una scoperta che
si può
compiere
alla
conquistata
luce
del
canto.
***
Dalla
relazione
della
Giuria
del
Premio
Naz.
" Sebeto"-
1966
:
S.Battaglia,
A.Grande,
M.
Pomilio,
M.
Prisco,
M.
Stefanile.
"
F.
Mastroianni,
non
bara
al
grande
responsabile
gioco
della
poesia,
confessata
senza
lezio
letterario
e
fuor
di
ogni
ricalco,
e
il
suo
linguaggio
decantato
fino
a
una
essenziale
limpidezza,
fa
della
memoria
affabulata
o
reale,
una
continua
occasione
di
verità
lirica.
***
Alberto
Frattini
in
" Il
Fuoco
",
(
Roma),
sett.-ott.
1970.
Nel
suo
discretissimo
approccio
alla
verità
dell'uomo
-
rifrazione
suggestiva
ed
impalbabile
di
un
destino
che
riguarda
i molti,
l'essere
-
il
lavoro
di
questo
appartato
calabrese
sembra
dimostrare
ancora
una
volta
che
ogni
poesia
non
è
che
estraneazione
apparente
e
non
può
ridursi
ad
arido
gioco
intellettualistico,
entro
i
capziosi
labirinti
di
un
logos
disancorato
dall'umano.
***
Alberto
Frattini-Le
radici
della
lirica
di
F.Mastroianni:
Mito
e
miraggio
nell'
"eredità
d'esilio"
,in
Atti
del
Convegno
di
Studi,Lamezia
Terme
(CZ),20
aprile
1985.
Per
quanto
riguarda
quella
sorta
di
revival
filoellenici
che
può
coglersi
nel
nostro
recente
Parnaso
non
sono
da
trascurare
due
casi:Eraldo
Miscia
e
Grytzko
Mascioni.
Il
primo,
Poeta
e
narratore
abbruzzese
immaturamente
scomparso
nel
1983,
è
autore
di
un
poemetto
Ulisse
ritrovato
nel
quale
i
personaggi
dell'epica
e
della
storia
greca
più
remota
tendono
a
reincarnarsi
in
un
clima
di
ironizzante
attualità,
sì
che
la
mitologica
regressione
si
omologa,
attraverso
il
filtro
umorale
e
satirico,
in
un
caleidoscopico
periplo
dell'umanità
contemporanea;
il
secondo,
poeta
e
operatore
giornalistico
e
radiofonico,
originario
del
Cantone
svizzero
dei
Grigioni
e
formatosi
in
Lombardia,
ci
offre
con
lo
Specchio
greco
del
1980
un
modernissimo
approccio
storico
-
critico
-
autobiografico
al
mondo
dell'Ellade;
opera
di
fosforica
provocante
intensità
che
può
concorrere
ad
una
più
capillare
penetrazione
della
sua
vasta
opera
di
poesia.
L'esperienza
lirica
del
Mastroianni
si
radica
in
maniera
affatto
diversa
-
rispetto
ai
due
autori
sopra
ricordati-
nel
rapporto
con
la
tradizione
mediterranea:per
un
verso
il
suo
scavo
si
opera
sul
versante
endogeno,
ed
ecco
l'attenzione
ai
miti,
ai
riti,alle
favole,
all'immenso
patrimonio
demologico
della
sua
gente;
per
un
altro
egli
sembra
avvertire,
dall'interno
di
questa
eredità
ancestrale,
il
richiamo
dei
"grandi"
dell'Ottocento,
dal
Foscolo
al
Leopardi,
così
vitalmente
penetrati
dal
sempre
rifiorente
messaggio
di
civiltà
e
di
bellezza
dell'Ellade.
Non
aveva
scritto
il
poeta
dei
Canti
-
così
caro
al
giovanissimo
Mastroianni-
che
l'antichità
era
il
tempo
del
bello,
dell'immaginazione,
e
che
la
Grecia
e
l'Italia
ne
erano
anche
la
patria?
È
in
questa
direzione
che
meglio
può
intendersi
il
formarsi
di
certi
nuclei
poetici
di
irradiante
vitalità
della
poesia
del
Mastroianni,
come
quel"
sentimento
d'esilio"
che
incisivamente
la percorre,
accentuandosi
nell'ultima
stagione,
ed
al
quale
segretamente
rispondono
le
tensioni
trasfiguranti
del
miraggio
e
del
mito.
***
Mario
Luzi
-
Prefazione
al
Vento
dopo
mezzodì
Di
Felice
Mastroianni
so
poco
più
di
quello
che
potè
rivelarmi
un
breve
incontro
napoletano
due
anni
or
sono
(1):e
cioè
la
sua
ritrosia
e
timidezza
che
apparvero
subito
nascondere
un
vivo
e
quasi
geloso
fuoco
interno.
Il
cui
senso
mi
venne
a
sua
volta
partecipato
dal
libretto
di
versi
allora
recenti
"Lucciole
sul
granturco"
e
mi
viene
oggi
anche
più
vivamente
scandito
da
questa
nuova
raccolta.
Mastroianni
è
uno
di
quegli
uomini
che
portano
per
tutta
la
vita,
come
una
ferita
lucente
e
profonda,
un
bisogno
di
purezza
e
di
nitidezza,
e
sentono
come
ragione
vitale
il
raggiungimento
sempre
inappagato
e
la
custodia
sempre
insidiata
di
esse.
Ma
un
tratto
singolare
distingue
questo
poeta
da
quella
specie
abbastanza
numerosa
di
inquieti:
ed
è
la
fermezza
con
cui
le
immagini
incorrotte
della
purezza
umana
e
della
nitidezza
figurativa
(i
due
elementi
si
confondono)
seguitano
a
vivere
in
lui
di
una
vita
continua,
presente.
Questo
è
possibile
perchè
egli
le
ha
ricacciate
nella
profondità
ove
non
sembra
che
ci
sia
erosione
o
eclisse.
Di
fatto
esse
prendono
i
contorni
degli
uomini
e
delle
terre
di
origine,
cioè
della
Calabria,
lontana
nello
spazio
e
anche
nel
tempo
dall'esistenza
attuale
del
poeta.
Tuttavia
non
è
propriamente
un
senso
di
elegia
che
promana
da
quelle
immagini,
ma
piuttosto
un'attonita
carica
di
natura
religiosa,
e
non
di
quella
religione
che
hanno
la
memoria
e
il
senso,
ma
di
quella
che
si
immedesima
con
una
interna
e
gelosa
certezza.
Si
è
evidentemente
in
presenza
di
un
bene
che
Mastroianni
ha
difeso
con
una
sua
acuminata
fede
attraverso
il
tempo
e
la
sofferenza.
Se
la
tematica
di
queste
poesie
rientra
ampiamente
nel
solco
della
poesia
che
celebra
il
mistero
e
lo
spirito
della
terra,
anzi
di
una
terra,
il
loro
accento
non
è
per
niente
comune,
poco
mitico,
niente
pittoresco;
e
incide
una
sostanza
viva,
che
è
in
definitiva
una
sostanza
morale,
nel
senso
che
la
limpidezza
di
linee
e
la
"soave
grecità"
di
cui
parla
molto
bene
Mario
Stafanile,
sono
diventate
una
misura
e
un
criterio
di
vita
interiore
molto
fermi;
una
luce
non
abbagliante,
ma
fissa.
Firenze,
aprile
1968.
l)
Luzi
si
riferisce
al
Premio
Nazionale
di
poesia
"Sebeto"
(Napoli.
1966)
|