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Critica
Umberto Bosco
CALABRESITA' DI
BUTERA
Vittorio Butera ha scritto duemila poesie in dialetto; ne ha pubblicate
cinquanta. Ha cominciato a scriverle nel 1921, quando aveva 44 anni;il volume
che le raccoglie ( e che ora si ristampa}è del 1949 : perchè si decidesse alla
pubblicazione ci son voluti, dunque, quasi trent'anni. . Io stesso son testimone
di quante insistenze, mie e di molti altri,ci vollero perchè Butera si
risolvesse. Leggeva volentieri le sue poesie, questo sì: ma in gruppi di amici,
o dinnanzi a ristretti uditori,confidando che gli amici sarebbero stati
indulgenti perchè affezionati a lui, come lui era affezionato a loro; ma temeva
che le sue poesie reggessero male a una lettura riposata e distaccata di
estranei. Quale serio concetto dell' arte poetica
avesse questo ingegnere-poeta, quale fosse la sua probità di artista,
testimoniano altri fatti: la rinuncia totale, nel libro, alla facile
giocoseria,al semplicemente divertente,al doppio senso, anche all'innocente
gioco di parole, per non parlare dello scurrile, risolutamente bandito
nonostante gli illustri precedenti. Addirittura: anche se Butera ha forse
scritto qualche poesia d'amore, nel libro non ce n' è nessuna, neppure
castigatissima. Rinuncia,dunque, alle facili vie; come anche reiezione del
falso-ingenuo, del falso-popolare. Butera non è un raffinato, ma non è neppure
un istintivo. Si consideri la composizione del suo libro: 10 canti, cioè
liriche, e 40 cunti, cioè favole: numeri bassi e tondi che ci dicono della
meticolosità della scelta, della cura nella strutturazione. E infine, della
probità dell' artista ci resta un' altra testimonìanza, infallibile: gli
autografi, zeppi di correzioni, di pentimenti, di ritorni: il nostro, come tutti
i veri poeti, conquistava con lunga fatica la sua apparente scorrevolezza.
A far che Butera scoprisse le possibilità del dialetto fu decisivo l'incontro
con Michele Pane,il maggiore dei poeti calabresi dialettali contemporanei; il
quale scriveva non solo in calabrese, ma addirittura nel dialetto dello stesso
paese d' origine di Butera, Conflenti. Ma Pane giunge a questa poesia nel
linguaggio del suo paese e della sua infanzia come a un mezzo per tornare in
quello, di rivivere questa: lui vecchio e stanco emigrato in America:
espressione, dunque, di nostalgia e mezzo per raddolcirla: « dduve nasce, viatu
chine more », è un denso verso dello stesso Butera, riferito a Pane. Le vicende
umane del nostro poeta furono assai diverse; e comunque diversa la sua natura,
assai più energica: egli
deriva dall' ammirato
compaesano soltanto un qualche indulgere ai ricordi infantili, qualche
intonazione elegiaca ( si veda soprattutto, in questo volume, la poesia che ha
per soggetto proprio Pane, 'A staffetta): in genere, momenti del Butera meno
felice. Il punto di partenza per il vero Butera è un altro poeta, Trilussa. Ma,
come ora vedremo, il poeta romanesco è per Butera solo uno che gli addita la
via; poi Butera la percorre con mezzi suoi, e giunge a risultati sui
propri.
* * *
Ma prima bisogna che
ci domandiamo di che qualità propriamente sia il dialetto di cui Butera si
serve; e se l'uso di esso sia giustificato o no: se cioè sia una necessita
connaturata all' essenza della poesia, o invece qualcosa di cui la poesia
stessa possa per avventura fare a
meno. Debbo
dire che, calabrese di famiglia, di nascita e di prima educazione,
assiduamente tornato in Calabria, io stesso per intendere Butera ho bisogno
spesso del glossario. Il fatto è che io, vissuto,quand'ero in Calabria, in città
e in ambiente borghese, possiedo un daletto povero, inquinato, anche nei primi
anni, dall'uso consueto e poi sempre più frequente della lingua, diretto a
esprimere idee e fatti culturali inesprimbili nel dialetto senza quegli
inquinamenti; un dialetto, soprattutto, senza contatto con le cose. Butera
invece, pur vissuto anche lui, dall'adolescenza in poi, in città e in ambienti
parimenti borghesi, conservò in tutta la sua freschezza e ricchezza il suo
dialetto d' origine, esenzialmente contadino. Ricco, e quindi assai concreto.
