La critica 10

 Giuseppe Selvaggi Per Felice Mastroianni( in Atti del Convegno di  Studi-Lamezia Terme,20 aprile 1985.)

 

Taglio in pochi minuti questa conversazione che pure riguarda una conoscenza -nel senso più esatto della parola così usuale: avere insieme scienza -di quasi mezzo secolo di esistenza. Lui, Felice Mastroianni, esile eppure stranamente ben piantato professore, silenzioso ed improvvisamente capace di assalti nel discorrere. Si era a Cassano Jonio. Chi vi parla aveva persino diffidenza di questo professore così distinto da incuterti rispetto. Io ero allora sul finire del Liceo, nella confinante Castrovillari, con nessun rapporto scolastico con il prof. Mastroianni. Semmai, poteva esserci polemica.Anzi eravamo su linee distanziate, ed era una conquista l'incontro, l'impatto, il sentirsi alla fine ansiosi di stesse idee portanti da vivere, se possibile, sino all'autodistruzione. Una parola che ci era cara, allora, mentre era arrivata la guerra. Quindi, cari amici del Convegno sulla poesia di Felice Mastroianni, vorrei portare alla raccolta di quanto diciamo in questo convegno una testimonianza distaccata sull'energia interiore e sui sogni della mente di Felice Mastroianni. Lo faccio evitando gli affetti, con la ragione fissata su quell'anno, 1941, quando si svolse l'avventura mentale,tutto nella mente, che vorrei venisse aggiunta alla biografia del poeta. Felice Mastroianni il 28 marzo 1967, da Napoli, mi scrisse: 'A te, che ho sempre tenuto in questi lunghi anni nel cuore". Erano passati più di 25 anni dalla nostra costruttiva polemica. Gli rispondo come se fosse vivo, perchè è vivo nelle sue pagine, ancora con polemica ed evitando ogni commozione, dopo altri quasi vent'anni. Le idee hanno tempi lunghi.

Ma, di che si tratta?

Vorrei (è brutto dire vorrei, ma sta a indicare il desiderio di vedere stabili le basi di resistenza, nel tempo, della presenza culturale di Mastroianni) che venisse qui indicata, per una futura documentazione, la radice dello scatto ideologico da cui si sviluppò la cosiddetta mediterraneità di Mastroianni, per evitare ch'essa diventi una etichetta generica ai danni del poeta. Dunque, quel 1941. E quel 1940, mentre arriva la guerra. Chi era, dove era, cosa discuteva Felice Mastroianni?

Lui viveva tra scuola privata, scuola pubblica in una comunità di difficoltà ambientali, tra casa e studio, anche per i futuri concorsi. Tra Monte Pollino e Sibari eravamo, tra giovanissimi e solo un po' meno giovanissimi come lui, un gruppetto che pensava e cercava di capire oltre la cerchia nativa.Avevo dei canali allora difficili per la comunicazione culturale, ma tali da farci pensare con pensiero europeo. Adesso "europeo" è termine banalizzato. Possiamo ben provare la gioiosa drammaticità di quel nostro circolo di idee. Modello era diventato Otto Braun, col suo unico diario, inviatoci da Benedetto Croce, rimasto a testimoniare la possibilità di andare oltre la terra nativa pur restandovi ancorato. Otto Braun era morto meno che ventenne nella prima guerra mondiale. Analizzavamo i fascicoli della "critica". Procurai la prima lettura di John Keats nell'edizione di Vallecchi. Ricomponevamo in versi tradizionali le strutture frammentate e quindi nuove di Ungaretti. Era presente (hai visto giusto, Pasquale Tuscano) Francesco Acri, nelle prime edizioni che ancora conservo. Scrivevamo lettere ad Antonino Anile. La polizia aveva individuato, tenendola d'occhio, la casa dei Toscano, dove attingevo libri. Avevamo avuto abbagli (ma li avevano avuto persino i genitori di Anna Frank, li aveva avuto persino Singher, giovane tardivo a lasciare l'Europa prima dell'eccidio), abbagli sino a pensare (tra '39 e 40) che persino un Hitler potesse essere il catalizzatore di idee oltre il nazionalismo, in libera unità mondiale. Per ricrederci, subito. In questo vivere di scontri e di incontri,in questo attendere l' Avvento, (lo hai captato, stamane, Vittorio Vettori), Felice Mastroianni risultava, anche per i suoi pochi anni più avanti di noi (eravamo sì e no 5 -6 amici tra Cassano e Castrovillari), un freno di saggezza. Ma un freno.

Tento di stabilire, ai fini di una futura analisi sulle radici del futuro Mastroianni, momenti e dissensi dei dibattiti quotidiani, accaniti come fossimo giocatori di carte che dimenticavano persino la cena per finire il giro di partite. Lui, Mastroianni, aveva prudenza. Il terrore di buttarsi nel vuoto di quella attesa del Dopoguerra attraverso la Guerra lo rendeva persino ostile a sviluppi mentali vorticosi che magari erano partiti anche da una sua osservazione. Un punto di partenza del nostro dibattito era questo: l'occasionalità della terra nativa, per l'uomo. Per cui: niente razzismo, niente preclusione in nome di antenati, niente civiltà passate agenti nel nostro sangue e nella nostra psiche. Da questo meditare, che diventava automaticamente protesta, atto contro la stessa guerra, nascevano contatti, iniziative, sogni di segrete azioni pur di arrivare ad essere, noi stessi, uomini del mondo.Ma ci sopraffaceva il congegno interiore della nostra amata terrestrità locale. L 'amore, per dirla con tono romantico, per il pezzo nativo di mare e di cielo.