Tra le pietre che un bambino tira per far cadere giù una pera dall'albero,
Butera distingue, ad esempio ('V piru), il catiruollulu ( ciottolo tondeggiante)
dalla stacciola ( pietra piatta ). La lingua letteraria nazionale, a lui come a
tutti i non toscani, avrebbe offerto strumenti inadeguati al suo gusto
dell'osservazione minuta e affettuosa. Spesso il vocabolo preciso contiene in sè
stesso l'immagine visiva (Mamma Carmela) :
Jazza. Cchiù sta, cchiù
jazza. Cade
ppannizziandu 'a nive 'ntuornu:
le falde della neve son così larghe che
sembrano pannilini (pannizzi) che scendono e si stendono dolcemente sul suolo.
La parola-immagine, che torna in altra poesia, è al centro della frase poetica:
non so se sia stata inventata dal poeta o -che è lo stesso -da lui scavata ed
enucleata dal seno d'un tessuto linguistico congeniale, tutt'uno con la
poesia. Ciò porta a un'osservazione fondamentale:
Butera,come qualche altro autentico poeta dialettale d'oggi (penso ad Albino
Pierro, che scrive nel dialetto d'un paesino lucano, Tursi) non attinge a una
lingua già formata, ma la crea lui. Il suo Trilussa aveva alle spalle, se non
altri, Belli, al fianco Pascarella: attingeva a una tradizione consolidata; il
suo linguaggio è in realtà una lingua letteraria illustre,che del resto egli di
più in più avvicina alla lingua letteraria nazionale. Butera invece deve
inventare lui la sua lingua, cioè far diventare articolata e regolata lingua, e
lingua poetica, un linguaggio istintivo, letterariamente grezzo. Per dirne una,
la sintassi dei suoi contadini, che egli aveva assorbita nell'infanzia, era
naturalmente, semplice al massimo: il linguaggio di quei contadini, che tendono
a colpire direttamente, col minimo spreco verbale, cose e sentimenti ben
individuati, si articola per lo più -come quello di ogni altro contadino
-paratatticamente. Butera piega questa paratassi al suo gusto di scrittore,
dicevamo, energico. Per esempio: la nonna morta torna alla vecchia casa, vuol
essere accompagnata in ogni suo
angolo: Ma cchiù
gira Cchiù
suspira; Cchiùd
'appura, Cchiù si scura.
Sospira e si oscura in volto quanto più gira,
quanto più si rende conto delle novità e dei cambiamenti: l'efficacia della
strofetta deriva dalla sua energica semplicità, anzi dalla sua apparente
schematicità. Sulla paratassi è fondato un intero epigramma, a mio giudizio
perfetto ('U tirmomitru):
'Na
stalla. 'Nu
cavallu. 'Na
gallina. 'Nu
gallu. Cavallu: - Chi
patrune! Le dera nu vasune
- 'U gallu a ra gallina
: -'A
manciatura è cchjna
-. Cavallu:
-Cchi
sciacallu! Cchi puorcu! Cchi bbrigante!
- 'A gallina a ru
gallu: -Manciatura vacante -.
Quando non si serve
della paratassi, Butera nventa una sintassi: non solo poetica, si badi,
ma proprio linguistica. Naturalmente semplice-, sobria,scolpente, che serve
bene al suo gusto che aborre (quasi sempre nelle favole; non così nelle liriche
) da lungaggini e sottolineature. Ciò gli sarebbe stato più difficile se
avesse usato la lingua poetica tradizionale, con le sue clausole
collaudate, che s' impongono quasi inevitabilmente
all'orecchio.
* * *
Continua

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