La patria, piccola e grande. In questa contraddizione costante (ed è subito dopo che ti incontrai, Vittorio Vettori, e solo per caso allora non hai anche conosciuto Mastroianni) emerse di fatto I'impossibilità- a trovare termini comuni associativi. Ma anche in Felice Mastroianni era scattata la scoperta dell'oltre -nazionale, dell'oltre -locale, di una patria terrestre che fosse universale come e nella stessa misura della patria celeste: ognuno col suo cielo, col suo Dio. Ma tutti in uno e uno in tutti.

Per inciso e per spiegarmi non credo che ci sia grande matrice d'arte senza grande e confluente grande matrice ideologica. Noi in quel 1941 -con Felice Mastroianni quasi tutore, per quei suoi pochi anni di più -cercavamo la radice su cui crescere.

Vengo al dibattito, al suo tema. La tentazione di battere a macchina per tutto il giorno mi prende rievocando il poeta e l'amico. La scelta di Mastroianni, persino della scrittura in greco d'oggi, a ricordo dei nostri amatissimi Lirici, della nostra adorata Odissea, la sua affermazione posteriore di sentirsi figlio persino nella carne della Grecia -quante liti su questo...-possono produrre un danno di impostazione nel cercare la consistenza della natura poetica di Felice Mastroianni. Possiamo cioè avviarci a conclusioni estetizzanti, all 'usuale asse Calabria -Magna Grecia, aggravato dall'aggancio alla grecità contemporanea. No. Avverto (e le nostre rarissime occasioni postbelliche di incontri me lo confermano, insieme ai silenzi) che Felice Mastroianni aveva elaborato in sè il dolore della guerra, portandolo anch'egli, come tanta gioventù, alla gioia di un esistere fuori da spezzati orizzonti terrestri, pur restando legati, stregati anzi, alla nostra piccola patria. Bisogna quindi evitare che la scelta di Mastroianni alla fine potesse risultare grecula, mentre è universo.La sua Grecia è solo struttura mentale,scala e pretesto per arrivare al suo universo.

Gli scrissi, in un momento di riavvicinamento del dialogo, una cartolina illustrata (era la tomba di Keats), con scritto solo: "Stupende le tue scelte". Non c'era la teleselezione e mi cercò due volte per telefono, per dire: "Ripetimi a voce le parole: Stupende le tue scelte". lo le ripetei, aggiungendo una nostra vecchia frase: tutta l'acqua scende da uno stesso cielo, così le scelte.

A Felice Mastroianni io portavo (a lui, all'anziano pittore Andrea Alfano, al suo collega di docenza Michele Amato) ogni settimana, perchè le scrivevo ogni domenica, le poesie del mio Fior di notte, 1941 anch'esso. Caro Alberto Frattini, tu mi commuovi quando ti ricordi a memoria il verso sulle lucciole. Felice Mastroianni mi ripeteva intere le poesie, disossandone poi insieme le purtroppo fragilissime strutture. Dovrò cercare una sua poesia di risposta. Ma tanto era la coscienza dell'arte che sapeva trasmettere il prof. Mastroianni, e qui prof. ha un valore, che io smisi di scrivere versi per almeno sette -otto anni. Perchè? mi chiese lui. E anche lui minimizzava i suoi versi, sino ad una tormentata autoflagellazione.

Splendore di quel 1941, nonostante il sangue della guerra. Fu forse nei primi del '42 (potrò stabilirlo) che proposi a Felice Mastroianni un esperimento sul vivo circa le radici.Nella Piana c'era un posto tedesco antiareo. Un tenente era della nostra pasta. Allora c'era un campo-lager, nella vicina Mongrassano con ebrei entro il filo spinato. Riuscii, complice un militare italiano, a stabilire un incontro per leggere poesie e parlare dell'Avvento postbellico. Così, ci trovammo insieme. Paura e gioia erano miste in quelle due ore in una casa di campagna. C'eravamo tutte le componenti del dramma della guerra, senza frontiere. Mangiammo fave e pancetta. E vino. Sapete che cosa ricordo di più di quell'incontro? Persino la paura l'ho scordata. Ricordo gli occhi di luce, sottilmente molto lontani, universali occhi,di Felice Mastroianni. E le sue parole, di approvazione: "Questa tua pazzia sia benedetta. È un giorno di gioia". Recitammo dei versi nostri, dicemmo dell'Europa di domani, sparsa nel mondo e mondo essa stessa.

Alla Grecità, nel poeta allargata a Mediterraneità, di Felice Mastroianni vorrei venisse dato questo sigillo di mente rivolta al futuro, umano, in questa Terra che è già nel pensiero unità assoluta. E lo affermo impazzendo d'amore, fisico sino a volerla possedere col corpo, per questi miei e suoi luoghi nativi.